Bianca: questo è il suo nome.
Bianca è una ragazza molto esile, alta poco più di un metro e sessanta; il suo viso è ugualmente piccolo, incorniciato da un caschetto color caffè; l’unico tratto distintivo, che, a malapena, ti permette di distinguerla in una folla di gente, sono questi enormi occhi, due mentine.
Le sue mentine hanno inevitabilmente carpiato l’attenzione di Giovanni, il suo compagno di università: un ragazzo molto alto e robusto; spiccava nella folla. Si conoscono in facoltà e, fin dal primo giorno, Giovanni è ammaliato dalla delicatezza di Bianca.
Saltando inutili convenevoli, Giovanni si decide ad invitare Bianca fuori a cena, dopo qualche mese di sguardi andati, secondo lui, a buon fine; Bianca, al contempo, sorpresa da quella gentilezza e quelle attenzioni per lei nuove, accoglie entusiasta questo nuovo corso della sua vita.
Una semplice pizzeria, niente di troppo impegnativo, è il programma per la serata: alle nove in punto Giovanni, da vero galantuomo quale è e, soprattutto, è convinto di essere, si fa trovare sotto casa di Bianca. La porta, per l’appunto, in una semplice pizzeria, vicino all’università, gestita da un amico di famiglia.
I primi minuti di ogni appuntamento sono sempre i peggiori: quell’imbarazzo per una situazione che si è creata, forzatamente, quel voler cercare ad ogni costo un qualcosa di cui parlare per non annoiarsi a vicenda, nonostante, dopottutto, nessuno abbia una vita così interessante. Tuttavia Giovanni aveva studiato nei minimi dettagli la serata: si era preparato un copione, una serie di argomenti già pronti, conscio, per altro, della timidezza di Bianca.
“Ti piace il locale?”, prima domanda di Giovanni, per tagliare quell’imbarazzo così ingombrante;
“Molto carino davvero, ci sei già stato?” risponde Bianca, accennando un sorriso.
“Con amici, il mese scorso, per festeggiare la laurea di Luca.”
Luca è un amico in comune conosciuto anche lui in facoltà: un prodigio di ragazzo, era riuscito a dare più esami possibili nell’ultimo periodo laureandosi con una sessione di anticipo.
“Pronti ragazzi? Posso prendervi le ordinazioni?” chiede un giovane cameriere, probabilmente in prova al ristorante visto il modo poco naturale con il quale tiene il piccolo taccuino per le ordinazioni.
“Allora per me una quattro stagioni e una bionda media.” risponde Giovanni, per poi posare gli occhi pece su Bianca in attesa di una sua risposta.
“E per me una vegetariana e acqua naturale, grazie.” afferma la ragazza per poi consegnare al cameriere i due menù. Il cameriere si allontana e, a questo punto, la conversazione può assumere dei contorni più definiti.
“Parteciperai al seminario del prof di penale?” chiede Bianca, ormai avendo preso coraggio.
“Non lo so… onestamente in questo periodo sono molto impegnato; penso di avere cose più interessanti da fare.”
Giovanni avvicina la sua mano e, delicatamente, la poggia sopra quella di Bianca quasi a voler indicare che tutta la sua attenzione è dedicata a lei.
“Ah capisco… e posso sapere come mai mi hai invitata?”
La domanda era più che lecita dal momento che, in facoltà, Giovanni non aveva mai osato rivolgerle la parola e le uniche informazioni che si erano scambiati erano strettamente legate agli esami della sessione successiva.
“Ero curioso di conoscerti, tutto qui.”, in modo secco Giovanni chiude lo spettro di curiosità di Bianca.
La serata, da questo punto, sembra quasi procedere: Giovanni aveva studiato il profilo di Bianca e sapeva della sua passione per il teatro: nello specifico, la ragazza frequentava il corso dell’università e, a maggio, avrebbe inscenato “Sogno di una notte di mezza estate”.
Allo stesso modo Bianca, come per qualsiasi esame, si era ugualmente preparata: di Giovanni la incusiosiva la passione politica, il suo modo di porsi con il prossimo, la capacità di essere convincente.
“Alla fine il teatro e la politica sono la stessa cosa, non pensi?” chiede Bianca, bruciapelo, cercando, forse, di collegare due interessi apparentemente così diversi.
“Stai dicendo che i politici sono degli attori?”
“In un certo senso: insceniamo tutti una parte e, soprattutto in politica, si cerca sempre di interpretare quella più amabile. L’unica differenza con gli attori è il contesto: noi fingiamo sul palco, voi nella vita.”, afferma Bianca risoluta.
È importante sottolineare che, ovviamente, a questo punto della serata le pizze erano già state servite e Giovanni, stupito, si stava quasi per soffocare con qualche boccone. La sua analisi di Bianca, fatta di acute osservazioni, non aveva considerato l’intelligenza, silenziosa, della ragazza: nessun grande proclamo, mai una parola in più, sempre una in meno, eppure corretta.
“E perché non ti esponi mai? Sei una ragazza sveglia, eppure sei sempre in disparte; non ti capisco.”
“Non mi capisci perché per te bisogna sempre dire qualcosa; a volte, se non si ha niente da dire, è più saggio rimanere in silenzio.”
I due si guardano e, inevitabilmente, ridono: sono consapevoli di aver detto cose vere di entrambi e, proprio per questo, la risata è il miglior antidoto per l’amarezza della verità.
“Perdonami, torno subito.”
In un attimo Giovanni si alza, in una frettolosa corsa verso la cassa. Bianca lo segue, sicura del suo intento e, al contempo, fortemente contraria.
“Troppo tardi, già pagato.” ridacchia Giovanni; dopottutto il gestore è un amico di famiglia. Bianca alza gli occhi al cielo, incrociando le braccia; se c’è una cosa che non tollera è che qualcuno paghi per lei.
“Va bene, ti offro qualcos’altro allora.” controbatte, appena usciti dal locale.
“Abbiamo già cenato ed è troppo tardi… Va bene così davvero.”
“Non esiste assolutamente, ci tengo Giovanni.”
I due si guardano qualche secondo: serata molto gradevole, cibo ottimo, compagnia apprezzabile; tutti gli elementi per un appuntamento perfetto ci sono, tranne, ovviamente, il bacio. Il bacio è il simbolo dell’appuntamento riuscito, della conquista raggiunta, la garanzia che, sicuramente, ci sarà almeno un secondo appuntamento.
Qualche secondo di silenzio e, in un attimo, Giovanni afferra il viso di Bianca e la bacia: in modo spontaneo, senza nessuna forzatura.
“Che ne dici di questo?” le sussurra all’orecchio dolcemente; le sue mani, grosse, cominciano ad avvicinarsi al corpo esile di Bianca, senza alcuna esitazione.
“Aspetta… non penso sia il caso.”
“Hai detto che volevi ringraziarmi…”
Giovanni continua, si avvicina al seno, porta la mano sotto la maglietta di Bianca; l’altra mano scende lungo il fianco, il via libera è stato dato.
“Basta, ti ho detto che non ho voglia.”
Adesso Bianca è risoluta, spinge Giovanni contro il muretto e, al contempo, si allontana verso la macchina.
“Pensi di poter fare così? Ho pagato la cena, tu mi devi questo.”
Queste parole, come un macigno, crollano sul cuore della ragazza, incredula: una gentilezza non fine a sé stessa, una cortesia, non richiesta, solo con lo scopo di avere il suo corpo?
Le mani di Giovanni, in modo morboso, cercano quel corpo inerme mentre Bianca, inutilmente, cerca di entrare nella macchina; al contempo appare un listino prezzi.
Il listino è il conto della cena: due pizze, un’acqua, una birra, i coperti; quarantacinque euro.
Due pizze, un’acqua, una birra, i coperti e quarantacinque euro sborsati e che, in qualche modo, devono essere ripagati; giusto? Sulla parte destra del conto c’è il costo umano della serata: gambe, braccia, viso, labbra. Ogni cosa ha un prezzo e, quella sera, per Bianca è subito lampante questo: se non paghi sei il prodotto.
Inizia la fuga: una fuga disordinata, frettolosa, forse incauta per sfuggire ad un gioco subdolo e assurdo: una fuga dall’essere oggetto per diventare soggetto attivo. Per le vie buie della città il corpo esile della ragazza cerca la luce, la speranza, la convinzione di non essere solo un pezzo di carne, la certezza che il suo consenso, da qualche parte, ha un valore.
Giovanni la insegue, morboso, avido di possedere quel corpo per il quale ha pagato e, di conseguenza, ha diritto di avere: è cimentata in lui la convinzione di essere il legittimo proprietario di quel corpo, di avere un diritto ad una prestazione, una soddisfazione sessuale.
Bianca diventa una gazzella: rapida, veloce, scattante, sente che il suo predatore le punta il fiato sul collo, sente la sua saliva pronta a mangiarla; Giovanni, al contempo, è un cane bavoso, gli occhi impregnati di sangue, la bava che lascia una scia lungo le vie della città.
La fuga è solo un breve intermezzo: un vicolo blocca il tutto e, in pochi secondi, la gazzella deve arrestarsi, scivolando sul bagnato: il cane si moltiplica, sono sette cani grossi e bavosi. A turno squarciano la pelle sottile della gazzella, la divorano come se fosse tutto ciò che stavano aspettando da tempo.
Rimangono solo le ossa di Bianca, sparse lungo la via unite al sangue dei suoi assassini.
Metafora della “Storia di una gazzella”, titolo del quadretto appeso sulla parete bianca, è l’immagine rappresentata nel quadretto stesso: il sesso è una fame di potere, di pressione, dimostrazione di potenza su un corpo inerme, fragile, morto.
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Fame chimica
Non-Fiction"Fame chimica" è un viaggio nell'ipocrisia dell'uomo: quel velo sottile che impedisce il crollo della società civile. È la scoperta, attraverso tre diverse situazioni, di questa controversa emozione che rappresenta la società odierna: "Fame chimica"...
