(1968)
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alle mamme che si comportano da mamme,
alle persone che si comportano da mamme anche se non lo sono,
a chi – anche quando sbaglia – si comporta da mamma.
(E anche alle prime volte)
La pasta era buona, nonna Virginia simpatica e casa Balestra accogliente, eppure c'era qualcosa — nella mente del me ragazzino — che in quel momento non mi lasciava in pace, che non mi permise di godermi appieno la pasta, la compagnia e tantomeno l'atmosfera rilassata che si era creata.
Lello è cattivo, lo dice il rione... Lo dice mamma. Quella fu la prima volta che misi in dubbio qualcosa che disse mia madre, perché lei un motivo a sostenere la sua tesi non lo aveva, a differenza di Simone che «Non è cattivo, è solo diverso.»
Penso che alla fine decisi di credere a mia madre, se fosse perché la reputavo la cosa giusta o più facile non mi fu mai chiaro.
***
Il 30 marzo del 1968, all'uscita da scuola ci aspettò il professore, io l'avevo visto poche volte, da lontano, e mai affiancato a suo figlio.
Simone si accorse della sua presenza poco dopo di me e corse verso di lui, si lanciò fra le sue braccia e io provai un senso di incredibile gelosia in quel momento, una gelosia che mi prese più la testa che lo stomaco, più il cervello che il cuore.
Provai per la prima volta, inspiegabilmente, un'emozione in modo razionale.
«Ciao papà.»
«Oggi qualcuno fa undici anni.» ecco perché mi sembrava di essermi dimenticato qualcosa.
Dante — scoprii fosse quello il nome del professore — fece il nostro solito tragitto di ritorno con Simone alla sua destra e con me alla destra di Simone.
Era gentile e soprattutto era saggio, una saggezza diversa da quella di mia madre, una saggezza da libri a contrastare quella da esperienze personali di mia madre.
Festeggiai, complici le preghiere di Simone, il suo compleanno con loro e per la prima volta entrai in una macchina, me ne stavo seduto accanto a Simone con la cintura slacciata e le mani intrecciate sul bacino. Alla mia destra lui sembrava essere stato investito da una folata d'improvvisa euforia, aveva lo stesso sorriso di quando davamo da mangiare ai gatti randagi.
Capii che Simone, oltre ad essere un bambino solo, era un bambino attento ai dettagli e pronto a modificarli se mai non gli andassero bene. Simone raccoglieva gli uccellini traditi dalla loro stessa madre, abbandonati dalla natura e ignorati dal resto, e se gli morivano tra le mani lui piangeva così tante lacrime da affogarne il corpo ormai senza vita.
Giravamo senza meta e Simone raccontava al padre cose che ci succedettero mesi prima: gli raccontò di come ormai passasse più tempo a casa mia che a casa Balestra, gli raccontò di quando rubò i soldi dalla borsetta di Stefania e ci comprò merende e bibite.
Io temetti la reazione del professore, ma lui rise portando il capo all'indietro, e questo mi fece fidare un po' di più, solo un po' però, ché mi ricordavo delle nottate sveglio a cercare di calmare il pianto di Simone: «Nemmeno papà mi vuole più.» singhiozzava all'improvviso nel cuore della notte, e io mi svegliavo altrettanto improvvisamente e mi voltavo per vederlo immerso nel suo muco e nella sua disperazione.
Gli raccontò anche del nostro primo vero incontro nel bar di Mimmo, ormai era passato un anno.
«Le rubi ancora le caramelle?» mi chiese il professore, io balbettai prima di rispondere.
«No — mi guardò scettico e io finii per vuotare il sacco — n-sì, c-ioè, ognitantolofaccio.» decisi di parlare velocemente per cercare di far scivolare l'argomento, ché se ne avessimo parlato ancora un po' avrei finito per rivelare che con quelle caramelle ci facevamo pure le scommesse clandestine, e che lui era materia di scommessa per di più.
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Autobiografia di Manuel Ferro (1965)
Fiksi Penggemar"Perché ero un bambino con le domande nel cuore, e Simone sembrava avere le risposte negli occhi."
