Sono un professore d'arte, di circa 44 anni, e sto scrivendo questa lettera per coloro che hanno un amico, quindi per tutti.
Oggi è il 19 dicembre, ed il 19 dicembre di vent'anni fa, a quest'ora, ero in auto, parcheggiato fuori dai cancelli di casa della mia ragazza.
Stavo contando le gocce di pioggia sul finestrino in attesa che arrivasse.
Ricordo che la temperatura segnava due gradi, e la cosa che più mi scaldava non era l'aria condizionata della mia macchina, ma il pensiero che presto, molto presto, avrei visto la mia meravigliosa fidanzata correre sotto la pioggia, salire in macchina coi capelli bagnati ed il giubbotto congelato, con la punta del naso rosso e le guance fredde, ed io l'avrei stretta forte, tra le mie braccia, l'avrei coccolata con le mie carezze, coi miei baci.
E avrei spento la radio per poi farle il solletico; non esisteva canzone più bella della sua risata.
Ed in vece, ragazzi, le cose andarono diversamente.
Perché lei si avvicinò lentamente alla mia auto, senza correre, protetta da un ombrello.
Non portava mai un ombrello.
E si rifiutò di salire, obbligandomi ad abbassare il finestrino.
«tra noi è finita», «Io non t'amo più», «la colpa é mia, non tua».
Ricordo ancora il suo sguardo vuoto, privo d'amore, privo di interesse mentre mi guardava.
Ricordo che scesi dall'auto e aspettai sotto al temporale per molto tempo, nella speranza che tornasse da me, ricordo le mie lacrime bollenti mischiate al nevischio, ricordo che piansi tanto, fino a non avere più la voce, e quando mi rimisi in macchina avevo i capelli bagnati, il giubbotto congelato, la punta del naso rosso e le guance fredde.
E lei non ci sarebbe stata a scaldarmi coi suoi baci, con le sue carezze.
La nostra relazione durava da più di sei anni, e lei le pose un punto in meno di sei secondi.
All'epoca avevo poco più di 24 anni, e mi ero appena laureato all'accademia di belle arti.
Ma una laurea non poteva aggiustare il mio cuore rotto.
Da quel giorno smisi di uscire, spensi il cellulare, mi chiusi in camera e mi nascosi tra le coperte del mio letto.
Mi sembrava che il mondo avesse perso colore; ogni cosa era diventata un guscio duro e pesante ed io non ce la facevo più.
Era diventato difficile fare ogni cosa, soprattutto le più semplici, come alzarsi, fare colazione, guardare un po’ di TV, fare due passi … perché era proprio quando entravo nel quotidiano che la sua l'assenza si faceva sentire maggiormente.
Persino bere il caffè divenne impossibile, perché il suo colore scuro mi ricordava i suoi occhioni.
Dopo due intere settimane passate a letto, qualcuno bussò alla mia porta, e nonostante io non risposi, con un cigolio, qualcuno entro nella stanza.
Era Thomas, il mio migliore amico, il mio fratello mancato.
Io e lui ci conoscevamo dalla prima media.
Thomas, coi suoi riccioli color sabbia e la sua spruzzata di lentiggini sul naso, era l'unico in grado di capirmi.
Buttò sul pavimento una pila di vestiti che occupavano la sedia della scrivania, e ci si sedette sopra.
I suoi occhi verdi mi fissarono a lungo, finché, all'improvviso, disse:«Bello, é ora di alzare il culo da questa merda e riperdere in mano la tua vita».
E così, Thomas passò tutto l'inverno con me; mi faceva visita quattro volte a settimana, mi ascoltava, mi lasciava sfogarmi senza giudicarmi, criticarmi o sbuffare.
