1. Legami dal passato.

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Chapter One.

Everybody got their demon even wide awake or dreaming

Maëlys era già in piedi alle cinque e mezza di quella fresca mattina, accompagnata da una fedele tazza di caffè nero e seduta sul davanzale della finestra nella cucina del suo piccolo appartamento, lo sguardo fisso sull'alba dalle rosee dita che si allungava nel cielo di New York.
I colori tenui del sole infiammavano lentamente l'arca celeste, dando colore al mondo e al viso diafano della ragazza che cercava di non pensare a nulla, se non a godersi quello spettacolo come faceva ogni giorno da quando era su Midgard [1].
Amava l'alba, ma anche il tramonto. La appassionava vedere le tenere sfumature che assumeva il cielo, rendendo tutto per un attimo magico, surreale, allontanandola dalla realtà in quello che appariva come un piacevole sogno di mezza estate.
Maëlys era una ragazza molto misteriosa, ma soprattutto in lei
si infittivano strati su strati di emozioni inespresse, che a forza di sovrapporsi in silenzio stavano per scoppiare e distruggerla da dentro. La mezz'elfa stava implodendo senza nemmeno poter fare niente per fermare l'avvenimento.
Fin da piccola sapeva di essere brava a giocare con le proprie emozioni. Sapeva bloccare il pianto a comando, come a iniziarlo con nulla, sapeva ridere anche quando passava il periodo più brutto della sua vita, sapeva fingersi triste per giorni anche se dentro scoppiava dalla gioia. Aveva il controllo assoluto sul suo caos interno, tanto che spesso si dimenticava di interpretare quello che sentiva in sé. Aveva annullato la sua identità per cosí tanto tempo che ormai non sapeva quale fosse la sua vera io, visto che ne aveva interpretate alcune piú di quanto avesse usato la propria. Si era dimenticata di avere perfino delle emozioni, in quel cuore avvizzito e annerito dagli anni della sua lunga esistenza..
Accarezzò le proprie gambe nude, cercando invano di riscaldarsi. Era ottobre, e lei indossava solamente un leggero kimono di seta color argento fuso, che non superava nemmeno la metà coscia, ma il freddo non la infastidiva più di tanto, non lo aveva mai fatto.
Il suo corpo, snello, sensuale e slanciato, era ricoperto da piccoli brividi di freddo, che lei ignorò, preferendo godersi lo spettacolo che ogni mattina la ammaliava piuttosto che dar ragione agli impulsi del suo corpo e distogliere l'attenzione da quel vuoto di pensieri per una stupida coperta.
I capelli color cioccolato fondente lisci come seta erano raccolti in una treccia laterale che ricadeva pigramente sulla spalla sinistra, mentre i ciuffi ribelli le incorniciavano il viso armonioso, dai tratti sottili e delicati. Le labbra fine e violacee erano serrate in una linea dura, gli occhi grandi e sensuali erano fissi sulla figura del sole, così da illuminare finalmente quell'iride ghiaccio come un oceano gelato senza fondo, riscalandoli dal gelo che di solito lasciavano trasparire.
Sospirò, infine, quando il sole ormai era una palla sempre più brillante all'orizzonte e il cielo stava prendendo i colori della giornata.
L'ennesimo incubo l'aveva disturbata nel sonno, togliendole il riposo e la vitalità dal viso, che ora era sciupato e visibilmente stanco, grazie anche alle profonde occhiaie sotto gli occhi vacui.
Era presto, ma tra poco si sarebbe dovuta preparare per andare all'Università, anche se non aveva proprio voglia di una mattinata piena di filosofia.
Voleva solo rifornirsi di una grossa tazza di caffè bollente e un libro spesso almeno cinquecento pagine, da leggere con tutta calma sul divano, comodamente distesa sotto una calda coperta in lana.
Purtroppo ciò non era possibile, quindi con un altro sospiro balzò giù dal davanzale su cui era raggomitolata e si infilò nella camera da letto dell'abitazione, aprendo le ante dell'armadio bianco e studiando i vari capi sulle grucce.
