Paradise Lost.

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Il mondo era tutto davanti a loro, per scegliere
il loro posto o riposarvi, e là la loro guida.
Tenendosi per mano, con passi erranti e lenti
attraverso l'Eden presero la loro via solitaria.

(Paradiso Perduto, John Milton)

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«Mio signore, qualcosa non va?»

La creatura gettò un rapido sguardo attraverso l'ampio salone, in un vago tentativo di individuare la fonte di quel suono. Non amava essere interrotto durante uno dei suoi flussi di coscienza, di cui non rendeva partecipe nessuno dei suoi sottoposti, che tuttavia non ardivano sperimentare le conseguenze di una parola di troppo quando egli sembrava ritirarsi nei meandri della sua mente, talvolta coinvolgendo anche il corpo. In quei momenti, i pensieri sollevavano un sottile strato di nebbia che velava i suoi occhi fiammeggianti, affievolendo per innumerevoli ore, se non interi giorni, il fuoco divampante nelle sue iridi.

«Super astra Dei exaltabo solium meum» bisbigliò, una parte di sé era ancorata alle meditazioni che producevano il suono di migliaia di tamburi nella sua testa, mentre il fremito delle sue ali rivelò la sua presenza nel mondo fenomenico. Raddrizzò il busto sul suo scranno, e con un gesto secco delle sue appendici spazzò via gli ultimi residui di irrazionalità dalle membrane rosso vermiglio. «Fatti avanti.»

«Sono io, il vostro umile principe.» Le tenebre svelarono la figura slanciata di un essere che manifestava due cavità laddove avrebbero dovuto esserci gli occhi. Esse contenevano perfettamente le ombre che lo circondavano, vestiva un lungo indumento che pareva essere costituito della stessa materia. Cadde in ginocchio non appena gli fu accanto, con gesti svelti ma accorti gli tese un oggetto oblungo che rimase sospeso nell'aria caliginosa per alcuni istanti, prima che l'essere alato lo raccogliesse e ne esaminasse le sfaccettature, come se non appartenesse a lui da tempi immemori. «È giunto il momento che tutti noi attendavamo. Non siete soddisfatto?»

Gli occhi spalancati verso un punto indefinito davanti a sé, brandiva quell'oggetto con un arto, mentre con l'altro agitava languidamente l'aria con una certa cadenza. Il principe attendeva al suo fianco, senza proferir parola. Era a conoscenza dell'interminabile permanenza del suo signore su quel trono: difatti, egli aspettava quel giorno per poter risvegliare le fiamme dei suoi tormenti più oscuri, erigersi in tutta la sua magnificenza accanto al trono, valicare le frontiere da lui stesso innalzate tra il suo mondo e quello in cui l'atmosfera era tersa e inviolata dai vapori incandescenti. Era tuttavia sorprendente come egli non fosse già volato via alla volta di quel mondo incorrotto. L'essere era senza pupille, ma percepiva distintamente l'esitazione del suo signore, il quale sembrava essere ripiombato in uno stato di apparente quiete. Era come il mare prima della tempesta. Rifletteva, valutava, meditava su ogni possibile falla nel piano che aveva perfezionato fino all'inverosimile sin da quando aveva preso posto per la prima volta su quel trono. Benché non fosse altro che l'incarnazione vivente del pericolo, non riusciva a non pensare a cosa sarebbe potuto andare storto. Lui, i cui pensieri correvano così veloci da sfuggirgli via, era preoccupato.

Il suo adepto non si fece sfuggire l'occasione. «Mio signore» disse con voce melliflua. «Se la Vostra Magnificenza consente, mi permetto di ricordarvi la mastodontica portata dei vostri poteri. E se non ardisco troppo, sire, conveniate sulle circostanze nettamente favorevoli rispetto all'ultima volta..»

«Considera la tua genesi, cavaliere; rimembra il tempo in cui le stesse parole furono pronunciate, in circostanze tanto diverse quanto effimere, perché effimeri furono i loro risultati. Disastrosi per i miei fratelli quanto per me, e mai il mio desiderio di vendicare l'eco del creatore nel mondo è stato più grande.» Le fiamme delle sue iridi crepitarono come mosse dal riverbero dei suoi moniti. Colui che era stato definito "cavaliere" chinò il capo fin quasi a toccare terra, ammutolito. Il peso di parole taciute si abbatté su di lui, mentre il suo signore tentava di ricordare cosa volesse dire essere servi di qualcuno all'infuori di se stesso. Non era la schiavitù a intimorirlo, poiché egli sapeva quanto in realtà la sua non potesse considerarsi una vera e propria condizione servile. Sapeva di servire per una causa che egli stesso difendeva a spada tratta, e la sua linfa vitale pulsava nelle vene - se così possiamo definirle - come fuoco celeste. Non aveva bisogno di udire qualcuno dei suoi fratelli che gli dicesse quanto fosse fortunato, perché sapeva. Fu la conoscenza a bruciarlo, lentamente, fino a logorargli l'animo così come il corpo. La servitù non è mai stata più dolce della sua; ma la consapevolezza, oh amata ignoranza!, di essere il migliore dei servi ma non il più amato dei Suoi figli, fu la maledizione di una mano che ora lo carezzava, ora lo esiliava dalla propria casa.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Dec 30, 2018 ⏰

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