Capitolo Uno

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Norah



Il computer emanava una strana luce grigiastra che avvolgeva tutta la stanza. O Probabilmente ero io a vedere tutto grigio. La monotonia delle statistiche, dei grafici a torta o delle infinite chiamate con i clienti, che non risparmiavano mai una lunga serie di lamentele, facevano sembrare le giornate infinite.

Il tempo a Londra non aiutava a far svanire la sensazione di grigiore che in quel momento permaneva nell'aria, come fosse impregnata nelle pareti.

L'ufficio a quell'ora non era molto movimentato. Si aggiravano solo poche anime perdute, in cerca di qualche soluzione a problemi, che personalmente sapevo non si sarebbero risolti. Io ne facevo parte. Continuavo ad osservare le statistiche di mercato, che non combaciavano con alcuni dati, di cui ero stata tanto fiera pochi giorni prima.

La piccola sveglia posizionata al lato del computer segnava le dieci di sera. Continuando così avrei dovuto passare almeno altre due ore a crogiolarmi nella strana sensazione di non averci capito mai niente.

Lavoravo li da un anno e mezzo ed ero così emozionata all'idea di aver superato esami e infiniti colloqui per arrivare in una delle società più ambite, che non mi sarei mai aspettata di vivere nel grigio. Rosso, Giallo e magari, perché no, anche un pò di Rosa. Ma non il grigio. Una via di mezzo tra il candore del bianco e l'oscurità del nero. Insomma vivevo una vita nel mezzo.

Sospirai pesantemente prima di realizzare che non sarei andata da nessuna parte continuando a fissare lo schermo inerme. Così decisi che tornare a casa e staccare per un pò la presa sarebbe stata la soluzione migliore.

Spensi il computer, radunai tutte le cose che avevo sparse sulla scrivania e accennando un semplice saluto ai pochi rimasti, mi diressi verso l'uscita.

Avevo di fronte a me almeno venti minuti di metropolitana, prima di arrivare nell'appartamento in cui mi ero sistemata un anno prima. Era carino, non troppo grande, da sola non sarei riuscita a gestirne uno troppo spazioso, ma la cosa che mi aveva colpito di più era l'enorme finestra ad arco nel salone, che si affacciava nel parco sottostante. Quelle rare volte in cui riuscivo ad essere a casa per il tramonto, la vista mi mozzava il fiato.

Camminai quasi svogliatamente all'imbocco della metropolitana, sfilai dalla borsa le cuffiette e me le misi, isolandomi per un pò dal trambusto che, anche alle dieci e mezza della sera, era una cosa più che normale a Londra.

La vita sembrava scorrermi sotto le dita.

In un balzo avevo compiuto venticinque anni e, negli ultimi sei, non mi ero nemmeno resa conto di quello che realmente stessi facendo. Non proprio il prototipo della felicità.

Mio padre e mia madre vivevano a Canterbury, un piccolo borgo nel Kent. Li la vita era semplice, tutti conoscevano tutti e a volte non era sempre un bene. I miei facevano a gara con i loro amici più stretti, per chi avesse i figli con più successo. Ma di certo non potevo biasimarli. Il loro unico svago eravamo noi e le piccole scoperte che ogni giorno facevamo. In realtà Canterbury è sempre stato il mio posto. La calma, i silenzi, la natura, era una parte di me stessa che stavo abbandonato, ma che scalpitava ogni qualvolta con la mente riuscivo a toccare i posti speciali della mia infanzia.

In quel momento aspettando la metropolitana, riuscivo ad immaginare il piccolo torrente che scorreva non troppo lontano da casa e le corse con i miei fratelli lungo le colline che circondavano il nostro piccolo quartiere. Erano corse innocenti, fatte per scommessa o per scappare da qualche guaio che avevamo appena combinato. Ci ritrovavamo in un piccolo fienile abbandonato e molto spesso ci nascondevamo li, aspettando che i problemi svanissero con la luce del giorno.

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