Una notte di terrore

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AlhenaDevon ho scelto la seconda traccia

Strano come la vita possa cambiare... e mai immaginai di ritrovarmi disteso su un tavolo ossidato e freddo come una lastra di ghiaccio. Legato mani e piedi con delle stringhe di cuoio nere. E mentre il mio sangue ribolliva nelle vene per il terrore che stavo provando, sentivo come sottofondo un rumore di chiodi cadere a terra intanto che, accovacciato sulle sue ginocchia, sedeva a fissarmi una figura dai contorni antropomorfi ma che l'intero corpo era di un colore nero opaco ma ad alternanza di alcuni secondi, diventava sul lucido . Sembrava una grossa macchia nera che, più la fissavi e più ti sembrava di esserne risucchiato dentro. L' unica cosa che spiccava da quella pozza scura era il suo unico occhio destro, di un colore giallo ambra.

Tutto era iniziato in un pomeriggio di giugno, dove il caldo e l'afa erano insopportabili. Dentro casa, tra le quattro mura, non si ci poteva minimamente stare ma, fuori con quel sole cocente che ti manda il cervello in pappa neppure; in parole povere eri in trappola.
Mentre mi passavo un cubetto di ghiaccio sull'addome qualcuno suonò al campanello; con slancio uscii dalla cucina e andai ad aprire, e proprio in quel momento cominciò il mio inferno. Aprii la porta e sullo zerbino mi si presentò un uomo che era la metà della mia altezza, e io sono uno e novanta. Guardandolo dall'alto potevo scorgere i suoi capelli di un grigi spento e secchi. Era vestito in un modo molto elegante, quasi sembrava uno di quei maggiordomi della televisione. Sanza alzare il capo cominciò a parlare. "La signorina Sibieri? Elizabeth Sibieri?" Aveva uno strano accanto marcato, ma che allo stesso tempo scandiva attentamente le parole. Con voce riluttante risposi di . Emanava un'aura inquietante e ciò mi faceva uno strano effetto.
"La informo che, con la morte del vostro patrigno, voi e i rispettivi altri quattro figli siete invitati a soggiornare per l'intera giornata di oggi nella sua umile dimora."
Cosa? E perché mai? Ormai il mio patrigno era morto dallo scorso mese, perché ora? E quale scopo?
"E se non volessi venire?" Alle mie parole, l'anziano alzò finalmente il volto, ma vedendo quegli occhi neri come la pece mi venne la pelle d'oca. Feci un passo indietro. "Mi duole contraddirla ma, ormai è stato preparato già tutto. Gli altri vostri fratelli e sorelle si stanno già dirigendo là." Sospirai, qualcosa mi diceva che avrei fatto bene a non chiedere altro. "Va bene, ho almeno il tempo di prepararmi?", chiesi. "Certo signorina, l'aspetto giù."
Richiusi la porta, chiusi gli occhi e feci un gran respiro per calmarmi, ma non ci riuscii, era come se avessi un peso addosso. Lentamente sollevai le palpebre e con sguardo sfuggito guardai il mio riflesso nello specchio del soggiorno e mi servì tutto l'autocontro che avevo per non urlare. Feci immediatamente uno scatto in avanti per lo spavento ma, guardandomi sopra la spalla non vidi nulla. Tremolante tornai allo specchio, ma stavolta dietro di me non c'era niente, al contrario di prima che avevo creduto di aver visto qualcosa di raccapricciante sulle spalle. Appoggiai le mani sui miei occhi e li stropicciai, il caldo mi stava dando proprio alla testa.

