Dove c'è molta luce, l'ombra è più nera

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Tutto quello che poteva essere definito arte, era parte di me.

Vedevo dentro un tramonto, la creazione di un quadro, dietro una canzone, il nascere di una storia, dietro un sorriso, la possibilità di accrescere il mio bagaglio culturale e, dietro il silenzio, dietro il silenzio vedevo l'essenza della creatività, creare dal niente, il tutto.

Non sono mai stata la figlia che mio padre avrebbe voluto, non amavo i numeri fini a se stessi, i calcoli, dover dare un costo e un'etichetta alle cose.

"Spirito libero", ecco come mi ha definita lui, quando, dopo anni di lotte, mi disse che avrei potuto fare quello che preferivo, ovvero, una cosa del tutto inutile, che avrebbe dato fondo ai suoi risparmi, per lasciarmi poi, in mezzo ad una strada.

Avrei voluto renderlo fiero di me, ma egoisticamente non me n'è importato più, dal giorno in cui ho messo piede all'accademia d'arte.

Capelli colorati, orecchini e tatuaggi, vestiti stravaganti, ed una moltitudine di pensieri da poterne venire travolta.

I miei capelli rossi e mossi, i miei occhi scuri, incorniciati da un fitto agglomerato di piccole e graziose lentiggini e da una linea di eyeliner nero, che finiva con una bella punta all'insù, non erano niente di speciale, ne troppo normale, ne troppo strana, eppure in quel posto mi sentivo davvero accettata, davvero me stessa.

Ad ogni lezione un'aula diversa, visi diversi, nuovi input, stimoli, sorprese.

Ma nessuna sorpresa, avrebbe mai superato quella di trovare Zayn Malik nella mia aula, seduto su uno sgabello, di profilo, gli occhi chiusi e la bocca leggermente imbronciata.

All'epoca ovviamente non sapevo il suo nome, non sapevo niente di lui e non avrei mai creduto che sarebbe stato così eccitante, non sapere niente di una persona.

Ho preso posto nel primo cavalletto, avevo occhi solo per lui, perché, sebbene fosse completamente vestito, la mia mente e le mie mani stavano già per addentrarsi in luoghi sconosciuti.

È stato difficile aspettare che tutti prendessero posto, che il professore ci desse la consegna, che calasse il silenzio, e lui in quel tempo, non aveva mai aperto gli occhi, non si era mai spostato, come se non appartenesse a questo mondo.

"Esprimere un'emozione in scala di grigi", questa era la nostra consegna e già sentivo che niente, avrebbe mai potuto rendergli giustizia, quanto la mescolanza di nero e bianco.

Appena la matita ha toccato il foglio, il resto è svanito, c'eravamo solo io e lui, la mia mano che vagava da sola, mentre mi perdevo in quella perfezione irreale.

Il naso dritto.

La barba curata.

La bocca marcata, con il labbro inferiore leggermente più carnoso.

Le ciglia lunghe e nere, nere come la notte e come quei suoi capelli folti. Tanto da desiderare di farci scorrere le dita attraverso, solo per scoprirne la loro setosità, la loro morbidezza.

Bello, un aggettivo che sembrava riduttivo affiancato a quei lineamenti così perfetti.

Non mi sono resa conto dello scorrere del tempo, so solo che quando il professore ci annunciato la fine della lezione, e che ci saremmo rivisti la settimana seguente, credo di essermi sentita come se i polmoni mi venissero strappati, come se l'aria mi venisse meno e non riuscissi a darmi la spinta per risalire.

Sono uscita per ultima, l'ho guardato alzarsi, senza mai cambiare espressione, infilarsi un giubbottino di pelle con la cerniera laterale e ringraziare il professore e alla fine, prima di uscire, quando ormai ero arresa a dover aspettare un'intera settimana prima di vedere il suo sguardo, lui si è girato e ha incrociato quei suoi occhi affusolati e di un liquido color caramello, con i miei.

Dark Angel || Z.MDove le storie prendono vita. Scoprilo ora