Ogni cosa che ho ammirato, l'ho ammirata silente in un angolino buio, completamente circondato dall'oscurità che mi celava agli occhi della cosa ammirata.
Ma quando essa mi intravedeva e si avvicinava, coprivo il mio volto con le mani.
Con voce dolce e calma mi diceva di non temere e mi prendeva le mani, scostandole dal mio pallido viso.
Notó le mie occhiaie, le labbra torturate dai morsi, gli occhi come due buchi neri sempre vacui ed i capelli in perenne disordine.
Ma disse che non le importava e mi fece sentire importante, amato, lentamente mi faceva uscire dal buio dove mi ero rifugiato come uno scarafaggio.
Non credevo potesse esistere qualcosa di bello fuori dalla mia caverna; quanto mi sbagliavo.
Lei, che ammiravo da lontano, aveva occhi solo per me e fece risvegliare qualcosa che credevo morta per sempre: la capacita di potermi innamorare.
Il mio naso contro il suo, il mio sorriso che si apriva all'unisono con il suo, le sue risate, le notti passate assieme, le canzoni condivise, i pensieri scambiati, i commenti di chi ci scherniva, di chi non approvava, non avevano più la minima importanza ora che eravamo l'uno accanto all'altra, a sostenerci, a tenerci in piedi, a curarci.
Ma, un giorno, lei posó il suo sguardo su un altro ed in breve cadde fra le sue braccia e quello che noi avevamo costruito in mesi comincio a sgretolarsi rapidamente, a cadere sotto i miei piedi e...Non avevo nulla a cui appoggiarmi.
La chiamavo a gran voce ma non si voltava.
Sorrideva e aveva gli occhi luccicanti per lui solo.
Ed io, abbandonato ed illuso, tornai indietro; la schiena spezzata, le gambe piegate, i piedi che a fatica sollevavo, lo sguardo perso, lasciai che il buio mi riavvolgesse e mi cullasse nuovamente.
Mentre lei fuori mi chiamava, di rado, quando si ricordava, quando si annoiava e non aveva altri attorno, tempo qualche minuto e poi svaniva anche per giorni.
Là fuori non ci sono cose meravigliose, è tutto buio, con un'intensità diversa dalla mia mente.