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<<Stop! Perfetta!>>

Due semplici parole che fecero sciogliere tutto il tormento che avevo provato solo pochi istanti prima come neve al sole.
Più questo scemava più una calma, che io sapevo essere apparente, si estendeva senza tregua sul mio volto dalla carnagione chiara e i lineamenti poco marcati.
Le labbra carnose finalmente libere dalle parole si distesero serene sollevando gli angoli mente le mani sciolte da ogni tipo di costrizione si unirono al coro di applausi che segnavano ogni fine ripresa.

A passo lento ma deciso raggiunsi Daniele, il mio manager, che mi aspettava oltre quella linea immaginaria che divideva la realtà dalla finzione sorreggendo una vestaglia bianca.

<<Complimenti, ottimo lavoro>> disse orgoglioso in un sorriso quando gli fui vicino e avvolgendomi le spalle con quel tessuto morbido dal dolce profumo di iris e vaniglia. Uno dei miei preferiti. Chiusi gli occhi quel poco che bastò per assaporarne ogni nota dolciastra. <<Pronta per la prossima tappa?>> chiese.

Mi voltai a guardarlo liberando i lunghi capelli castani dal peso di quell'indumento poi strinsi la cinta in vita sorridendogli.

Erano cinque anni che non facevo altro che volare da una città all'altra completamente immersa nel lavoro, eppure non mi sembrava mai abbastanza. Forse perché alle spalle non avevo altro che una casa completamente vuota avvolta in un dolore inguaribile.

<<Quando si parte?>> replicai.

Riempire le mie giornate fino al limite mi aiutava a boccheggiare tra la vita che andava inesorabilmente avanti e i ricordi. Bastava poco: un incubo, una frase, due sconosciuti per strada, le battute di una scena... Insomma un semplice e insignificante granello di polvere in una vita frenetica per farmi cadere ogni volta nel baratro più profondo.
Ero fragile, rotta, ma non con le telecamere accese. Lì tutto cambiava. Lì potevo essere chiunque altro non fosse me nella mia vita a metà.

Certo, non era facile usare gli squarci della mia realtà per camuffare quelle cinematografiche, ma sapere che queste ultime avevano sempre una fine mi dava speranza. Forse un giorno anch'io sarei riuscita a trovare quel punto che avrebbe tramutato le mie ferite in cicatrici, ugualmente indelebili ma almeno non più sanguinanti.

Daniele abbassò lo sguardo sul quadrante rotondo in bella vista sul suo polso. I numeri indicavano che erano le 19:47.

<<Tra circa un'ora..>> rispose, poi arricciò le labbra in una smorfia di afflizione e scosse il capo. <<Dannazione, le riprese sono durate più del previsto!>> farfugliò tra sè.
Sollevò il viso fissando i suoi occhi azzurri nei miei che, proprio come il mio animo, cambiavano a seconda della luce che vi penetrava mescolando toni dal verde al marrone e dispiaciuto continuò. <<Credo proprio di aver esagerato nell'incastrare tutti i tuoi impegni. Per colpa mia oggi non hai avuto un attimo di respiro. Hai già saltato il pranzo e ora dovrai rinunciare perfino alla cena. Sono davvero un pessimo manager>>

Il capo gli scivolò per terra, come l'umore. Ogni poro della sua pelle emanava frustrazione e preoccupazione.

<<Sciocchezze>> minimizzai tentando di rassicurarlo. Arrotolai una ciocca di capelli tra le dita e seguendone i movimenti iniziai a giocarci disinvolta. <<Se è la cena quello che ti preoccupa posso farla benissimo in volo o meglio ancora in un ristorantino tra uno scalo e l'altro>>

In realtà ero esausta ed affamata ma non volevo che si sentisse in colpa. Ero stata io a chiedergli di aumentare il carico degli impegni. Lui non aveva fatto altro che accontentarmi. Lui conosceva il mio bisogno inespresso di non cadere in frantumi. Una sensazione che, seppur nata in circostanze e tempi diversi, aveva provato sulla sua stessa pelle.

Ciak...Amore! (1° Parte)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora