Presi il treno per tornare a casa, sapendo che non l'avrei preso mai più. Quella tratta era giustificata solo dall'andare a lavoro, dal momento che la mia casa si trova esattamente dall'altra parte di Roma.
Fissavo il viso delle persone sulla banchina, sperando mi chiedessero qualcosa. Qualsiasi cosa. L'orario, un possibile sciopero, se sapevo dove fosse il bagno. Avevo bisogno di parlare, di vuotare il sacco di ciò che mi era appena successo, e avevo bisogno di farlo con uno sconosciuto. Qualcuno che non se la sarebbe sentita di interrompermi, che magari mi avrebbe messo una mano rugosa sulla spalla senza dire nulla, nell'imbarazzo generale necessario per affrontare momenti così.
Invece nessuno mi parlò. Salii sul treno e mi sedetti vicino alle porte, perché da mesi soffrivo di una claustrofobia paralizzante che mi assaliva ogni qualvolta percorrevo la tratta dalla stazione vicino casa a quella di Tuscolana, vicino al mio ufficio.
Tirai fuori il cellulare dalla borsa e mandai alcuni messaggi Whatsapp a mio marito.
"I capi ci hanno portato in riunione alle 15. Da fine aprile siamo disoccupati. L'azienda chiude".
Subito dopo, misi il telefono in modalità aereo.Dovevo comunicare ciò che mi era appena successo, ma non volevo ricevere telefonate. Non volevo doverne parlare in pubblico. Non potevo affrontarlo con lucidità, non in quel momento.
Ero arrivata alla soglia dei miei 32 anni, sposata da meno di un anno, con un contratto a tempo indeterminato arrivato solo a Gennaio dopo quasi cinque anni durante i quali, davvero, avevo buttato sangue e anima in un lavoro che mi aveva completamente annullata.
Come una bravissima attrice, ogni mattina vestivo i panni di "me stessa" e conducevo questa vita assurda e distaccata, osservandomi da fuori in un perfetto ruolo ben oliato nel quale mi svegliavo, andavo a lavoro, tornavo a casa, mangiavo, guardavo un film, andavo a letto e tutto ricominciava identico il giorno successivo.
Quel teatro dell'assurdo era la per me la chiave vincente, necessaria per poter andare avanti senza ricadere in quei periodi di buio assoluto nei quali avevo vagato per mesi e mesi.
Ma da fine Aprile avrei dovuto ricominciare a fare i conti con me stessa.
Nessuna distrazione, nessuna quotidianità a distrarmi.E come un fulmine a ciel sereno, mi colpì improvvisamente un ricordo. Vivido, colorato, iridescente. Mentre la Roma più abbandonata e sporca mi scorreva sotto gli occhi dal finestrino del regionale Roma-Fiumicino, pensai al mio primo fidanzato.
Nell'assurdità di quel ricordo, comincia a vagare con la mente: che fine avevano fatto gli uomini della vita? Cosa stavano facendo in quel momento quella somma di corpi, occhi, denti mortificati dagli apparecchi?
E soprattutto, perché ci stavo pensando proprio in quel momento?
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My Men
RomanceChe fine hanno fatto tutti i ragazzi che hai amato nel corso della vita? Anita se lo chiede, in un dei giorni peggiori della sua vita. E parte alla ricerca di tutti quegli uomini che l'hanno trasformata nel corso del tempo.