Questione di sguardi

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All'apparenza quel quindici novembre sembrava un giorno come gli altri, nulla di speciale.

Quella mattina, come le altre, l'università era alquanto affollata, chi cercava la sua aula di lezione, chi riordinava gli appunti, chi era alle prese con insegnanti troppo esigenti e chi, come me, si godeva una "sana" e calda tazza di caffè al bar più vicino, L'Orange Express.

Evidentemente i proprietari amavano il colore arancione, era un pugno all'occhio quel bar, con tutti quegli arredi arancioni, eppure facevano il caffè migliore di Manhattan e un po' più di arancione non faceva che farti apprezzare il grigiume del cielo di novembre, alla fine non faceva una piega.

Controllai l'orologio e constatai con mio enorme disappunto che erano quasi le nove, così mi diressi verso la mia prima lezione, Anatomia.

Ad accogliermi ovviamente c'era il Signor Heveral, un uomo sulla cinquantina, alto e devo dire di bell'aspetto, aveva una figlia che al college frequentava insieme a me le lezioni di storia della Signorina Spiegelman, una rottura di scatole, tutte e due intendo.

Mi sedetti, al mio solito, in quarta fila, decimo posto a partire da destra. Tirai fuori dalla tracolla il libro e il blocknotes e mi preparai mentalmente per la lezione.

"Oggi avremo con noi uno studente dell'University of California aderente all'iniziativa di scambio studentesco."
Persi un battito.

"Kayla" mi disse sorridendo, con quel suo bellissimo sorriso.
"Dimmi" dissi alzando gli occhi dal libro che avevo in mano. Notai che aveva un foglio con uno stemma sul retro. "O mio dio, non dirmi che è quello che penso" sorridevo anch'io.
"Dipende."
Lo guardai enigmatico e lui dovette capire perché mi mostrò la lettera, e non ci volle molto finché mi aggrappai al suo collo e lo baciai, ridevamo entrambi.
"Ti hanno accettato."
"Alla California's University, esatto" disse mentre mi teneva stretta fra le sue braccia. Mi baciò la fronte, il naso, lo zigomo, e poi risalì fino ad arrivare alle labbra.
"Non sai quanto sono felice per te, ti amo."
Lui, per risposta, mi baciò. Fu uno dei baci più emozionanti e pieni di amore che mi abbia mai dato, le parole non gli servivano quando una cosa la poteva dimostrare a gesti. E non c'era niente di più bello, dei suoi ti amo.

"Jordan Devidson."

E in quel momento, solo in quel momento, alzai gli occhi dal libro che avevo davanti.

Il mio cuore batteva all'impazzata, non potevo crederci, non volevo crederci.

Jordan, quel Jordan, il mio Jordan, era lì, davanti a me, e in quel modo non lo era mai stato.
Così vicino eppure così distante.

Era lui, ed era lì, a un paio di metri da me che sfoggiava il suo bellissimo sorriso.
Era lì, quando i suoi occhi incontrarono i miei.
Era lì quando smisi, anche se per un piccolissimo frangente di secondo, di respirare.
Era lì, e mi guardava.

Ci separava un abisso, e adesso l'abisso lo vedevo nei suoi occhi.

E faceva male, io non ero più sua, lui non era più mio, eppure eravamo lì. In un'aula piena di persone a scrutarci l'anima.

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