Ero piuttosto sconvolta. Dovetti entrare in casa e chiudere la porta a chiave per sentirmi protetta. "Oh...casa dolce casa!"
Avevo bisogno di una doccia. Slacciai la camicetta e la lascia cadere a terra, poi toccò alla gonna. Mi guardai allo specchio. Sentivo ancora il suo sguardo su di me. Basta Elena. Non essere sciocca! E' solo lavoro.
Mi tolsi l'intimo e mi buttai sotto la doccia. La doccia più lunga che avessi mai fatto.Alle 7 puntualmente suonò quell'odiabile sveglia. Era ora di alzarsi e iniziare una nuova giornata, andare in ufficio e poi in chissà quale carcere della città ad incontrare chissà quale criminale.
Non ero solita fare un'abbondante colazione anzi, un buon caffè e un biscotto mi avevano sempre soddisfatta ma quella mattina mi meritavo molto di più.
Latte, pane e marmellata fu la mia scelta definitiva. Non ricordavo l'ultima volta che mi fossi seduta al tavolo a consumare un buon pasto, lentamente, dando al mio stomaco il tempo necessario per digerire.Chissà cosa stava succedendo a Canton Mombello. Chissà come se la stava passando Martino lì. Insomma, un uomo elegante come lui non avrà vita facile chiuso in una cella con violenti rozzi criminali veri. Veri? Cosa vuol dire che non ritengo lui sia un criminale? Insomma, quelle ragazze, lui ha implicitamente confessato. Oddio Elena che stai facendo? Perché sono qui a pensare a lui mentre faccio colazione rischiando pure di arrivare tardi al lavoro? Che mi sta succedendo?
Il tempo sembrava essersi fermato, anche lui schierato contro la mia immane speranza di uscire da quell'ufficio il prima possibile. Un furtivo sguardo all'orologio di tanto in tanto, ma le lancette apparivano costantemente pietrificate nel medesimo punto fisso.
Quando iniziai il lungo e articolato percorso che mi avrebbe portato fin qui, ero più che convinta. Nessun dubbio mise a rischio la mia scelta.
Avevo sette anni quando mia madre si suicidò. Ne impiegai dieci per riuscire a parlarne o anche solo a pensarci. Fu probabilmente quel giorno, quando i miei compagni di scuola ancora non si preoccupavano di cosa sarebbe successo nel loro futuro, che io decisi il mio. Sarei diventata una psichiatra, avrei potuto aiutare chi ne aveva veramente bisogno, salvare vite, cambiare il mondo. Ero piccola, piena di sogni impossibili e, col senno di poi, aggiungerei ridicoli. Nessuno da solo può cambiare il mondo e di certo non sarei stata io a salvare le anime perse.
Così finii a lavorare in un modernissimo ufficio, a incontrare pazienti che non avevano ben chiaro la differenza tra uno psichiatra e uno psicologo e si ritrovavano sdraiati sullo scomodissimo lettino nero a pagare trenta/quaranta euro in più per un servizio di cui non necessitavano. Non so se parlare di un vero e proprio burnout, ma sicuramente il mio entusiasmo iniziò presto a svanire. Una lenta decadenza che non trovava cause e poi il definitivo disinteresse per un obiettivo tanto sudato e faticosamente raggiunto.
La vera svolta fu l'inizio della collaborazione del mio ufficio con diversi carceri della Lombardia e io risultai tra le migliori candidate.
Pensavo che sarebbe stato tutto più elettrizzante, certo non era ciò per cui avevo studiato, ma sicuramente migliore del tempo sprecato su una sedia ad ascoltare tristi storie di gente ferita dalla vita.
La prima volta che misi piede in un penitenziario rimasi però molto frustrata.
Carcere femminile. Lì dentro nessuno voleva il mio aiuto e l'unico scopo per cui lo stato mi pagava era avere le spalle coperte in caso di suicidio delle detenute. Il numero di persone che sceglievano di evadere dalla vita, non potendo fuggire a quelle sbarre di ferro, era ormai spaventosamente aumentato, ma a nessuno interessava veramente che io facessi un bel lavoro o potessi aiutare davvero quelle donne che la pubblica opinione aveva ormai condannato come irrecuperabili.
Forse mio padre aveva ragione, forse avrei dovuto optare per una lavoro più concreto. Ci sono troppi psicologi, psichiatri, psicanalisti e troppi pochi pazzi.
Per un attimo iniziai a pensare come sarebbe la mia vita ora se avessi scelto di diventare avvocato, o una poliziotta o perché no, un medico.
Il costante flusso di pensieri che stava affollando la mia mente mi aiutò ad ingannare il tempo. Le lancette si mossero leggermente fino a che la devota attenzione, che catalizzavo ormai completamente sull'orologio da parete, non fu bruscamente interrotta dallo squillo del telefono.
All'inizio pensai che fosse Marco, anzi sinceramente speravo fosse lui. Spesso mi chiamava sul numero del lavoro, sapeva che avrei risposto io. Eppure, dentro di me, nel mio profondo subconscio, mi ripetevo di non crederci troppo, ormai mi aveva lasciato da mesi e i miei ventidue messaggi li aveva sicuramente ascoltati già da tempo. Se davvero avesse voluto, mi avrebbe chiamato prima. Forse ci ha ripensato. Marco non ha mai saputo convivere con il mio lavoro e questo l'aveva sempre ripetuto, ma non mi era mai interessata la sua opinione o più probabilmente non avevo mai ascoltato realmente le sue parole da capire quanto la mia assenza lo ferisse. È un duro pegno da pagare per ogni donna che voglia far carriera. Quando vivi per lavorare nessuno riesce a starti dietro, nessuno comprende a pieno il tuo ritmo e ti ritrovi a trent'anni sola: rientri a casa e nessuno è lì ad aspettarti, nessuno ti cucina la cena o ti prepara un bagno caldo, nessuno corre per casa urlando 'mamma' e così gli anni passano, la sensualità perisce e l'orologio biologico bussa alla porta.
Risposi in un misto di speranza e rassegnazione, ma non ci rimasi troppo male quando a parlarmi fu il direttore di Canton Mombello, chissà, forse la mia parte razionale, consapevole che non potesse essere Marco, era molto più grande di quello che pensavo e stavolta prevalse.
<<Mi scusi il disturbo e il poco preavviso dottoressa, avremmo bisogno di lei oggi pomeriggio se è disponibile. Un detenuto: Ivan Martino, si rifiuta di parlare con lo psicologo messo a disposizione dalla nostra struttura, ha esplicitamente chiesto di lei>>.
Non so spiegare la strana sensazione che mi pervase, un brivido che mi scosse lungo tutta la schiena, forse adrenalina o forse solo stupore.
Ha chiesto di me.
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DOMINIO MENTALE
Mystery / ThrillerBasta una frazione di secondo per stravolgere la vita di una persona. La Dottoressa Elena costa aveva passato l'adolescenza a programmare tutto il suo futuro. Trascorreva le giornate immersa in quel lavoro per cui aveva duramente lottato, ma che co...