YEOLDASEOT | SPICCHIO QUINDICI

393 36 49
                                        

All'ingresso della piccionaia si erse il corpo piuttosto corpulento del vecchio Watanabe.

Questi guardò, o almeno guardò di sottecchi, i due ragazzi: il corvino e pel di carota, il quale avvinceva le braccia, ormai magroline siccome le pastiglie dimagranti erano pane quotidiano, al corpo del gatto dal colore del mallo del cocco.

Attaccò le magliette alle cordicelle, per sciorinare i panni, con le mollette.
Negli ultimi tempi aveva frequentato assiduamente lo psicologo essendo ormai nelle fasi ipomaniacali e bipolari propri di una vera depressione.
Di sicuro non si trattava della depressione di giovanetti in circa di attenzioni da parte degli altri.

Quel giorno aveva messo in serbo dello Shabu Shabu (una sorta di stufato di carne e verdurine), comperato ai carrozzoni di quei giorni di festa.
Lo avrebbe conservato perché la pancia gli pulsava per quel che questi credeva fosse l'aneurisma addomininale.
Non aveva smesso neppure un mattino per mancanza di senno di suonare il suo otamatone dalla forma della croma.

Aveva disturbato perciò molti dei suoi dirimpettai alle sei o sette della mattina di quei giorni.

Ma Jungkook in qualche modo non lo biasimava.
Sin da bambino aveva avuto una certa empatia verso i vecchietti.

Essere al lumicino non doveva essere bello.

Ridursi giorno dopo giorno al lumicino, e perciò essere in procinto di morire, non doveva essere bello.

Jungkook nella realtà non biasimava quasi nessuno perché di empatia ne aveva su scala industriale.
Però non lo mostrava.

La canzoncina, Rolling in the Deep di Adele, il suono della radio di uno di quei appartamenti fu moribondo e si tramutò subitamente in una canzone hit dell'estate duemilaventuno del Giappone.

Jungkook fece una sorta di inchino per salutare il vecchio Watanabe ma quest'ultimo imprecò e basta, parlando del gatto: «Kuso-neko
Maledetto gatto aveva detto.
Inoltre, molto probabilmente l'anziano depresso credeva che i due si stessero vedendo di sotterfugio. Anche perché vedersi in una piccionaia, un poco al di fuori del mondo, era una sorta di fuga.

«Lascia perdere.» disse Taehyung.
Diede una manata amichevole al maggiore sulla spalla rasserenandolo.

«Come dovrei chiamarlo, Taehyung?» domandò il maggiore dondolando il gatto il quale andava a più riprese biascicando miao.

«Non ha un collare? È di qualcuno del condominio?» domandò il corvino.
Quest'ultimo era a tre centimetri da pel di carota.

I barbagli di luce d'estate fecero accorrere lo sguardo di entrambi i ragazzi al sole delle undici e sette del mattino.
Sembrava una stretta di mano calda.
Riverberava un bel caldo.
Di fatto c'erano già trentasette gradi centigradi.

«Non saprei... ad ogni modo, finché non trovo il padrone starà con me. E devo dargli un nome.»
Jungkook aveva supposto che quel micio avesse avuto a che fare con il vecchio Watanabe.

«È un maschietto?»

Jungkook annuì.

«Chiamiamolo... appena mi viene un nome, te lo dico.» borbottò Taehyung.
Per lui la presenza del signor Watanabe gli era come quella di Fumiko, non gli faceva né freddo né caldo.
Piuttosto era giù perché il maggiore, il ventisettenne Jungkook (per quel poco che trapelasse dai suoi occhi, dalla sua bocca, dalle sue goti o, nell'insieme, dal suo viso), sapeva, era triste. 

Ma Jungkook era consapevole di sé.
E diceva a sé stesso di non essere triste.

«Jungkook, tu vuoi dei bambini?» chiese il corvino vedendo il vecchio Watanabe girare i tacchi.

UNDER YOUR BREATH, TAEGGUKLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora