Il giorno dopo fu costretta a tornare a scuola. Una ragazza le si avvicinò e le chiese se stava meglio. Era strano vedere qualcuno che le parlava.
«Ila, smettila di parlare con quella sfigata che potrebbe svenirti tra le braccia!» Disse un ragazzo del gruppo e gli altri risero a questa sua battuta.
«Lasciali perdere, non riescono proprio a capire che non esistono solo loro, io comunque sono Ilaria, tu Clarissa giusto?» Sembrava simpatica.
Annuì alla domanda. Non usava la sua voce con nessuno, la trovava brutta e fastidiosa.
«Va bene, ho capito, non ti piace parlare» Clarissa la guardò in silenzio.
«Lo prendo come un sì, iniziamo a entrare in classe, ti accompagno in quarta F» Le disse sorridendo.
«Gra-grazie» balbettò sotto voce.
«Che bella voce che hai, dovresti usarla più spesso!» Le disse e quelle parole la fecero sentire considerata, nessuno gliel'aveva mai detto.
Clarissa salutò muovendo la mano e entrò in classe. Si sedette al suo ultimo banco e iniziò a seguire la lezione. Ormai non le importava più nemmeno della scuola, voleva solo andare a suonare il violino. Suonò l'ultima campanella e uscirono, cercò Ilaria con gli occhi e vide la stessa felpa grigia del giorno prima. Provò a seguirlo senza farsi notare ma Ilaria la chiamò.
«Eccomi, scusa sono uscita un po' più tardi perché non riuscivo a trovare un libro, come è andata la tua giornata?» le chiese.
«B-bene» voleva chiederle del ragazzo ma non ci riusciva.
«Io vado che mi sta aspettando il mio ragazzo in macchina, ci sentiamo domani!» E la abbracciò, l'ultima volta che Clarissa aveva ricevuto un abbraccio risaliva a tredici anni prima quando sua nonna era ancora viva. Seguì la ragazza con lo sguardo, era stupenda. I suoi capelli biondi e lunghi svolazzavano per via del vento e il sole faceva brillare i suoi occhi azzurro cielo. Si avvicinò a una macchina bianca decappottabile. Clarissa si rimise lo zaino sulle spalle e si diresse verso casa sua. Poggiò lo zaino sopra il letto, prese il violino e se ne andò. Stava per andare nella sua vera casa: il suo amato prato. Si sdraiò sulla tenera erba verde e scoppiò a piangere. Pianse tutto quello che le era successo il giorno prima. Pianse fino a far diventare i suoi occhi rossi. La testa le faceva male, tanto male, ma le lacrime quasi trasparenti continuavano a bagnarle le guance piene di lentiggini.
«Non ce la faccio più, va tutto male» disse e poi chiuse gli occhi arrossati.
Nella sua testa rivedeva tutta la giornata di ieri e oggi. Ma poi ripensò a Ilaria e al ragazzo che l'aveva portata in ospedale e si asciugò le lacrime con il dorso della mano.
"Forse non mi odiano proprio tutti" pensò e sollevata dal suo stesso pensiero si alzò per suonare un po'.
