Prologo

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A tutti i coloro che non sanno cos'è l'amore e lo sognano ardentemente.
Un giorno il vostro cuore batterà per due.



Cassandra

Ero stata cresciuta in una bolla fatta da sfarzo e sorrisi tanto luccicanti quanto finti, per questo meglio di chiunque altro sapevo che la felicità non te la davano i soldi, quella purtroppo non aveva prezzo.

Non per me. Una ragazza di diciotto anni con i genitori assenti, sempre in viaggio e troppo presi dai loro affari. Una ragazza costretta a vedere come figura materna la domestica piuttosto che la madre biologica, la donna che l'ha messa al mondo. Una ragazza che non riceve una carezza dal padre dagli anni dell'asilo, forse anche da prima perché non ne ha mai avuto il tempo.

Ho sempre pensato che i soldi non potessero compensare l'amore mancato da un genitore, figuriamoci due ma i miei genitori non erano dello stesso avviso, infatti tutto ciò che ero riuscita a ottenere da loro erano regali, oggetti materiali che per quanto sul momento mi appagassero dopo poco diventavano soprammobili. Era il loro modo di compensare a ogni mancanza, mi viziavano e ne erano anche consapevoli, non solo mi davano qualsiasi cosa io volessi ma mi facevano fare anche tutto ciò che mi passava per la testa, senza proteste, nemmeno quando quello che volevo fare era palesemente inadeguato per la mia età, stupido o persino pericoloso.

Dovetti quindi imparare quasi tutto da sola, senza una mamma pronta ad ascoltarmi e darmi consigli né un papà premuroso e apprensivo che potesse proteggermi quando tutto diventava troppo, troppo doloroso, troppo difficile. Tra le tante cose che imparai, quella che forse mi tornò più utile è l'arte di sdrammatizzare per poter vedere sempre il lato positivo.

Solo facendo questo riuscivo a sopportare quel vuoto che sentivo in mezzo al petto, un senso di inadeguatezza che mi perseguitava anche nei momenti felici.

Inoltre mi aggrappavo al fatto che, il lavoro fatto dai miei genitori per garantire a me e ai miei fratelli quello stile di vita, fosse l'unica cosa decente che avessero fatto, soldi e superficialità a parte.

Sono nata a Malibù, a un passo dal Pacifico e per me non c'era posto al mondo più bello, nonostante avessi visitato posti da cartolina. Vivevo con i piedi sporchi di sabbia perché la passeggiata in spiaggia, all'alba e al tramonto era il mio momento di pace. Indossavo quasi tutto il giorno il costume da bagno, perché non aveva importanza se fosse estate o inverno, se le temperature fossero alte o basse, non potevo rinunciare al mio bagno nell'oceano. Di conseguenza i miei capelli non erano mai asciutti, ma non me ne curavo, l'unica cosa importante era godermi tutto il meglio che Malibù avesse da offrire.

Era stato bello vivere lì, se fosse stato per me non avrei mai preso la decisione di cambiare città, purtroppo i miei genitori si e a breve avrei lasciato quel paradiso.

Quando tornarono dal loro viaggio d'affari a Dubai comunicarono a me e ai miei fratelli che presto avremmo traslocato, quindi che non avremmo più abitato nella soleggiata Malibù ma al 432 Park Avenue di New York. Sapevo di non star andando a vivere in una fogna del cazzo ma la rabbia mi travolse comunque, davvero non sapevano quanto potesse essere dura per un adolescente abbandonare i propri spazi, le abitudini e adattarsi ad un nuovo ambiente?

Certo da loro che sono l'emblema dell' egoismo, del menefreghismo e della superficialità non potevo aspettarmi di meglio. Non si sono mai preoccupati per me o per i miei fratelli, ma mi fu impossibile non notare che questo atteggiamento denotava anche una scarsa conoscenza dei loro stessi figli.

𝐂𝐨𝐥𝐥𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora