60.Gabriel

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La guardai mentre si allontanava, ogni passo che faceva era una pugnalata al petto. Mi sentivo paralizzato, incapace di fermarla. La verità era che meritava di essere felice, e io avevo distrutto ogni possibilità che questo accadesse con me.
Per una stupida scommessa.
Le immagini di noi due insieme mi passarono davanti agli occhi: il suo sorriso quando mi prendeva in giro, i suoi occhi che brillavano ogni volta che parlava dei suoi sogni. Era la mia vita, cazzo. L'unica persona che aveva dato un senso a tutto.
Mi passai una mano tra i capelli, tirando un lungo respiro. Avrei dovuto rincorrerla, supplicarla di darmi un'altra possibilità, ma sapevo che non avrebbe funzionato. Non con quello che avevo fatto. L'avevo spezzata. La fiducia, quell'unica cosa che teneva insieme tutto, era andata in frantumi, e non sapevo se sarei mai riuscito a rimetterla insieme.
Mi sentii vuoto, completamente perso. Come avrei fatto ad andare avanti senza di lei? Per la prima volta, mi resi conto che non lo sapevo. Forse non potevo.

Passai l'intera serata con lo sguardo fisso su di lei. Ballava con Amanda, scuotendo la testa al ritmo della musica, la bottiglia di alcol stretto in mano. Non beveva mai, e quando lo faceva, finiva sempre per stare male. Stavolta era evidente che stava superando il limite: non si reggeva nemmeno in piedi. Non potevo continuare a guardare senza fare nulla. Dovevo intervenire.
Mi avvicinai, ignorando la folla intorno a noi.
«Credo sia ora di andare a casa.» Dissi, cercando di mantenere la calma.
«Cosa? No, dai! Che guastafeste che sei! Sto ballando.» Ribatté, con un tono imbronciato, mentre barcollava leggermente.
Sospirai, esasperato. «Andiamo, Sofia. Non lo ripeterò.»
«No!» Esclamò incrociando le braccia, come una bambina capricciosa.
Non avevo più pazienza. La afferrai delicatamente ma con fermezza, le mani salde sui suoi fianchi, e la sollevai senza sforzo, mettendola sulla mia spalla come un sacco di patate.
«Gabriel! Lasciami! Ma sei pazzo?» Gridò, agitando le gambe in aria e cercando di divincolarsi.
Poi sentii un paio di colpi deboli sulla schiena, seguiti da un commento che non mi aspettavo.
«Uhh... che bel culo!» Disse con una voce impastata.
Mi bloccai per un istante, sorpreso, e trattenni a fatica una risata. Anche Amanda, poco distante, scoppiò a ridere vedendo la scena.
«Tu sei veramente impossibile.» Mormorai, scuotendo la testa mentre mi dirigevo verso l'uscita con lei ancora sulle spalle, sotto lo sguardo divertito di chi ci circondava.
Non le diedi ascolto, continuai a camminare verso l'uscita mentre lei si dimenava, urlando insulti e frasi sconnesse che non facevano altro che attirare l'attenzione. Le risate degli altri invitati mi seguirono fino alla porta. Aprii con una mano, tenendola salda con l'altra.
«Gabriel, ti giuro che se non mi metti giù adesso, ti faccio un occhio nero!» Sbraitò, continuando a colpirmi leggermente con i pugni.
«Va bene, ma solo quando saremo fuori da questa casa.» Risposi, senza rallentare il passo.
Una volta raggiunta l'auto, la posai delicatamente a terra, facendo attenzione che non perdesse l'equilibrio. Si reggeva a malapena in piedi, con le mani si appoggiò sul cofano per non cadere.
«Non puoi prendermi e portarmi via come se fossi una bambola!» Esclamò, cercando di sembrare seria, ma il suo tono altalenante tradiva quanto fosse brilla.
«Non posso, ma l'ho appena fatto.» Incrociai le braccia, guardandola. «Sofia, non ti reggi nemmeno in piedi. Vuoi davvero rimanere lì dentro a farti del male? Sai bene che domani mattina mi ringrazierai per questo.»
«Ma stai zitto.» Borbottò, incrociando le braccia a sua volta.
«Sali in macchina.» Ordinai, aprendo la portiera del lato passeggero.
Lei rimase immobile per un attimo, con lo sguardo basso. Poi, senza dire una parola, si lasciò cadere sul sedile con un sospiro esasperato. Mi piegai per sistemarle la cintura, e quando le nostre mani si sfiorarono per un istante, il suo sguardo incontrò il mio.
«Perché sei venuto alla festa?» Mormorò con un filo di voce. Sapeva che non erano feste per me.