Aggiustandomi la gonna del vestito nero cominciai a scendere le scale. Una volta fuori, il piccolo uomo aspettava in piedi sul marciapiede accostato ad una Porsche vecchio stile, ovviamente di colore scuro. Salii sul sedile di dietro e mi resi conto del bellissimo interno. Peccato che però, l'odore che emanava era qualcosa di pestilenziale: come qualcosa di marcio lasciato al sole per ore ed ore. Ma non sapevo da dove potesse venire, le condizioni della macchina lasciavano trasparire una grande pulizia. Abbassai il finestrino e i miei capelli color castano si spettinarono da tutte le parti per colpa del vento.
Non ero mai stata nella casa del mio patrigno, non che ci volessi andare. Anzi, non so neanche de il perché mia madre l'abbia sposato. Forse per i soldi? Be', tanto è morta solo un anno dopo il loro matrimonio. Può sembrare che l'abbia presa con superficialità, ma non era così. Ma di questo meglio non parlarne.
Dalla strada di Valeggio mi ritrovai fuori città, su un percorso poco asfaltato, o così dicevano le testate tirate al tettuccio.
Entrammo in un vecchio cancello arrugunito che si affacciava su un lungo viale che arrivava ad un portico di pietra, dove era situata l'entrata della casa.
Uscita dall'auto, dietro di me, il sole stava ormai tramontando oltre due colline. La foschia della sera che si stava alzando mi colpì con un'ondata fresca il viso, ma quando mi girai verso la casa, un'altra folata fredda mi colpì il volto e le spalle ma, sta volta, mi fece rabbrividire e risentii quello stesso peso di qualche ora fa. Ignorando ciò, mi incamminai dentro la dimora. Al contrario di quello che avevo immaginato, la casa si prestava in umili condizioni e anche all'interno si presentava bene. La moquette, i mobili, le pareti con appesi quadri astratti, erano tutti tirati a lucido.
Il maggiordomo mi fece segno di seguirlo e mi portò in soggiorno dove Samuel, Rachel, e Susan erano seduti sui divanetti. Tutti si girarono a guardarmi, chi con aria scocciata e chi indifferente. Solo Susan mi venne ad abbracciare: lei era l'unica che mi aveva accettata senza ma come sua sorellastra, mentre gli altri no. Pensandoci non vidi Lucas, il più giovane dei quattro fratelli. Che non sia ancora arrivato?
Dall'altro lato della stanza, fuori dalle finestre non si intravedeva nulla: era tutto buio, il che era strano visto che il sole ci avrebbe messo ancora un po' per scomparire. Ma non ebbi il tempo di avvicinarmi che qualcosa mi teneva ferma lì. Pensavo fosse Susan, ma quando mi girai lei era accanto a me ma abbastanza distante da non riuscirmi neppure a sfiorare. Il volto mi si contrasse e il cuore si appesentì, anzi sentii tutto il corpo stringermi da qualcosa, come se qualcuno mi stesse tirando da dietro. Un capogiro tremendo mi si insediò nella testa: iniziavo a vedere tutta la stanza girare su se stessa. Ad un tratto udii una voce famialire chiamarmi. <Ely. Ely!> la voce si faceva sempre più vicina quando, di scatto, riaprii gli occhi. Mi ritrovai davanti Susan che mi scuoteva il braccio sinistro. <Ely, tutto bene?!> Battei le palpebre ripetutamente prima di annuire, ma mi sentivo ancora un tantino stordita. Improvvisamente, davanti ai miei occhi, si accasciò a terra sulle sue ginocchia. Si teneva appoggiate entembe le mani sul petto mentre il suo viso era strizzato, come se stesse ricevendo un dolore atroce. Neppure il tempo di aprire bocca che la porta, da cui sono entrata, si spalancò con un grande boato. Da lì uscì, urlante, una sagoma dalle fattezze umane con delle fiamme per tutto il corpo. Appena si avvicinò, non mi ci volle molto a riconoscere il volto di Lucas tra le fiamme. Il cuore mi si strinse, gli occhi mi si dilatarono per l'orrore a cui stavo assistendo. Sentivo i sospiri di paura degli altri mentre assistevamo a quella scena. Il suo volto si era ormai del tutto carbonizzato, facendo vedere i muscoli facciali sanguinanti. Strinsi gli occhi più forte che potevo prima di sentire un forte tonfo e le urla strazianti farsi meno forti, fin quando non cessarono del tutto. Com'era potuto accadere una cosa del genere! Mentre le fiamme diventavano sempre più piccole, lasciando il corpo di Lucas immobile scoperto giacere a terra, Samuel provò ad avvicinarsi al, presumibilmente, cadavere. Io mi girai di scatto da Susan, che avevo dimenticato per qualche secondo, ma non c'era più, scomparsa. Allungai lo sguardo sui divanetti e Rachel era ancora lì immobile, impietrita come se fosse una statua. Con