Il giorno dopo, a colazione, Emily scese la scala che collegava il primo al secondo piano, sotto gli occhi increduli dei suoi genitori. Sua madre, la signora Hollington, mollò rumorosamente il vassoio con su le ciambelle fatte in casa sul piano della cucina e corse ad abbracciare sua figlia. Emily si sentì soffocare, tanto che dovette scostarsi dopo pochi secondi. Emily era vestita per uscire, con lo zaino in spalla.
«Tesoro! Finalmente ti sei decisa a ritornare a scuola!».
Suo padre, Warren Hollington, sciacquava le tazze per la colazione sotto l'acqua corrente del lavandino. Vista questa scena, Warren sorrise e si sentì pieno di orgoglio. Anche lui abbracciò sua figlia e la famiglia intera si accomodò al tavolo per consumare la colazione insieme. Fu allora che Emily decise di spezzare gli equilibri.
«Chi è Nicholas?».
La domanda non sembrò avere effetto sui suoi genitori, che continuarono a gustare le ciambelle inzuppate nel caffélatte. Poi suo padre alzò lo sguardo e la fissò.
«Nicholas chi?».
«Non so il suo cognome, ma è un ragazzo...era un ragazzo...che si è tolto la vita nel 1980».
Il volto di Warren sbiancò. Tossì un po' per ricacciare nella gola il piccolo pezzo di ciambella rimasto in sospeso e deglutì rumorosamente.
«Veniva nella vostra scuola. Nella mia scuola» aggiunse Emily.
Warren si voltò verso la signora Hollington.
«Tu te lo ricordi, Adelaide?».
«Per niente, caro».
Warren scrollò le spalle. «Sarà qualcuno che non conoscevamo».
«Ma ricordi lui? Intendo...» Emily smise per un attimo di parlare, come per studiare lo sguardo di suo padre, che le sembrava evasivo e a disagio. «Lo conoscevi?».
«No, mai sentito. Però è possibile che l'abbia visto in giro per i corridoi quand'ero ancora uno studente. In fondo la scuola di Ubis ha pochi studenti, ma nessuno guarda in faccia nessuno se non ci si conosce bene. Lo sai come sono i giovani, non è vero, Adelaide?».
La signora Hollington annuì ad occhi bassi, sorridendo. «Tutto vero, tesoro».
«Possibile che non ve lo ricordiate neppure? Mi sembra impossibile» Emily cercava di spingersi oltre l'immaginaria vallata delle domande scomode.
«No, non ricordiamo nulla» il tono di suo padre si fece più intenso.
Emily capì che le domande erano indesiderate e dovette trattenersi per proseguire nel suo interrogatorio.
Quel giorno di scuola non aveva per niente scalfito la sua voglia di passare una bella serata da solo. Aveva fisicamente bisogno di restare appartato, da solo, nella sua stanza, la tv accesa sulla sua serie tv preferita, in sottofondo un disco di Bob Dylan, con I shot the sheriff a risuonargli leggermente nelle orecchie. Jim non si era mai sentito così in pace con il mondo, anche se la sua settimana era stata pesante, così come il suo mese. Dall'incidente occorso a Leon non avevano avuto più pace, né a casa, né tantomeno a scuola, che in quel momento, in lontananza, gli appariva come una prigione da cui fuggire il più presto possibile. Non lo spaventavano più le interrogazioni o i giudizi dei prof, né i commenti di alcuni studenti di quinta sul suo peso. Jim aveva il terrore che qualcuno gli avesse riportato alla mente la sera del ballo, quando lui e Ydes avevano spostato di peso Leon mentre cercava di difendersi dal pestaggio di Rick. In un capitolo dedicato al diritto, nel corso della lezione di studi sociali, in alto a destra di pagina dieci, la ricordava bene perché ne era rimasto particolarmente colpito, affianco alla foto di alcuni pentiti della mafia, c'era il significato del termine omertà.
Quella parola lo aveva talmente spaventato che aveva smesso di prestare attenzione alla lezione del signor Pulling e aveva preso a fissargli quello strano brufolo che gli era cresciuto sul naso. Poi, Jim, si era accorto di essere come tutti gli altri essere umani che hanno effettivamente fatto qualcosa di brutto. Il senso di colpa, sia esso defilato o centralizzato, è una delle cose più invasive e appiccicose nella storia dell'umanità. Si impossessa delle viscere, le sballotta come fosse un drink da shakerare e serve al tuo palato un bell'assaggio di disgusto misto a vomito. Per un mese intero era stato così, poi le cose si erano affievolite. I suoi genitori avevano smesso di fare domande, la polizia – e sapeva che era merito dei genitori di Rick e Joy – aveva archiviato il caso giudicandolo come un pestaggio da parte di un vagabondo drogato o alcolizzato e lui era tornato a respirare, a guardare il rugby come gli piaceva da una vita, a ingozzarsi di schifezze e a bere litri di Coca Cola nei suoi sabato sera la cui emozione più grande coincideva con la visione di un film d'azione. Jim Calowin era il capoclasse e uno degli studenti più temuti e rispettati dell'intera scuola per via delle sue amicizie con ragazzi "importanti" di Ubis, ma dentro di se stava capendo giorno dopo giorno che ad ogni azione corrisponde una reazione, uguale o contraria; una regola non scritta che puoi apprendere solo se vivi la tua vita in indipendenza, rispondendo delle tue colpe singolarmente e non come collettivo. E quando, la prima volta, la polizia lo aveva interrogato come testimone chiave del caso chiudendolo nell'angusta stanzetta della sala interrogatori del piccolo dipartimento della città, tutte le sue certezze e la sua arroganza non avevano trovato appoggio, crollando al suolo come tessere del domino in balìa dei sibili del vento.
Il primo rumore fu un crack indistinto. Jim lo sentì, ma rimase concentrato sulla scena di sesso della sua serie tv. Il protagonista, un guerriero vichingo, copulava con una schiava dai capelli neri e i due si amavano, si baciavano, si possedevano. Mentre sentiva l'eccitazione salire in tutto il corpo, sentì qualcosa sbattere sul vetro della finestra di camera sua. Era adagiato su un grande pouf verde che utilizzava come seduta per guardare la tv, nella mano destra aveva una lattina di cola semivuota e alla sua sinistra un piatto quasi vuoto di nachos freddi e con formaggio rattrappito aspettava di essere mangiato. Fu il terzo rumore che lo convinse ad alzarsi dal pouf. Fu come...una voce. Maschile, di rimprovero, come se qualcuno lo stesse giudicando per qualcosa che aveva fatto. Jim accusò un piccolo senso di inquietudine, che si tradusse nella sua voglia immonda di chiudere le finestre con tanto di ferretto. Appoggiò le mani sul telaio, poi deglutì. Si voltò di spalle e solo in quel momento lo sentì arrivare. Fu un insieme di sensazioni contrastanti e versi coperti. Qualcosa lo aggredì alle spalle dopo aver rotto in mille pezzi i vetri della finestra, non era un uomo, ma un animale, qualcosa di piccolo. Trovò la forza di girarsi e di rimanere in piedi e in un nanosecondo li vide: gli occhi scuri e asettici di un corvo lo fissavano con malizia. Fu solo per un momento, perché la zampa sinistra del rapace lo ferì a un occhio, tranciandone parte della pelle attorno alla palpebra. Jim urlò di dolore, un urlo straziante che lo fece capitolare a terra. Colpì il duro pavimento e la sua schiena sembrò ribellarsi, ma il corvo non aveva finito, il corvo voleva ancora continuare a fargli del male. Vi si accanì contro, beccandolo sulla testa e sugli zigomi, provocando ferite larghe e rivoli di sangue gocciolanti. Poi, quando capì che il volto del ragazzo era fin troppo rovinato per continuare, passò allo stomaco. C'era così tanta carne che il corvo trovò pace nel beccargli l'ombelico e il resto del torace. La porta della camera si aprì, i genitori di Jim entrarono e furono allibiti dal vedere quello spettacolo. Suo padre, quando urlò verso il corvo per spaventarlo, sentì gelare le sue emozioni: il corvo gli rivolse lo stesso sguardo rivolto a suo figlio e gracchiò forte, fortissimo, così forte che la madre di Jim scoppiò in lacrime.
«Tesoro!» urlò sua madre, un urlo disperato di chi sa di non poter intervenire per salvare da un aggressione il proprio bambino.
«Cosa sta succedendo?!» gridò suo padre, rosso in viso, con le mani grosse a gesticolare. Era inspiegabile.
Non era una creatura normale, niente era normale in quella casa, ma quel corvo era di gran lunga la cosa più spaventosa che avessero mai visto in vita loro. Si fermò dopo qualche secondo, fuoriuscendo dalla finestra, con le piume coperte di schizzi di sangue. Jim era a terra, inerme, con un occhio pulsante e il volto tumefatto dal corvo. Un respiro sottile.
Fu l'unica cosa che sapeva di vita.
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Qualcuno Sta Per Cadere
HorrorEmily Hollington ha sedici anni, una personalità introversa e la colonna sonora della sua vita è al ritmo degli Aerosmith. Sembrerebbe una vita normale, ma non lo è: non ha amici, fatta eccezione per il goffo Leon, con cui condivide interessi e pen...
