Capitolo 2• Credere e lasciare

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Katherine's point of view
7 settimane prima

«Avviso a tutte le unità! È stato intercettato un cadavere a Norris Street molto vicino al The Harold Pinter Theatre» avvertii l'ennesima segnalazione.

«Al diavolo!» sbattei i pugni sul tavolo della riunione «non è possibile, non è assolutamente possibile»

«Non ti sei ancora abituata, vedo» mi schernii Garcia.


«Abituarmi? Mi prendi fottutamente in giro, come potrei anche solo pensare di abituarmi? Sono due anni, due fottutissimi anni, che gli stessi eventi si susseguono, due tremendi anni che persone innocenti perdono la vita e noi, che abbiamo come dovere di mantenere la sicurezza nel paese, non abbiamo ancora catturato i colpevoli di questi omicidi. Pensi ancora che io debba abituarmi alla situazione?»

«Non è colpa nostra, sai benissimo che abbiamo analizzato tutti i dati ottenuti dalla scientifica, intervistato tutti i criminali, arrivando persino alla tortura pur di farli parlare, ma nessuno di essi è riuscito a dirci nulla» ribatté Anderson.

«E per questo, Anderson, mi stai chiedendo di arrendermi? Be, mi spiace dirtelo, ma non lo farò, fosse l'ultimo caso che risolverò, anche se quest'azione mi potrà costare il posto da agente. Continuerò a indagare, anche se sarò costretta a farlo per conto mio. Non ho intenzione di lasciarmi sfuggire coloro che mi hanno privato della mia famiglia. Sono stufa di essere l'unica a cui importa, state aspettando che siate voi, e nessun altro, a pagarne le conseguenze?» risposi ormai rossa dalla rabbia.

«O'Connel, davvero pensi che a noi importi delle tue perdite? Tra due settimane questo caso sarà archiviato come irrisolto, abbiamo perso abbastanza tempo e non ne abbiamo ricavato nulla» annunciò freddo Garcia.

«Sapete una cosa? Vaffanculo stronzi di merda, lascio il posto» sibilai

«O'Connel, non ti permetterò di lasciare il posto. Abbiamo bisogno di te. Qui.» mi bloccai a quelle parole.

«Bisogno di me? Ma davvero?» risi,
«Be allora dovevate pensarci prima e prendermi sul serio quando vi dissi che ciò incontro a cui stiamo andando non è umano. Ve lo dimostrerò» sussurrai fredda.

«Ah e , Anderson, un'ultima cosa, voglio chiederti...prima di andare, riferisci al capo che entrerò a far parte dell'F.B.I.»

«Cosa? Non puoi farlo! Non puoi divulgare a nessuno le informazioni che abbiamo accumula-» prima che potesse finire, lo interruppi.

«Vorrà dire, che HO accumulato, mentre voi vi succhiavate i pollici chiedendovi quando sareste morti. Be, se tutte le informazione sono state trovate solo ed unicamente grazie a me non trovo perché questo debba essere un problema» lo aggredii. Presi i miei archivi dal tavolo e feci per lasciare la stanza.

«Entrare è semplice, uscirne è impossibile» tuonó una voce. Il sangue mi si raggeló nelle vene al solo sentire l'eco della sua voce rimbombare tra i muri della camera. La mia preoccupazione aumentó quando qualcosa di freddo, solido e sinistro, si poggió sulla mia nuca.

Rimasi immobile, non feci alcun movimento e non proferii una sola parola. Era finita, o meglio, non era neanche cominciata.
Non feci in tempo a pensare lucidamente, perché un suono sordo invase le mie orecchie. Cocci di vetro si sparpagliavano ovunque, la canna della pistola lasciò la mia nuca ed io riuscì a girarmi per scoprire la causa di quel rumore. Quando i miei occhi incontrarono quelli azzurri e allarmati di Tomlinson, un peso lasciò il mio petto. Non riuscì neppure a rilasciare il respiro che non mi ero accorta di aver trattenuto, che quest'ultimo cominciò a correre verso l'uscita d'emergenza trascinandomi con lui.

I potenti spari che cominciarono a farsi sentire di lì a poco mi aiutarono a prendere in mano le redini delle mie azioni. Mi bloccai e smisi di correre. Louis si girò con le sopracciglia aggrottate. Continuò a trascinarmi con se sino a che non entrammo in un ascensore. Sentii degli spari colpire la superficie di ferro e delle imprecazioni ovattate.

«C'è mancato poco» sussurrò asciugandosi la fronte imperlata di sudore.

«Perchè l'hai fatto?»
Non seppi perché feci proprio quella domanda tra quelle che mi frullavano per la testa, né perché risultai così fredda nonostante mi abbia aiutata.

«Perché? Mi stai seriamente chiedendo perché, Katherine?» cominciò con esasperazione, «Sei la mia migliore amica, Kat, dovevo restare a guardare? Non importa se perderò il posto, non importa se riusciranno a prendermi, non mi importa. E sai perché? Perché nulla importa se è per te e se sei con me. Sono entrato qui dentro per te, che senso avrebbe rimanerci senza te?»

Non riuscì a rispondere alla sua domanda e guardai a terra, mentre sentivo la testa girare e la nausea aumentare. Quando uno stridio precedette la fermata dell'ascensore, alzai lo sguardo verso quello preoccupato di Louis.

«Merda!» dicemmo in coro allarmati.

«Siete in trappola» disse una voce scura, preceduta da una risata spaventosa.

Cercarono di aprire le porte, mentre tastavamo l'ascensore in cerca di una via di uscita, quando mi sbattei una mano sulla fronte, abbagliata dall'evidente. Louis mi guardò interrogativo, muovendo nervosamente la mano.

«Ma certo! La botola!» esclamò seguendo il mio sguardo insistente. Li feci nevroticamente segno di far silenzio. Aprimmo la botola e con una spinta da parte di Louis, la raggiunsi. Aiutai Louis a salire e poi la richiudemmo.

«Abbiamo guadagnato tempo, questo li terra occupati per un po'» disse tirando fuori un lucchetto per chiuderla dall'esterno.

«Si può sapere perché diamine tieni un lucchetto in tasca?» chiesi alzando un sopracciglio. Ricevetti una semplice alzata di spalle come risposta e decisi di non indagare oltre.

Scendemmo le scale d'emergenza, quando arrivata quasi alla fine, mi accorsi che Louis non c'era.

«Louis?» sussurrai spaventata.
Mi portai una mano alla bocca quando sentii la mia voce rimbombare. Sentii il rumore delle catene arrivare sempre più insistente, quando pezzi di ferro cominciarono a cadere dall'alto.

«Oh...Cazzo» dissi con un filo di voce dopo aver alzato lo sguardo. L'ascensore stava scendendo ad una velocità disumana, di lì a poco mi avrebbe schiacciata come carne trita. Chiusi gli occhi in attesa dell'inevitabile, quando avvertii una pressione alla gamba destra e pochi istanti dopo mi trovai tra le pareti di un condotto aereo. Aprii gli occhi trovandomi davanti una scena straziante. Louis respirava a fatica, mentre lacrime copiose gli attraversavano le guance arrossate. Dopo pochi istanti, mi ritrovai stretta fra le sue braccia, scossa dai singhiozzi che non sembravano volersi fermare.

«Pensavo di averti persa» fu l'unica cosa che uscì più flebile di un sussurro, dalla sua bocca.

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Burnt ∆Harry Styles∆Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora