Se mi avessero detto che un giorno mi sarei trovata in una situazione del genere non ci avrei mai creduto e, probabilmente, mi sarei messa a ridere senza esitazione per la barzelletta.
Mi trovavo in mezzo ad una strada, senza uno straccio di soldo, il mio telefonino o i miei vestiti, in un paese totalmente sconosciuto e dalla lingua completamente diversa dalla mia, anche se fortunatamente il mio inglese era più che sufficiente per comunicare.
Avevo messo da parte i soldi per andare in Corea per quasi tre anni della mia vita e avevo fatto molti lavoretti per potermi permettere il viaggio dei miei sogni: io e la Corea, il mio ideologico paradiso dai colori pastello, come si vede nei drama.
Nessuno era partito con me. Non volevo nessun altro vicino a me. Volevo realizzare il mio sogno di rendermi indipendente in un luogo completamente diverso dalla mia terra natia.
Ma già il primo giorno il mio sogno era andato in frantumi, esattamente come le mie possibilità in quella terra straniera dagli usi completamente differenti dai miei.
Stavo andando in hotel con tutti i miei bagagli e le mie cose,tracolla in spalla e trolley alla mano.
Certo non avrei mai immaginato che, in quei dieci minuti che separavano l'hotel dalla fermata del pullman, arrivasse di tutta corsa un uomo capace di buttarmi con forza a terra per portarmi via ogni cosa.
Mi ero ritrovata senza nulla, solo un pacchetto di fazzoletti in tasca e una manciata di spiccioli in euro con cui avrei potuto fare poco niente, avendo tutto nella borsetta e nella valigia.
Erano state due ragazze ad aiutarmi a ritornare in piedi e ad assicurarsi che stessi bene.
Parlavano discretamente l'inglese e dovevano avere quindici o sedici anni. Mi avevano portata in un piccolo bar, mi avevano offerto un caffè e mi avevano lasciato telefonare a casa.
Non avevo detto nulla a mia mamma, si sarebbe preoccupata troppo, ma l'avevo rassicurata sul viaggio.
Le due ragazze mi avevano accompagnata poi a denunciare il furto e dato un posto per dormire la notte, in attesa di capire cosa fare.
La signora Jung mi aveva accolta in casa gentilmente e amorevolmente,esattamente come avrebbe fatto mia mamma e mi aveva offerto una cena deliziosa, nonché un letto e la colazione il giorno seguente.
Tutta la famiglia Jung era stata estremamente gentile, tanto da offrirsi di farmi fare il giro della città.
JiWoo, la ragazza che mi aveva aiutata, e suo fratello Hoseok mi avevano accompagnata a visitare la città.
JiWoo era davvero una ragazza carina, dagli occhi grandi e il viso dolce, con un carattere solare e decisamente coinvolgente. Hoseok era suo fratello più grande, dai capelli neri spettinati e il viso pulito, con un enorme sorriso capace di far sorridere chiunque.
Parlare con Hoseok era davvero divertente: il suo accento quando parlava inglese era davvero esilarante e anche i suoi tentativi di comunicare in una lingua sconosciuta persino a lui.
Con loro avevo passato tre giorni magnifici, attendendo con pazienza qualche informazione dalla polizia.
Mamma non avrebbe potuto mandarmi soldi. Quali soldi avrebbe potuto mandarmi che a casa bastavano giusto per mangiare?
La famiglia Jung mi permetteva di chiamare a casa quotidianamente e mi aveva accolta in casa.
In Italia non sarebbe mai stata possibile una cosa del genere: nessuno avrebbe neanche mai pensato di prendere in casa una ragazza senza nulla, documenti o soldi.
Ero stata fortunata nella mia sfortuna, mi ripetevo.
Ero con JiWoo quel giorno e la mia nuova amica mi aveva portata in un negozio carino facendomi provare almeno una dozzina di vestiti uno più bello dell'altro, mentre Hoseok ci guardava seduto su una poltroncina in pelle.
Eravamo usciti dal negozio sorridendo e con una borsa piena di vestiti che JiWoo si era comprata e aveva insistito per comprarmi, almeno per cambiarmi quelli che indossavo ormai da tre giorni.
Avevamo deciso di entrare in un bar per prendere qualcosa per rinfrescarci e ne approfittai per usufruire del bagno e cambiarmi.
Uscii da quel bagno come rinata, con un paio di jeans chiari abbastanza larghi e una t-shirt bianca, per poi ritornare al tavolino dove Hoseok e JiWoo mi stavano aspettando.
Mi sentivo in debito con loro come mai mi era successo e mi pareva irreale quella situazione.
Eppure i due ragazzi non sembravano affatto turbati o dispiaciuti, anzi sembrava che fossero felici di aiutarmi, soprattutto Hoseok, il quale non perdeva l'occasione di fissarmi e sorridermi gentilmente.
Quando uscimmo dal bar ormai il cielo si era fatto più scuro e JiWoo propose di tornare a casa usando il bus, sperando così di non dover correre sotto la pioggia. Andammo alla fermata del pullman e aspettammo lì per una decina di minuti, seduti sotto la pensilina, assieme ad un paio di persone.
Arrivato il mezzo i due fratelli si affrettarono a salire mentre io ero rimasta dietro ad una signora sulla sessantina e aspettavo il mio turno pazientemente.
Fu un secondo.
Un secondo in cui le porte posteriori si aprirono e un ragazzo scese tranquillamente, coperto dal cappuccio di una felpa scura.
Un secondo in cui lo riconobbi.
E non ci vidi più .
<<EHI, TU!>>
Non so con quale forza mi misi a correre dietro a quel ragazzo, l'unica certezza che avevo era che volevo indietro tutte le mie cose.
Era un dannatissimo ladro che aveva decisamente sbagliato vittima.
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Do You //Kim Namjoon //
Fiksi Penggemar•Volevo visitare il mio paradiso terrestre dai colori pastello ma mi sono ritrovata all'inferno. E Lui è il mio Lucifero•