<Me and my head high
And my tears dry
Get on without my guy...>
Canticchiavo la strofa di una delle canzoni che più mi rappresentavano in quel momento: Back To Black, Amy Winehouse; Adam, il mio ragazzo, mi aveva lasciato a causa di questo mio stupido viaggio, non appena glielo dissi nel poco arco di tempo che ebbi a mia disposizione.
Osservavo assorta il paesaggio fuori dal finestrino; dall'alto si estendeva infinito il Mare del Nord: una distesa immensa di sola acqua...Mi sentivo un po' come quel posto: vuota. Avevo abbandonato qualsiasi cosa: la Sicilia, la mia isola, casa mia, la scuola, le emozioni che mi regalava la vista delle onde che si abbattevano sugli scogli, il caldo Sole del sud Italia che baciava la pelle... tutto.
"Domani partiamo e ce ne andiamo da qui... andiamo nella famosissima 'piccola Venezia', non sei felice?" Mi disse mio padre con un ghigno stampato sulle labbra.
"Finalmente ce ne andiamo da questo posto di merda! Dici sempre che vuoi cambiare, viaggiare, andare via da qui... eccoti accontentata" aggiunse a braccia aperte con un sorriso falso a trentadue denti, mentre camminava avanti e indietro per tutto l'appartamento.
"Stai scherzando spero!" Lo guardai sbigottita.
"Guarda che hai sbagliato calendario: oggi non è 1° aprile" cercai una motivazione per quella notizia, ridendo nervosamente.
"Picciotta, non sto scherzando, e lo so che non è 1° aprile... dai, vai a preparare la valigia che partiamo dopo pranzo" rispose sbrigativo dandomi le spalle e avvicinandosi alla sua scrivania, dove prese una bottiglia di birra, portandola alle labbra.
"Cosa? Dopo pranzo?? Grazie per la considerazione!" Dissi alzando il tono della voce.
Sentivo gli occhi bruciarmi.
"Ditemelo direttamente quando stiamo in macchina, a questo punto! Tanto a me cosa cambia? Niente, no?" Risposi gridando.
" E la scuola, i miei amici,...? Lasciamo tutto? " Cercai un appiglio per rimanere, anche se sapevo che mio padre sarebbe rimasto sulle sue posizioni.
"Primo, te non hai amici..."
Era vero, non avevo mai legato con nessuno, ero convinta che la gente non mi capisse.
"...secondo, si... lasciamo tutto. Questo posto non fa più per noi" rispose concludendo la conversazione e lasciandomi lì, da sola, con un senso di vuoto dentro.
Poggiai la testa tra il sedile e il finestrino facendo finta di dormire. Avevo iniziato a farlo a cinque anni cosicché, quando ero arrabbiata con i miei genitori, potessi non parlargli e ascoltarli sparlare delle persone.
Ormai era una cosa quotidiana farlo. Mi divertivo ascoltarli parlare male dei loro colleghi e, quando li invitavano a casa, osservavo quanto riuscissero ad essere falsi e a fingersi loro grandi amici.
"Ameera, sveglia Joyce che siamo arrivati!" Parlò mio padre alla donna accanto a lui, con sguardo fisso su un giornalino di modelle.
Quella mattina, mia madre non portava il solito niqab nero (comunemente confuso con il burqa) come tutti gli altri giorni, ma un semplice velo blu scuro che copriva testa e spalle. Aveva la carnagione sul dorato, con degli enormi occhi blu e folti capelli neri.
"Amore,sveglia...stiamo atterrando; siamo arrivati ad Amsterdam: la nostra nuova casa " disse mia madre poggiandomi le mani sulle spalle e pronunciando l'ultima frase con voce malinconica.
Feci finta di svegliarmi e mi stropicciai gli occhi. Le osservai il volto, e quegli enormi occhi, gli stessi che avevo io, parlavano di amore e tristezza... l'amore verso l'unica figlia rimasta e la tristezza per la sua vita... la stessa vita che non aveva chiesto lei; costretta dalla sua famiglia a sposare papà per un favore offertogli al padre di lei moltissimi anni fa, ora era costretta a vivere con un uomo autoritario, un figlio morto in missione e una figlia schiva.
"Buon giorno amore... dormito bene?"
Mi chiese sorridendo gentilmente.
"Mh mh! "Annuii assonnata mentre l'aereo si fermava e la luce che diceva di mettere le cinture si spegneva.
Erano circa tre ore che stavo seduta e, alzandomi mi stiracchiai un po, alzando la maglietta nera e scoprendo appena la pancia.
"Joyce! Prendi le borse" mi ordinò mio padre con voce possente.
"Amore, abbassa la voce, siamo in aereo" gli disse mamma con voce tranquilla, accarezzandogli il petto.
"Ma levati! Non sei tu che decidi cosa devo dire io! E non ti azzardare a toccarmi " Le urlò lui spingendola su un sedile.
"Papà! Smettila! Lascia stare mamma!" Gli risposi a tono. Di tutta risposta ricevetti un ceffone in pieno volto.
Sull'aereo era calato il silenzio. Il rumore dello schiaffo risuonava nella mia testa come un tuono... l'ennesimo tuono.
Mi sfiorai con la mano il punto in cui mi aveva colpito, e prendendo la borsa dalla cappelliera, mi avvicinai all'uscita.
"Ahah! Che giocherellone che è mio marito. Fa sempre così..." provò a smorzare la situazione mia madre ridendo nervosamente.
"Cammina e sta zitta".
Lui prese Ameera per un braccio e la spintonò lungo il corridoio in direzione dell'uscita.
"Già... fa sempre così" ripetei a bassa voce.
STAI LEGGENDO
Ritrovandosi
RomanceA volte bisogna scappare per poter ritrovare se stessi. Scappare da tutto e da tutti, cambiando totalmente vita scoprendo un mondo che prima era completamente invalicabile... O almeno così credeva Joyce, classica ragazza studiosa e solitaria, con p...
