Pelliccia e padella

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PROLOGO

Ernesto, il detective in bicicletta

Il signor Ernesto vive in un piccolo paesino di campagna, un posto molto tranquillo all'apparenza. Gli piace ficcanasare in giro, e quando non ci sono misteri da risolvere, gira placidamente nei campi in sella alla sua bicicletta. Già, la bicicletta. Ormai è come se fosse una parte di lui. Vecchia almeno quanto lui, e altrettanto sgangherata. Gli anni iniziano a pesare sulle loro spalle. Qualunque sia la temperatura fuori, il signor Ernesto gira sempre in canottiera, con un cappello di paglia e talvolta una spiga tra i denti. Abbastanza alto, robusto e dal viso rotondo. Il grosso e buffo naso è sempre rosso, o per il caldo, o per il freddo, o per qualche bicchierino di troppo. Gli occhi celesti, del colore del cielo, in netto contrasto con la pelle scurita dal sole. Quando indaga il suo sguardo è intenso, così intenso e penetrante che sembra voglia trapassarti con una solo occhiata, ma quando esplora la campagna fischiettando si può leggere solo spensieratezza in lui. Ha un'andatura molto irregolare, lenta, goffa e per muoversi usa sempre la sua bici o una canna di bambù come bastone. Non si può certo dire che abbia un bel carattere, ma quando vuole sa essere piacevole, raccontando aneddoti di una lunga vita. Oh, e non si può dimenticare un ultimo dettaglio. È estremamente spilorcio. Uno dei suoi hobby preferiti è andare al mercato, ma non per fare compere. Il suo motto è "chi oggi risparmia domani guadagna" . Gli piace semplicemente tenere tutti d'occhio, annotando tutto ciò che comprano per poi stilare un conto, spesso salato, e potersi compiacere della propria bravura nel riuscire a non trasformare i soldi in scontrini. Il suo fiuto investigativo è quindi dato dalla semplice curiosità, dalla sete di scoop. Non è facile volergli bene, ma si può sempre imparare.


Era una calda mattina d'estate. Ernesto uscì di casa con il suo cappello, prese la bici, e partì, per una delle sue ricognizioni mattutine. I campi erano di un giallo intenso e il sole gli scaldava il viso svegliando gli occhi ancora impastati di sonno. Sembrava tutto a posto, tutto perfetto. Ma lui sentiva che c'era qualcosa di strano. Un coniglietto scomparso? Il furto di una zappa? Non lo sapeva. Solo non si sentiva spensierato come al solito, nel bighellonare nella sua terra, come un'eremita della campagna. Prese una spiga e se la mise tra i denti, ma nemmeno quello riuscì a farlo sentire meglio. Il suo istinto da pettegolo più pettegolo del paese gli diceva che in giro c'era un nuovo caso da risolvere e che lui doveva partecipare. Partì in direzione del mercato. La bici si lamentava sferragliando sotto di lui per lo sforzo. Quella corsa avrebbe stancato entrambi.

Si appostò su una panchina della piazza, vicino ad una fontana. Vide la signora Lucia e la signorina Marisa consultarsi su quale fosse il miglior abito da indossare quella domenica in chiesa. Normale. Il signor Bruno acquistò frutta fresca per la moglie. Normale anche questo. Persino il signor Mario aveva un'aria tranquilla, mentre comprava due kilogrammi di riso, come ogni primo giovedì del mese. A quanto pareva, nessuno era a conoscenza di qualcosa di strano, successo di recente. Era tutto a posto. Poi, però, si accorse di una cosa. La signorina Teresa, padrona di ben otto gatti, non era venuta a prendere le solite scatolette di carne per i suoi animali. "Forse ha fatto tardi al lavoro" pensò Ernesto "dovrei andarla a trovare per avvertirla che in sole due settimane ha speso metà del suo stipendio! Cosa farebbe questo paese senza di me?" . Non si riteneva affatto un impiccione, preferiva l'appellativo di "investigatore dedito al rendere le informazioni di dominio pubblico". Sta di fatto che riprese il suo cavallo di ferro, che cigolò scontento, e si allontanò in fretta dal mercato, diretto verso la scuola del paese. La signorina Teresa vi lavorava come bidella. Probabilmente era solo stata trattenuta. Quando arrivò, però, l'edificio era circondato da auto della polizia. Una donna minuta piangeva sulla scalinata d'ingresso, mentre un'altra, più robusta, parlava con il commissario. Ernesto si avvicinò, per saperne di più. Quell'uomo paffuto, con i baffetti alla francese, che si spacciava per un grande investigatore, gli aveva suscitato fin da subito, quel 27 settembre del '97, un senso di ribrezzo. Tra loro era stato odio a prima vista.
"Hanno trovato una donna morta questa mattina. Era una bidella di nome Teresa, se non erro. Il suo corpo è stato rinvenuto nello sgabuzzino della scuola"
Quel suo modo di parlare così "aristocratico" non si addiceva affatto al paesino sperduto nel quale si trovava.
"Sappiamo cosa le è successo?" chiese Ernesto con un tono curioso e malinconico al tempo stesso. Tutti adoravano la signorina Teresa. Era sempre molto dolce e cordiale con chiunque. Anche con il più scorbutico dei pettegoli.
"Dalla posizione del corpo, accasciato a terra, e calcolando l'angolazione degli arti possiamo dedurre ..."
Ernesto aveva già smesso di ascoltare. Possibile che quell'uomo non fosse capace di parlare come una qualsiasi persona? No, ovviamente, doveva sempre esibirsi utilizzando paroloni dal significato a lui sconosciuto. Lo faceva apposta, ne era sicuro. Voleva farlo sentire inferiore.
"Mi scusi se la interrompo, potrebbe cortesemente tradurre in parole povere?" chiese con tono spazientito. "Oh mi dispiace essere stato poco chiaro, volevo solo dire che non sono affari suoi" disse l'altro con tono di sfida.
"Vorrà dire che mi arrangerò". Ernesto non ne poteva più di quel commissario tutto baffi e niente cervello.
"Si, e magari, già che c'è, perché non compra una bicicletta nuova? Quella ormai è solo un ammasso di ferraglia"
"Come ha detto scusi? IO dovrei spendere dei soldi per comprare una nuova bici? Ma se questa funziona ancora benissimo!!" E fece per avviarsi, ma un pedale si staccò, atterrando con un tonfo. Il commissario lo osservava compiaciuto, con un mezzo sorrisetto provocatorio. Ernesto invece lo fissava con sguardo truce."Se solo gli sguardi potessero uccidere" pensò "quest'uomo sarebbe finito sottoterra già da molto tempo. Non merita nemmeno le calorie che ho bruciato per parlargli". E con questa convinzione se ne andò, lanciandogli un'ultima occhiata di sdegno.
La mattina dopo ricevette una telefonata. Era suo nipote, che lavorava al commissariato. "Ciao zio, ho saputo di quello che è successo ieri con il capo ... dai non te la prendere, lo sai che è fatto così ... senti, volevo dirti che abbiamo scoperto qualcosa ... no, se sapesse che ti ho telefonato mi licenzierebbe all'istante, devo fare in fretta ... si, okay, adesso ti spiego ... questa Teresa, l'ha trovata una sua collega nello sgabuzzino, l'unica ferita grave che presenta è sulla testa ... si esatto, come se fosse stata colpita da qualcosa ... okay zio, ora devo andare ... ciao, a presto"
Un sospetto si stava facendo strada dentro di lui. Doveva solo provare la sua teoria. Dove aveva messo quei baffi finti? Ah, eccoli. Bene, ora il cappello elegante, gli occhiali senza lenti e la camicia pulita. Quasi irriconoscibile. Si specchiò compiaciuto. Sembrava un incrocio tra Arthur Conan Doyle e Pippo Baudo, ma nel complesso si piaceva. Aveva aggiustato il pedale della bici e l'aveva tirata a lucido. Forse anche quella sarebbe passata inosservata. Mentre andava verso la scuola sentiva la mancanza della canottiera e dei pantaloni sgualciti, ma non poteva darla vinta a quello sbruffone del commissario. Avrebbe risolto il caso, e glielo avrebbe rinfacciato fino all'esasperazione. Avrebbe sofferto rinchiuso in quei vestiti eleganti pur di vincere la battaglia. Si sentiva motivato, e crudele. Assaporava già il gusto della vendetta.
Lasciò la bici appoggiata al muro della scuola, poi entrò con passo ondeggiante. Una bidella lo accolse pensando fosse venuto a prendere uno dei bambini, ma lui camuffando la voce come meglio poteva, disse di essere un ispettore inviato a controllare l'edificio. La povera donna, colta di sorpresa lo accompagnò in giro per la scuola. Lui scrutava, osservava, annusava e chiedeva informazioni su qualunque cosa, ma fu in cucina che finalmente ebbe qualche risultato. Stava per perdere le speranze, quando vide una macchiolina di un rosso scuro sul pavimento. Una macchiolina piccolissima, ma che ad un "ispettore" come lui non poteva sfuggire. La cuoca, la donna minuta che il giorno prima piangeva sugli scalini dell'ingresso, ora era indaffarata ai fornelli.
"Mi scusi se la disturbo signora" disse con una voce profonda che non gli apparteneva "per caso ha notato qualcosa di strano negli ultimi due giorni?"
Le due si guardarono negli occhi, stupite. "Strano, di che tipo?"
"Beh, non saprei. Macchie di un colore insolito, oggetti che prima non c'erano ..." Da dietro gli occhiali, cercava di interpretare l'espressione delle sue prime sospettate. Cercava di capire cosa stessero pensando, cosa volessero dirgli, o nascondergli. Serrò gli occhi fino a ridurli ad una fessura celeste. Le labbra diventarono una linea sottile. La punta del naso si fece più rossa che mai. Chi avesse prestato attenzione, avrebbe potuto vedere gli ingranaggi del suo cervello girare furiosamente.