«Sono venuto solo perché sapevo che ti avrei rivista.» Risposi, chiudendo delicatamente la portiera. Feci il giro dell'auto ed entrai al posto del guidatore. Avviai l'auto e ci recammo verso casa. Ogni tanto, la guardavo di sfuggita: teneva la testa appoggiata al finestrino, fissando il vuoto. Non ero sicuro che fosse l'alcol o il peso di tutto quello che c'era stato tra di noi, ma sembrava più fragile di quanto avessi mai visto.
Arrivati a casa , spensi il motore e mi voltai verso di lei. Non si mosse.
«Sofia, siamo arrivati.» Scese dall'auto barcollando, e capii subito che non si reggeva in piedi. Senza pensarci due volte, le andai incontro e la sostenni per le braccia.
«Dai, appoggiati a me.» Le dissi con calma, anche se dentro sentivo un misto di preoccupazione e rabbia per come si era ridotta.
«Io sto bene, Gabriel.» Borbottò, ma le sue gambe cedevano a ogni passo.
Non persi tempo e la presi in braccio. «Smettila di fare la sostenuta.» le risposi con un tono fermo ma non arrabbiato, mentre varcavo la soglia di casa. Non era certo la prima volta che la tenevo tra le braccia, ma ora sembrava tutto diverso, più distante.
Salii le scale con lei stretta al petto, il suo profumo era ancora lo stesso, e mi riportava a un passato che avrei voluto cancellare e riscrivere mille volte. Entrai nella sua camera e la adagiai delicatamente sul letto.
La guardai per un attimo, con il respiro affannato. Era così fragile e allo stesso tempo così incredibilmente forte. Lentamente le sfilai i tacchi, uno alla volta, cercando di non disturbarla.
«Sei una testarda, lo sai?» Mormorai piano, guardando il suo viso.
Lei aprì leggermente gli occhi, borbottando qualcosa di incomprensibile. Poi abbozzò un sorriso, uno di quelli che mi facevano perdere la testa. Ma questa volta non c'era felicità in quello sguardo, solo stanchezza e forse un pizzico di dolore.
Le sistemai il cuscino sotto la testa e le tirai sopra la coperta. Mi accorsi che i suoi vestiti non erano certo comodi per dormire, ma non mi sembrava giusto fare di più senza il suo consenso.
«Dormi.» Le dissi piano, accarezzandole i capelli, anche se sapevo che probabilmente non mi avrebbe sentito. Restai qualche istante accanto a lei, osservandola respirare piano. Dentro di me sapevo che dovevo andarmene, ma era così difficile lasciarla lì, sola.
Mi alzai, facendo il meno rumore possibile, e mi avviai verso la porta. Prima di uscire, mi fermai un istante, guardandola un'ultima volta. «Mi dispiace tanto, amore mio.» Sussurrai, anche se non poteva sentirmi. Poi chiusi la porta dietro di me, con un nodo in gola che sembrava non volersi sciogliere.
Scendendo le scale, mi passai una mano tra i capelli, cercando di calmare i pensieri che mi affollavano la mente. Avrei voluto fare di più, parlare con lei, dirle che ero un idiota per tutto quello che era successo. Ma a cosa sarebbe servito? Lei ormai non si fidava più di me, e non la biasimavo.
Mi fermai un attimo nell'ingresso, fissando il vuoto. Non mi era mai sembrata così lontana, nemmeno quando litigavamo. Forse era davvero troppo tardi per rimediare.
«Gabriel...» sussultai appena vidi mia madre vicino alla cucina. « State ancora insieme vero?»
«Stavamo. Ora non più. Questa volta per sempre, spero tu sia contenta ora...» dissi con un nodo in gola. Una volta fuori, rimasi fermo sul vialetto per qualche istante. L'aria fredda della notte mi colpì il viso, ma non fece nulla per alleviare il senso di vuoto che mi portavo dentro. Risalii in macchina e accesi il motore, ma non partii subito. Appoggiai la testa sul volante, chiudendo gli occhi per un attimo.
Non potevo smettere di pensare a lei, a quanto l'amavo, a quanto avevo rovinato tutto. Avevo giocato con il suo cuore per una stupida scommessa, e ora mi stava tornando tutto indietro.
Poi, con un respiro profondo, misi in moto e me ne andai, sapendo che forse era davvero l'ultima volta che l'avrei rivista. Avrei rimpianto per il resto della mia vita quello che le avevo fatto, come le avevo spezzato il cuore.

Endless 1 Cuori Nascosti (COMPLETA)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora