Sushi e statue

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L'INVESTIGATRICE IMPROVVISATA MONìC MILLER

Fino dai primi mesi di vita, Monìc, accompagna il padre, capo della polizia a lavoro e così ha imparato il mestiere. Ogni giorno dopo la scuola fa visita all'ufficio di suo padre in cerca di un aiuto da poter dare. «Fin da piccola è stata sempre cocciuta come una pietra, anche se le dicevi di non fare una cosa lei la faceva comunque, i primi anni è stato davvero un incubo.» Racconta lui. Spesso Monìc si trova dei piccoli casi come piccoli furti nei supermercati di quartiere o scomparse di animali domestici o crimini minori, cercando nella pila di cartelle sulla scrivania del padre e torna due o tre giorni dopo con tutte le prove che servono per definire il caso "chiuso". Però l'ultimo caso che si è trovata non era esattamente un crimine minore.
Nelle ultime settimane, all'insaputa del padre ha condotto un caso di sparizione di quattro adulti, un ragazzo di sedici anni e una bambina di nove. «Ho proceduto con pensando fossero sei rapimenti collegati, ma non ne ero davvero certa.» Spiega lei, ovviamente avrete capito dalla semplice esistenza di questo articolo che ciò che lei ha fatto, ha scaturito molto scalpore in quanto, quattordicenne mingherlina dai capelli rosso carota, che a vedersi sembrerebbe spezzarsi al solo guardarla, abbia portato a termine un caso di rapimento molto serio. In più senza nessuna vera e propria istruzione per questo. Quando ha presentato la cartella al padre, «Ha dato di matto, neanche ce li avessi messi io lì, in quel bunker!» Spiega lei. Adesso è il padre a scegliere i casi per lei. Monìc nell'investigare ha un modo molto intuitivo ma allo stesso tempo razionale, utilizza ognuno dei cinque sensi nell'analizzare le prove e le scene, Ha un carattere molto forte, non è una che si da per vinta. Quando sta investigando, indossa sempre vestiti lunghi fino al ginocchio affermando che «lasciano più libertà di movimento, in più ormai sono diventati un marchio per me. Come il cappello strano per Sherlock Holmes.» A Monìc nel tempo libero oltre che risolvere casi minori, piace molto leggere libri e storie di investigatori classici come l'appena citato Sherlock Holmes e Miss. Marple.

"Utilizza ognuno dei cinque sensi"? E cosa dovrei fare secondo loro? Leccare le prove? Uscendo da scuola mi immagino quale altro furto domestico mi toccherà risolvere oggi, sono sempre tutti uguali: la domestica si prova gli orecchini di perle della padrona e se li tiene o il figlio teenager va a fare un giro con la carta di credito di uno dei genitori o cose così.
Quando arrivo alla centrale di polizia, tutti sono in subbuglio. L'agente Clarke sta animatamente discutendo con mio padre che quando mi vede mi indica e mette a tacere Clarke. Sento dirle: «Allora chieda! Ma non sarò io a dirle "gliel'avevo detto" quando lo scopriranno!» Papà mi si avvicina stressato sistemandosi la giacca e il distintivo di capo della polizia «Nel mio ufficio» e io lo seguo a testa bassa cercando di non guardare i grandi occhi marroni di Clarke fissarmi con disprezzo. Entro dentro e giro a sinistra verso l'ufficio di mio padre dove lui sta cercando una cartella di un caso che poi è sull'angolo della scrivania. Me la consegna e rimango stupita dalle poche informazioni che ci sono dentro, c'è solo una foto della scena, senza una goccia di sangue. « di un'ora fa.»
«Ma è il-»
«British Museum, sì. Lascia la borsa qui.»
«Aspetta!» si gira e mi guarda dritto negli occhi «Capisco i tuoi dubbi, tesoro, "Perché diavolo la polizia deve far riferimento a me per una cosa del genere?" per il semplice fatto che tu sei più sveglia di tutti qua dentro.» Lo dice di fretta come se il cadavere potesse andarsene perché si è stufato di fare il morto. Certo, non che io non sia felice ma comunque c'è qualcosa di strano, molto strano. «Mi siedo accanto al posto del guidatore però! Non voglio sembrare una criminale!»

Quando arriviamo al museo una folla è radunata davanti al tipico nastro giallo che indica che di lì in poi non si passa più. Ci sono anche un'ambulanza e due altre auto della polizia. Jordan Parrish, il vice di mio padre, sta parlando con un uomo sulla mezza età che deve aver assistito. Saluta mio padre e gli da guanti e copri-scarpe, quando mi vede guarda incerto il suo capo che sempre più stressato grigna «Lei entra con me.» Allora Parrish mi consegna lo stesso set che ha consegnato a mio padre e ci fa passare sotto il nastro. Entriamo a passo marcato, il delitto è stato commesso nella parte assira. Dalle testimonianze sembra che la vittima si sia accasciata a terra come niente fosse, e in un attimo, era morto.
Abbiamo facilmente escluso l'ictus o l'infarto perché avrebbe provato forte dolore per cui si sarebbe lamentato e i presenti se ne sarebbero accorti. In più dal suo medico di base sembra fosse sano con un pesce. (Piccola parentesi, non ho mai capito davvero perché si dica così in realtà...)
Mi chino accanto al corpo inanime e lo fisso, non sembra morto, o per lo meno non ha la stessa paura sulla pelle delle altre vittime. Sembra essere stata una morte serena, la sua. Gli giro la testa di profilo, così tanto per fare. Sto andando a tentoni nel buio in cerca dell'interruttore. C'è una puntura di zanzara sulla parte sinistra del collo molto vicina alla arteria carotide. «Qualcuno ha la più pallida idea di cosa tu sia morto?» lo sussurro al cadavere, come se potesse rispondermi «Cosa?» chiede mio padre.
«Mh? No, niente, qualcuno potrebbe dirmi a chi ho appena girato la testa?!» Parrish interviene allora con il suo solito fare un po' da "so-tutto-io" «Daniel Brown, 52 anni, capo di un'azienda edile. Adesso lo portano in laboratorio.»

Questa notte non dormo, non ci riesco. Come non riesco a capire come sia potuto morire quell'uomo, come un attimo prima sia vivo e vegeto ad ammirare le scritture cuneiformi e un attimo dopo sia steso a terra senza più aria nei polmoni o battiti nel petto.

«VELENO!» Mio padre mi sveglia di soprassalto, è pimpante. Pigramente mi siedo sul letto. «Ha ingerito del veleno, tu oggi non vai a scuola, mi servi in ufficio. Preparati!»
«Che tipo? E come l'ha ingerito?»
«Non lo so e non lo so, me lo dovrai dire tu.» Mi alzo e vado verso l'armadio, scelgo un vestito bianco pieno di fiori coloratissimi, raccolgo i capelli in uno chignon altissimo.
Quando sono pronta papà mi aspetta già sulla porta, saluto mia madre e vado, e solo adesso realizzo: niente scuola oggi!
«Oggi andiamo a sentire suo figlio e la ex-moglie per sapere qualcosa di più sulla vittima.»
Mi allaccio la cintura e partiamo, la strada non è lunga da casa all'ufficio del figlio, Johnathan Brown, 27 anni, anche lui nell'azienda del padre.

All'entrata veniamo inondati di quell'odore tipico degli uffici, di carta e inchiostro da stampante. Bussiamo alla porta del suo studio e ci apre subito, «Ispettore Miller! Non l'aspettavo così presto!»
Mentre mio padre continua a fare domande sulla vita privata della vittima io mi guardo attorno per la stanza, la mia attenzione viene catturata da una lampada fatta con un pesce palla, sarà perché mi avrà visto osservarla che Brown dice «Particolare, eh? Viene dal Giappone.»
«Lei viaggia molto, signor Brown?» chiede mio padre, «No no assolutamente, questa me l'ha portata mia madre l'ultima volta che è andata a trovare i miei nonni.» Mio padre a quel punto guarda l'orologio ed esclama «Be' grazie per il suo tempo, ci è stato molto d'aiuto. Faremo il possibile per trovare il colpevole al più presto.»
«Grazie a voi, vi lascio il mio recapito nel caso aveste bisogno.» Prende un biglietto da visita dell'azienda e scrive il suo numero dietro, impugnando la penna nel modo più strano abbia mai visto.

Arriviamo al ristorante giapponese della signora Yukimura, ossia la ex-moglie della vittima. Mio padre le fa più o meno le stesse domande che ha fatto al figlio, non presto attenzione, sono ancora troppo stanca. Quando però capisco che hanno esaurito le parole da dirsi chiedo «Posso vedere il menù?» e scorro veloce tra le righe dei piatti scritti sopra in inglese e sotto in giapponese, ignorando le occhiate perplesse di mio padre e di lei.
Appena saliti in auto mio padre sembra ancora non capire perché io abbia chiesto il menù, «Ho una teoria, ti spiego quando arriviamo la.»

Per l'appunto, quando arriviamo papà raduna Clarke, Parrish e il resto della squadra ed io espongo. «Benissimo, ehm... Come tutti sappiamo la vittima è stata avvelenata–» «Sì, era–» interrompe Parrish «Fugu» procedo io «ovviamente, la tetratossina contenuta in particolare nel fegato del pesce giapponese fugu ha un effeto paralizzante. Possiamo ipotizzare che abbia impiegato un po' ad arrivare al cuore perché inniettato in una arteria e non in una vena, con una siringa, che ha lasciato un segno simile a una puntura di zanzara.»
«Quindi il colpevole è la ex-moglie, che ha comprato il fugu per il ristorante e si è tenuta il veleno» dice Clarke.
«No, no, il colpevole è il figlio che chiaramente l'ha fatto per denaro e per eredità, ha voluto utilizzare la tetratossina per far ricadere le colpe sulla madre ma che poi ha fatto l'errore di non stare attento mentre la maneggiava, paralizzandosi le dita delle mani. L'ho notato oggi mentre ci scriveva il suo recapito telefonico.»
«Ma il museo...?» chiede Parrish
«Il signor Brown non era stupido, oh, no, lui è voluto andare al museo per essere sicuro che morisse in pubblico, per fare in modo che venisse trovato il più presto possibile.»
«È geniale.» dice mio padre e tutti gli altri uno a uno concordano, anche Parrish alla fine cede.

Un'ora dopo Johnathan Brown è in sala interrogatori, e due ore dopo ha confessato e gli stanno preparando la cella e predendo le impronte. La stampa fuori dalla centrale è in subbuglio per parlarmi e qui dentro invece tutti si congratulano con me. Ma dentro di me sale un'inquietudine: e adesso cosa si aspettano da me? Non lo so o forse non lo voglio sapere, io aspetto solo di avere tra le mani un'altra cartella di un nuovo caso.

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