La sua casa non era nient'altro che un piccolo appartamento in un lurido condominio di Hell's Kitchen, una zona abbastanza malfamata e povera di Manhattan.
Conteneva a malapena un openspace ridotto, un bagno, una camera da letto e una stanza che lei usava come studio/rifugio per pensare/sgabuzzino. Forse era anche tanto per una studentessa universitaria, visto che non lo divideva nemmeno con qualcuno, ma per una creatura come lei, abituata a reggie grandi cento volte quel piccolo spazio, la cosa era più difficile da gestire. Era come chiudere un elefante in una stalla, dopo averlo abituato alla pianura immensa che era la savana. Per niente semplice.
Maëlys afferrò, dopo un'attenta osservazione, una camicia di seta color avorio e un paio di pantaloni neri a sigaretta.
Li indossò, godendosi il freddo della morbida seta sulla pelle d'oca, e li abbinò a un paio di Doc. basse nere e a una collana dorata, lunga e con un ciondolo pesante all'estremità.
Era su Midgard da pochi mesi, ma si era ambientata alla perfezione, adottando fin da subito i gusti eccentrici, ma nemmeno troppo cattivi dei midgardiani con velocità ed efficienza. Vedendola non si direbbe nemmeno per sogno che non fosse una mortale.
Prese una spazzola e si pettinò bene i lunghi capelli, lasciandoli coprire le spalle. Si lavò il viso e si truccò in maniera semplice. Del semplice mascara per intensificare il suo sguardo felino e gelido.
Saltò come sempre la colazione, nemmeno guardando la cucina in un angolo dell'openspace e raccolse la Michael Kors nera e un bomber in pelle beige dall'appendino, uscendo dall'appartamento con chiavi e quel utile aggeggio, il cellulare, sottomano.
Il clima di NYC era variabile, ma sembrava particolarmente assolato quella mattina in cui la ragazza non proprio midgardiana usciva di casa, incrociando come sempre il senza tetto dalla dialettica oscena che sostava usualmente sotto casa sua.
«ehi bambolina, quelle gambe le apriresti per scaldare una parte del mio corpo? Sai, ho molto freddo, qui, tutto solo..» le gridò quel giorno pieno di inventiva, venendo beatamente ignorato dalla ragazza che proseguì verso la stazione della metro.
Estrasse a metà strada quei tubicini collegati a due fili congiunti, i cosiddetti auricolari, prima di indossarli e collegarli al cellulare, facendo partire quella che lei chiamava appropriatamente "musica midgardiana".
Il pezzo in questione si chiamava: "Run" di un certo gruppo chiamato Bring Me the Horizon. Aveva anche fatto delle ricerche su di loro, usando una cosa chiamata computer, e aveva scoperto con piacere altre canzoni che la entusiasmavano.
Quando finalmente raggiunse la stazione della metropolitana, la canzone era finita, solo per farne partire una successiva: "Centuries" dei Fall Out Boy.
Per quanto si concentrasse sulle parole della canzone, i pensieri di Maëlys sfociavano esattamente dove lei voleva che non mettessero piede.
Nell'area della sua mente che lei aveva abolito come "cestino degli incubi".
Purtroppo la notte insonne che aveva passato non le era d'aiuto a distrarsi e la ragazza dovette rivivere brevi scroscii di quelle scene di distruzione che l'avevano tormentata nel buio.
Odiava i suoi incubi, perché erano così terribilmente vividi da farla svegliare urlando e sudando freddo. Erano scene raccapriccianti, che spesso e volentieri non c'entravano direttamente con lei, confondendola ancora di più e costringendola a rimurginarci di giorno, proprio come in quel momento.
Imboccò le scale che portavano sottoterra, verso i binari del mezzo di trasporto più diretto e veloce per l'Università che frequentava, ma venne distratta improvvisamente da uno strano richiamo nell'aria.

Mortally Close ♔ Loki LaufeysonDove le storie prendono vita. Scoprilo ora