WWorthywolf
C'è un manoscritto. Nessuno sa con certezza quando sia stato scritto, né come sia sopravvissuto. La copertina è consumata dal tempo.
La calligrafia cambia, a tratti: una mano antica, una più recente, e poi fogli sciolti in una lingua che sembra la nostra.
Tre voci: La prima è quella di Dho at Oxedet Un uomo, un mago? che ha il dono raro e pericoloso di vedere il tempo non come gli altri lo vivono, ma come una sostanza malleabile, una corrente che può essere letta, seguita, a volte piegata. Un uomo che ha attraversato deserti, accademie, guerre e tradimenti inseguendo una conoscenza che forse nessun uomo dovrebbe avere. E che un giorno si trova davanti a qualcosa che nemmeno lui sa affrontare. Un luogo fuori dal tempo. O forse, un tempo fuori dal luogo.
La seconda voce è quella di Dhren-el Sharif: accolito, testimone, amico fraterno. Colui che resta quando Dho non c'è più.
La terza voce è diversa e straniante, lontana eppure molto vicina. Il corpo ricorda prima della mente. È questa la frase attorno a cui ruota tutto, il tema, il meccanismo, la rivelazione. Il bisogno di non dissolversi nel tempo. Un romanzo che si legge su livelli simultanei: come avventura in un mondo semi medievale, come storia di amicizia e perdita, come puzzle narrativo in cui ogni pezzo seminato nelle prime pagine trova il suo posto nell'ultima riga. Ma il significato di tutto è capire il nostro ruolo nel mondo, nel tempo, nella storia, nella vita degli altri. Come ogni persona che incontriamo cambia non solo il nostro presente ma anche il nostro futuro e in definitiva micrometricamente anche il futuro del mondo intero.