Messaggi in palestra

26 2 0
                                    

La notte regna. La casa dorme. Il silenzio fa da padrone. Mia sorella accanto a me sta dormendo profondamente, tuffatasi tra le braccia di Morfeo appena posata la guancia sul cuscino. Mia madre è sotto le coperte da più di un'ora e mio padre è appena andato. Allungo un braccio e schiaccio il tasto Home dell'ipad: l'una in punto. La luce poco a poco si affievolisce finché la stanza non torna completamente al buio. Da piccola temevo l'oscurità, ne ero spaventata e cercavo rifugio tra le braccia di mamma o mia sorella; da qualche anno invece ne sono quasi attratta. Mi piace restare sveglia per sentirmi avvolgere dalle tenebre, per tenere gli occhi aperti e lo stesso non vedere nulla. Dopotutto è quello che succede alle persone durante la giornata, no? Tengono gli occhi aperti ma in realtà non vedono niente. La vista diurna è una vista apparente, mentre quella notturna è la più veritiera. Non hai occhi puntati addosso, non hai nessuno che ti possa accusare di qualcosa, nessuno ti dice cosa pensare. Sei solo tu, i tuoi ricordi e le tue riflessioni. Quante volte ho detto, con tono fiero, ai miei genitori, che riflettere è una cosa che non mi riesce bene e di cui non sono capace, ma la verità è che rifletto tutte le notti e forse per questo non voglio farlo di giorno. Ogni notte mi stendo sul letto, sistemo le cuffie nelle orecchie e faccio partire la musica a volume basso. Non c'è molta scelta per la "colonna sonora notturna", perché sono due le canzoni che ascolto normalmente: "Stillness of the mind" oppure "Deamons". Le stesse che mi ispirano durante i temi in classe. Non ci vuole molto, solo qualche nota e subito i ricordi scendono a fiotti, come le lacrime in un momento di disperazione. Ricordi della giornata, ricordi del mese, ricordi di una vita passata...tutti pronti per essere analizzati, capiti, assimilati e accettati. Alcuni sono semplici: come i litigi, un voto brutto, un errore commesso; altri però sono quasi impossibili. Restano lì come i macigni che bloccano il percorso tranquillo di un fiume e che non danno segno di voler togliere il disturbo. La corrente si fa più impetuosa, ma lo stesso i macigni rimangono fermi. Mi tolgo le cuffie e dentro di me so che è iniziata la seconda fase: farsi i discorsi. Non sono matta, almeno credo. Però trovo utilissimo parlare tra sé e sé come se ci fosse una persona di fronte, in ascolto. E' più semplice e le parole escono fluide, facili e senza provare alcuno sforzo. Ho bisogno di sentire la mia voce come un sussurro. Mi calma. Piango. Potrei sembrarvi una dalla lacrima facile, ma non è così. Piango perché così elimino un po' del dolore che provo. Elimino del senso di colpa che mi tiene stretta per mano da anni. Le parole che pronuncio sono quelle che vorrei dire ai miei genitori, ai miei professori, ai miei amici...sono parole dure e per questo le tengo per me. Mi giro e una lacrima va a confondersi con le pieghe del cuscino. E' la lacrima che mi lega alla realtà e allo stesso tempo mi catapulta nel mondo degli incubi.

Siamo in palestra, le due ore di scuola che mi piacciono di meno assieme a quelle di arte. Non sono brava negli sport che si praticano a scuola, mentre i miei compagni paiono essere delle bombe in tutto. Rachel sicuramente è migliore di me a pallavolo, Margaret sbuffa ogni qualvolta che il prof afferra una palla e gliela lancia contro però ci sa fare con il basket. L'unica che sembra sentitisi del tutto realizzata è Jessica. E come non potrebbe essere felice? Se ne sta in piedi circondata da Matt, Josh e Mark a sbattere quelle ciglia da civetta che si ritrova. L'unico mio sollievo è che a parte loro tre, nessuno altro pare essere attratto da quel culo che si mena ogni volta che le si passa accanto. Lancia un'occhiata a Peter che sta ridendo con prof. So cosa vuole, ma dentro di me spero che non lo ottenga mai.
- Mi spieghi come fa quella a tenersi i pantaloni così attillati e leggeri in pieno inverno? - domanda Liam, che la sta squadrando dalla testa ai piedi. Arriccio il naso e faccio spallucce.
- Non ne ho idea, forse nello stesso modo in cui tu riesci a portare questi pantaloncini corti che ti esaltando il lato b - rispondo facendogli l'occhiolino. Lui ricambia e allunga un braccio per afferrarmi la vita, ma gli sfuggo appena in tempo.
- Vuoi toccarlo? - mi provoca.
- L'ho già fatto e lo conosco. Non m'interessa -
- Ehhh...non ti credo neanche morto. Avanti! - dice mentre mi prende una mano e l'accompagna dolcemente verso il suo fondoschiena. Credo che in altre circostanze mi sarei lasciata andare, ma non oggi. Non in questi giorni. Sottraggo la mano velocemente e l'unica cosa che gli concedo è una pacca sul petto, dopo di che esco dalla palestra. Ancora un'ora e poi anche questa giornata è terminata. Tre giorni mancano all'arrivo del nuovo insegnante di italiano e un solo giorno prima che riveda il figo di matematica.
- Chi è Francis? -
- Peter, non sono in vena...sparisci - cerco di tagliare corto, ma ovviamente lui non si arrende. Semplicemente mi si avvicina e sorride, porgendomi il cellulare.
- Ti ha scritto. -
A quelle parole non so che rispondere. Come può scrivermi se io non gli ho mai dato il mio numero? Con fare dubbioso sblocco lo schermo e leggo il messaggio:

Hai finito le parti pubblicate.

⏰ Ultimo aggiornamento: Nov 17, 2016 ⏰

Aggiungi questa storia alla tua Biblioteca per ricevere una notifica quando verrà pubblicata la prossima parte!

La ragazza dagli occhi bagnatiDove le storie prendono vita. Scoprilo ora