l'intento di vedere se stava bene mi avvicinai ma, venni bloccata da qualcosa di spaventoso. Sempre da quella porta uscirono due cani, pitbull credo, che non avevano per niente una bella c'era. Dalla bocca gli usciva della roba bianca e ringhiavano in una maniera assurda, intanto che i loro occhi balzavano da una persona all'altra, quasi stessero scegliendo il pasto più appetitoso. Samuel, lentamente, fece dei passi indietro e nel momento in cui si girò a guardarmi, i suoi occhi si riaccesero. In quello stesso istante entrambe le bestie si accanirono contro di noi e Samuel corse verso di me superandomi. Mi voltai a guardarlo e mi accorsi di alcune scale che portavano su; ma prima di inseguirlo rimasi a fissare, raccapricciata, uno dei cani azzannare il collo di Rachel, che stava ancora ferma in silenzio lì, come se la paura avesse preso possesso di lei tanto da farla rimanere paralizzata. Ma non indugiai per altro tempo e mi misi a salire quelle maledette scale di corsa. Il cuore mi batteva in una maniera incredibile. Mi si aprì un corridoio con affacciate tre porte. Provai ad aprire la prima, ma non si aprì. Controllai la seconda e per fortuna si aprì e, senza vederne l'interno, la richiusi alle mie spalle. Tremavo. Sudavo: mi sentivo svenire. Feci dei respiri a pieni polmoni prima di girarmi a guardare. E be', ributtai tutta quell'aria che avevo preso nei polmoni per urlare. Era una piccola stanza poco illuminata, ma abbastanza da intravedere dei corpi nudi e gocciolanti di sangue appesi al muro. Riaprii di nuovo quella porta e mi scaraventai fuori. Mi sentivo mancare l'aria. I due cani, dove uno di loro aveva il muso sporco di rosso, erano in fondo al corridoio. Appena mi videro non persero tempo ad inseguirmi. Corsi dalla parte opposta, dalle scale, e nello stesso momento che stavo per scendere il primo gradino vidi la prima porta, prima chiusa, ora aperta. Senza pensarci due volte sgattaiolai dentro. Pensavo di averla scampata un'altra volta da quei cani ma non era così. Uno dei due era riuscito a prendermi dalla gamba. Le sue zanne mi si stavano conficcando nelle carne sempre più profondamente. Il dolore era maledettamente tremendo. Mi serviva qualcosa per colpirlo, ma in quella situazione non avevo nulla a portata di mano, quando mi venne un idea. Con un po' di forza in più, tirai più dentro la gamba tanto da far entrare anche il muso della bestiola dentro: ed era lì che gli sbattei ripetutamente lo spigolo della porta. Sentii un guaito e poi finalmente lasciò la presa. Chiusi la porta e stavolta non sarei uscita per nulla al mondo. Grazie al cielo era solo una camera da letto: con un letto, un armadio, un comodino ed una finestra. Mi avvicinai, velocemente, a quest'ultima. Nulla, non si vendeva niente. Era come se l'intera casa fosse ricoperta da un alone. Socchiusi gli occhi per un secondo e appoggiai la fronte sul vetro, esasperata. Perché stava succedendo una cosa del genere? Perché a me, poi?! Ad un tratto sentii una presenza dietro di me, di nuovo. Ricominciai a tremare come una foglia e con gli occhi chiusi mi girai. Aspettai alcuni secondi prima di riaprirli, ma non c'era niente! Subito mi sentii sollevata ma, nel momento stesso che sollevai lo sguardo, una creatura poco distinta mi si accanì addosso. Dopo ciò non ricordavo più nulla se non il mio risveglio sul quel tavolo da autopsia, quelli che usavano negli ospedali. In alto attaccato al soffito, c'erano degli strani aggeggi appuntiti e mi venne subito il mal di stomaco. Inaspettatamente, sentii una mano tenermi la testa e un forte rumore che aveva tutta l'aria di essere una trivella elettrica. Sbiancai del viso e le mie pupille uscirono degli occhi tanto ero spaventata per ciò che stavo per ricevere. Appena qualcosa di freddo e pungente mi si posò sulla tempia, le lacrime cominciarono a sgorgarmi per tutte le giancie. Sentivo la vite sempre più in fondo quando, di soprassalto, aprii gli occhi e mi scaraventai con la schiena in avanti. Ero nel mio letto, tra le mie coperte, nella mia stanza: cazzo, era tutto un dannatissimo incubo. Richiusi gli occhi e mi rimisi con la testa sui cuscini, facendo un respiro di sollievo. Ma in quel momento di pura calma, sollevata di essere tra quelle quattro mura di casa, delle gocce bagnate e fredde mi caddero sul viso. Me le asciugai con la mano e per l'ennesima volta riaprii gli occhi.
Non ebbi nemmeno il tempo di deglutire che..
<BUH!>

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