Veridiana

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Era una notte di ottobre, quando la nebbia copriva come un sudario le strade deserte di Veridiana, una città abbandonata a sé stessa da anni. Un tempo era un centro vivace, ma ora solo i fantasmi del passato sembravano abitare quelle strade lastricate. Le luci dei lampioni tremolavano, come se anche loro stessero per spegnersi definitivamente.

Claudio, un giornalista freelance, era giunto a Veridiana per investigare su una serie di scomparse misteriose. Era scettico di natura, ma la curiosità professionale lo aveva spinto a seguire i pochi indizi lasciati. Aveva letto articoli sui giornali locali, che parlavano di urla nella notte e di persone viste per l'ultima volta proprio nelle strade del centro storico.

Mentre camminava lungo la via principale, sentiva i suoi passi risuonare tra gli edifici vuoti. Le finestre erano buie, rotte, come occhi ciechi che lo osservavano senza vederlo. L'aria era fredda, immobile, come se la città stessa trattenesse il respiro. Claudio aveva con sé solo una torcia e il suo registratore vocale. La sua mente razionale cercava di tranquillizzarlo, ma qualcosa nel suo petto non riusciva a calmarsi.

All'improvviso, udì un rumore. Qualcosa che non apparteneva al suo passo solitario. Si fermò e si voltò, illuminando la strada dietro di sé con la torcia. Nulla. Solo la nebbia che avvolgeva tutto, densa e opprimente.

Continuò a camminare, ma ora il silenzio era diverso. Era pesante, gravido di qualcosa che si nascondeva nell'ombra. A un certo punto, vide un vecchio palazzo che sembrava particolarmente decrepito. La facciata era annerita dal tempo e dalle intemperie, le finestre spalancate come bocche silenziose. Un lampione proprio di fronte a quella costruzione illuminava debolmente l'ingresso, dando alla scena un'aria irreale.

Spinto da un impulso inspiegabile, Claudio decise di entrare. La porta era socchiusa, cigolando mentre la spingeva. L'interno del palazzo era ancora più spettrale dell'esterno. I muri erano ricoperti di muffa e il pavimento scricchiolava sotto i suoi piedi. Ogni passo sembrava risuonare in modo innaturale, come se qualcuno stesse replicando i suoi movimenti dal piano superiore.

Mentre si addentrava nel corridoio, sentì nuovamente quel rumore. Questa volta era chiaramente un passo, un movimento distante ma tangibile. Il cuore iniziò a battergli più forte, ma la sua curiosità non lo lasciava tornare indietro. Si avvicinò a una scala che portava ai piani superiori e, senza pensare troppo, iniziò a salire.

I gradini erano consumati, alcuni talmente fragili che sembravano sul punto di cedere sotto il suo peso. Arrivato al primo piano, la torcia illuminò un lungo corridoio con numerose porte chiuse. Il silenzio era così intenso che riusciva a sentire il suono del proprio respiro.

Poi, una delle porte si aprì lentamente con un cigolio acuto.

Claudio si immobilizzò, paralizzato tra la paura e l'incredulità. Dalla stanza buia uscì una figura. Era alta, magra, con movimenti innaturali, come se il corpo fosse stato spezzato e ricomposto male. Non aveva volto, o almeno così sembrava. Al posto degli occhi, vi erano solo cavità vuote, e dalla bocca spalancata usciva un suono soffocato, come un lamento antico, dimenticato.

Claudio cercò di scappare, ma il suo corpo non rispondeva. Le gambe sembravano incollate al pavimento, la torcia gli cadde di mano e rotolò via, spegnendosi. In quell'oscurità totale, l'unica cosa che riusciva a sentire era il battito frenetico del proprio cuore e quel lamento, che si avvicinava sempre di più.

Poi, il buio lo avvolse completamente.

La mattina seguente, Veridiana sembrava la stessa di sempre. La nebbia si era diradata e la luce del giorno scaldava appena le strade deserte. Ma Claudio non era più lì. Il suo nome sarebbe stato solo un altro tra quelli delle persone scomparse, uno tra tanti che avevano tentato di esplorare una città che non voleva più essere trovata.

E così, Veridiana rimaneva, sospesa nel tempo, in attesa del prossimo curioso che avrebbe varcato i suoi confini, ignorando gli avvertimenti e finendo tra le sue ombre eterne.

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