"In effetti, si." I lineamenti di Ernesto si rilassarono, per poi aprirsi in un sorriso appena accennato, che però gli illuminava il volto. "Stamattina, mentre pulivo la cucina, ho trovato una padella macchiata di sangue dentro la credenza. La cosa strana è che noi, qui, non usiamo padelle"
"Strano, davvero strano. Potrei vederla?"
"Si certo" ed estrasse da un mobiletto una padella nera, di quelle con l'interno in pietra, fatta in modo che il cibo non rimanga appiccicato. La parte inferiore, quella che sarebbe dovuta essere annerita dalle fiamme dei fornelli, era perfettamente intatta, come se fosse stata nuova, ma sul bordo, c'erano delle piccole incrostazioni di sangue.
"Grazie mille mie care signore, mi siete state di grande aiuto. Ora, ehm, l'ispezione è conclusa"
La bidella lo accompagnò fuori, e prima che lui se ne andasse gli chiese : "Ernesto, ci sei tu sotto quell'abito?"
"Ernesto? Io non conosco nessuno con quel nome" poi le fece l'occhiolino, le voltò le spalle, e si avviò, con la sua camminata goffa e lenta, e le mani intrecciate dietro la schiena.
"Ci faccia giustizia, ispettore" gli urlò la donna, e lui, senza nemmeno voltarsi, le fece segno di si, alzando il pollice della mano destra.
La prima cosa che fece, appena arrivato a casa, fu quella di riappropriarsi dei suoi abiti. Rimise la canottiera e i pantaloni lunghi fino al ginocchio, sgualciti e rattoppati, poi, e solo poi, tornò ad occuparsi delle sue indagini. Aveva una possibile arma del delitto, ma ancora gli mancava un possibile assassino. Decise di chiamare suo nipote per confermare la sua teoria.
"Pronto? ... oh, ciao zio ... dimmi pure ... cosa? Una padella? Vuoi sapere se potrebbe essere l'arma del delitto? ... Beh suppongo di si ... il commissario? Oh lui è ancora in alto mare. Non sa da dove cominciare. Avremmo proprio bisogno di uno come te qui ... d'accordo, non dirò nulla per ora ... ci vediamo"
Alla faccia di quel buffone del commissario. "La partita ora è a 1-0 per il vecchio impiccione. Come la mettiamo?" pensò compiaciuto Ernesto "ci vediamo alla mia premiazione".
Esattamente 4 minuti e 35 secondi dopo la telefonata, Ernesto stava frugando fra tutti gli appunti che aveva preso al mercato nelle ultime due settimane per trovare una risposta. Di chi era quella padella? Chi era l'assassino? E perché aveva ucciso Teresa? In quell'arco di tempo erano state acquistate solo 3 padelle come quella trovata a scuola. Una dalla moglie del commissario, una da una suora, e l'ultima, quella acquistata solo il giorno prima, dal fidanzato della ragazza. Scartò subito la suora, o almeno decise di lasciarla per ultima nella classifica dei sospettati. Decise invece di partire andando a trovare il fidanzato della vittima.
Suonò il campanello della piccola villetta a schiera alle 16 in punto. Gli aprì il ragazzo, accompagnato da un esercito di gatti variopinti. Erano seduti in cucina, quando Ernesto decise di partire all'attacco.
"Perdoni la mia curiosità, ma ieri mattina ho visto che ha acquistato una padella al mercato."
"Che lei si faccia i fatti degli altri è ormai noto in paese, non si preoccupi. Comunque si, è vero. Perché me lo chiede?"
"Mia figlia vorrebbe qualcosa che le permetta di cucinare senza che il cibo resti appiccicato all'utensile. Potrei vedere la sua? Penso sia proprio il tipo di padella che stiamo cercando".
"Mi dispiace signore, ma io non ho mai comprato nessuna padella nera e con l'interno in pietra. Forse ha visto male."
Povero ragazzo, se solo avesse saputo che Ernesto non aveva una figlia, e se solo non si fosse tradito, descrivendo l'arma del delitto, forse ora lui starebbe interrogando una suora. E invece, eccolo lì, a sorseggiare vino rosso (ovviamente non a spese proprie) in tutta tranquillità, fiero di essere ad un passo dalla risoluzione del caso. "Purtroppo ora è lei che si sbaglia. Se vuole posso anche ricordarle che per quello strumento ha speso 27€ tondi tondi. Ma lasci che le chieda una cosa. Come ha fatto, la sua padella, a finire nella scuola, e a diventare l'arma del delitto della sua ragazza?" "Quante volte glielo devo dire che ..." Ma Ernesto lo interruppe. "Aspetti un attimo, forse ho capito. Lei era in zona, così decise di passare a salutare Teresa, non è così? Però successe qualcosa, forse un litigio, e lei dalla rabbia prese la padella e colpì la ragazza sulla testa. È stato un incidente, non ne dubito, ma è stato un incidente fatale. Mi corregga se sbaglio" Ora il suo sguardo si era fatto più penetrante, più minaccioso e gli occhi erano diventati gelidi e privi di ogni sentimento. In quel momento, faceva quasi paura.
"D'accordo. Mi aveva chiesto di andare al mercato per prendere un paio di cose, tra cui quella padella. Convivevamo già da un paio di mesi ormai. Così pensai di farle una sorpresa, e di passare a salutarla. Lei però si arrabbiò, perché avevo dimenticato di prendere il cibo per questi dannatissimi gatti" raccontò con voce tremante "per me fu la goccia che fece traboccare il vaso. Pensai che volesse lasciarmi, che preferisse i suoi gatti a me. È una sensazione terribile sa?" poi scoppiò in lacrime. Singhiozzando continuò a parlare "Ero arrabbiato, e avevo paura di perderla. L'ho spinta, dicendole che lei per me era la cosa più importante sulla Terra, ma niente, continuava a darmi l'impressione di essere più affezionata a quegli animali. Così quando si girò per andarsene, senza salutarmi, sbuffando e battendo i piedi, la colpii alla nuca. Io non volevo ucciderla" i singhiozzi erano diventati incontrollabili. Aggiunse un'ultima frase, a fatica. Disse solo: "Non volevo". Il viso di Ernesto si addolcì. Anche lui aveva gli occhi lucidi. Abbracciò il ragazzo. Cercò di consolarlo. E quando finalmente le sue lacrime cessarono, lo guardò negli occhi e disse "Puoi stare tranquillo ancora per un po', io considero il caso chiuso e quello stupido del commissario impiegherà ancora molto a trovare un colpevole. Sono sicuro che andrà tutto bene. Non scappare. Non nasconderti. Devi prenderti le tue responsabilità. È tutto ciò che posso dirti"
"Grazie. E quando verranno a prendermi, si occupi dei gatti. Teresa li adorava. È morta per loro"
Ernesto rimuginò a lungo su ciò che era accaduto. Voleva aiutare quel giovanotto, ma non poteva fare nulla. Si sentiva impotente. Allo stesso tempo, però, era fiero di sé. Scrisse un biglietto al suo rivale:

"Caro commissario, sono felice di avvertirla che ho già risolto il caso. Sono sicuro che anche lei ci riuscirà presto, non si preoccupi. Non comprometterò le sue indagini in alcun modo, e ci tengo ad informarla che gli indizi ci sono, basta saperli cercare nel posto e nel modo giusti.
Cordiali saluti Il detective in bicicletta"

Quando ricevette il messaggio, l'uomo andò su tutte le furie. Il giorno dopo sulla prima pagina del giornale un enorme titolo recitava "detective misterioso si prende gioco del commissario". Per settimane non si parlò di altro che di questo investigatore. Poi, finalmente, esattamente tre mesi e dodici giorni dopo che Ernesto risolse il caso, due poliziotti andarono a cercare il fidanzato di Teresa per portarlo alla centrale. I felini furono lasciati in quella casa, e in paese furono organizzate collette per il loro sostentamento. Ernesto andava a trovarli, giocava con loro e gli dava da mangiare, ma non sborsò mai un centesimo. Insomma, tutto era tornato alla normalità. La pace era stata ristabilita e gli ultimi desideri della vittima e del suo assassino erano stati esauditi. Ernesto continuava a risparmiare in denaro, ma in compenso aveva guadagnato otto piccoli amici pelosi.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Nov 08, 2015 ⏰

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