Devo ammettere che quella notte non riuscii più a prendere sonno. Né quella dopo, né quella dopo ancora. Diciamo pure che il sonno mi portava a lui ed era quello che in quel momento volevo evitare. Dopo quell'ultimo bacio, il Bacio maledetto -come lo chiamo io-, erano poche le cose che mi sembravano corrette. C'erano i miei fratelli che cercavano in ogni modo di tirarmi su il morale e che si rabbuiavano quando questo non succedeva, c'era mia madre che appena aveva visto che ero tornata mi aveva abbracciata stritolandomi senza lasciarmi andare. Ero una donna ormai, anche se lei non poteva saperlo. Avrei tanto voluto dirglielo ma avrei dovuto spiegare molte più cose di quelle che ero disposta a confessare. Le avevo detto di essere scappata perché avevo bisogno di capire cosa volessi dalla vita e se l'era bevuta, o almeno credo. Poi c'era mio padre, altero e composto, che mi aveva abbracciato e dato un unico bacio sulla fronte, anche se vedevo quanto fosse contento di riavermi a casa. Nana... beh, Nana era Nana: mi aveva lavato la faccia ogni volta che entrava in camera mia, praticamente ogni due minuti...
Non ero più la stessa Wendy che aveva conosciuto Peter Pan, non ero più la stessa Wendy che era andata con lui all'Isola Che Non C'è, non ero più nessuno senza di lui. Più volte mi chiesi cosa stava facendo in quel momento, quali ricordi aveva della nostra storia, di me. Ma l'avevo visto tornare bambino davanti ai miei occhi ed era volato via, guidato da Trilli, in uno stato di incoscienza totale. Mi aveva fatto tenerezza e mi aveva fatto sorridere: non ricordavo che fosse così bello da bambino!
Fatto sta che avevo un buco all'altezza del cuore che sapevo non si sarebbe placato facilmente; mi sentivo morta, mi sentivo ancora peggio che morta: a metà strada fra le due cose, in un indefinito spazio grigio e nebuloso senza forme o muri. Sola.
Quel ragazzo mi mancava tantissimo e furono più le volte che mi pentii del mio gesto che altro. Poi ripensavo al fatto che lui mi stava comunque lasciando a Londra e mi sentivo meno in colpa, dopo avergli restituito l'infanzia. Questo però non era lenitivo per me stessa o altro...
John entrava in camera mia quando mi sentiva piangere e si sedeva accanto a me sul letto, mi abbracciava e mi faceva piangere tutte le mie lacrime, in silenzio. Michael invece mi raccontava dei suoi giocattoli preferiti o mi faceva assistere alle sue suonate di pianoforte «Suono per te!» mi diceva entusiasta e io non potevo fare a meno di sorridergli e girarmi mentre asciugavo in fretta una lacrima.
Il tempo passava, la normalità aveva fatto ritorno nella mia vita ma quel buco non accennava a riempirsi. Conobbi molti altri ragazzi, amici di John, ma nessuno era come lui, ovviamente, e le cose non andavano oltre.
Passò un anno e ancora le cose non andavano bene, erano migliorate ma continuavo a pensare a Peter; gli avevo scritto una lettera ogni giorno che non avevo mai inviato -ovviamente- e le custodivo in una scatola di legno sotto il mio letto. Ogni sera mi affacciavo alla finestra e scrutavo il cielo alla ricerca della seconda stella a destra o di un bambino volante nel cielo. Nulla. Sembra che non abbia più fatto ritorno a Londra. Non piangevo più, non avevo più lacrime da regalargli.
I miei genitori cercavano di trovarmi un buon partito, essendo in età da marito, ma nessuno sembrava prendermi l'anima. Li invitavano a cena, chiacchieravamo a tavola e poi, dopo un brandy, se ne andavano e mio padre e mia madre facevano il punto della situazione. Avevano imparato a non chiedere il mio parere, sapendo che nessuno mi sarebbe potuto piacere, anche se non sapevano il perché.
Finché una sera, a cena venne un ragazzo molto particolare...
No, non era Peter ma gli assomigliava molto. Capelli biondi e ricci, occhi verdi e vispi, e quel sorriso da furbetto che tanto adoravo sul bambino che non era mai cresciuto. Era alto, imponente e composto. Il completo lo fasciava divinamente e metteva in mostra la sua eleganza e alterigia, tuttavia era molto simpatico e rideva spesso. Sembrava quasi che potesse piacermi. Spiai lui e mio padre in una conversazione prima della cena, nascosta dietro lo stipite della porta lanciavo qualche sguardo di tanto in tanto. Sembrava piacere a mio padre, ridevano molto insieme.
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Once upon a time in Neverland
Fanfic-Io ti amerò sempre Peter Pan!- questo gli sussurrai quando lui si era già allontanato dalla mia finestra, dopo averci riportato a casa. E lui non mi aveva sentito. E lo sapevo. Eppure sentivo un enorme groppo in gola nel vederlo andare via. Sapevo...
