Attenzione! Questo capitolo ha contenuti forti che potrebbero urtare la sensibilità di qualcuno.
Dicembre 1998
Qualcosa che ancora possa farmi paura
Lo studio di Minerva è così diverso.
Il delirio geniale di un vecchio preside goloso di caramelle, è stato sostituito dall'ordine maniacale di una strega che ha paura di non reggere il confronto.
Mi guarda da dietro agli occhiali.
Abbandona il suo corpo esile sullo schienale della poltrona.
Vuole delle spiegazioni.
Il peso è già troppo per lei.
Non è stata in grado di affrontare anche questo.
Un suo professore.
E una sua studentessa.
I suoi occhi grigi saettano cercando la forza di incontrare quelli neri di Severus.
Sembra ripensarci.
Torna ad invadere i miei.
Non è più la donna di un tempo.
Questa guerra ha portato via la parte migliore di lei.
O forse no.
Teme solo di lasciarla uscire.
La protegge.
Come ha fatto con questa scuola.
Fino allo stremo delle sue forze.
Tu non parli.
Resti immobile nel tuo abito nero dal taglio perfetto.
Non intendi facilitarle la cosa.
Non lo hai mai fatto con nessuno.
Nemmeno con me.
A lei non riserverai un trattamento diverso.
Ti guardo.
Sembri non aver paura più di nulla.
E d'altronde di cosa dovresti averne?
Hai convissuto per anni con incubi che avrebbero distrutto chiunque.
Hai dovuto affrontare il male.
E te stesso.
Così tante volte da non saperle più contare.
Hai affrontato me.
E quello che rappresento.
- "Quello che è successo alla festa di Natale..."
La voce di Minerva si intrufola tra i miei pensieri.
Si interrompe un istante.
Mi guarda di nuovo.
Poi guarda te.
- "Non è passato inosservato!
Hai baciato una tua studentessa in mezzo ad una sala piena di gente, Severus!"
Sentenzia fredda.
Indica una pila di lettere sul ripiano scheggiato della sua scrivania.
Sono aperte malamente.
Di fretta.
In un modo che sembra non appartenerle.
Le guardo.
Ne prendo una tra le mani.
La rigiro frettolosamente.
- "Sono lettere dei genitori, Minerva?"
Chiedo.
La guardo, senza lasciar trasparire il minimo riflesso di ansia.
Ho imparato dal maestro.
Mi scappa da ridere per un istante.
Mi volto.
Ti guardo.
Tu sei immobile.
Svogliatamente seduto su una poltroncina dalla fodera lisa.
- "Ovviamente..."
Sibili mellifluo.
- "Vogliono delle risposte Severus! E io non so cosa dire."
Minerva sembra aver ripreso i fili stanchi del suo vecchio coraggio.
- "Non posso rispondere semplicemente di farsi gli affari loro... E credimi, pagherei per farlo!"
Si sporge verso la scrivania.
- "Non mi interessa cosa fate. Se fosse per me manderei al diavolo tutto. Questo studio, questo ruolo che non ho mai voluto. Ma non posso... L'ho promesso ad Albus!"
Vedo la tua schiena irrigidirsi.
Il tuo sguardo cambiare impercettibilmente.
Io posso vederlo Severus, per quanto tu possa provare a nasconderlo.
Una volta riconosciuto non mi ha più abbandonata.
Come quei quadri babbani fatti di puntini colorati.
Nessuno riconosce la figura all'interno.
Ci vuole tempo e fatica.
Ma una volta catturata con lo sguardo non smetterai di vederla, mai più.
Mio padre ne aveva uno, nel suo studio.
I tuoi occhi sono così.
O almeno lo sono per me.
Capisco perché Albus non è più stato capace di non credere in te.
Anche lui aveva scorto l'immagine nascosta tra i puntini.
Anche lui non è più riuscito a non vederla.
L'ha promesso a lui.
Anche Minerva.
E sta cercando in ogni modo di mantenere la sua promessa.
Come hai fatto tu.
Gioco per qualche istante con i bottoni del mio maglione.
Poggio la lettera sopra le altre.
- "Cosa vogliono Minerva?"
C'è uno strascico di apprensione nella mia voce.
Non avrei voluto che si intuisse.
- "Non possono sopportare una relazione tra un professore e una studentessa. Mi intimano di prendere provvedimenti. Ho delle responsabilità... Maledizione Severus! Di' qualcosa!"
La sua voce si alza.
Riconosco la donna che fronteggiava da sola schiere di mangiamorte sul sagrato di un castello in rovina.
Sollevi lo sguardo.
Lo punti nel suo.
E' così pungente che temo possa sgretolarle il corpo ormai fragile.
Lasci scivolare rumorosamente la poltroncina sul vecchio legno tarlato del pavimento.
Ti alzi di scatto.
Ci dai le spalle.
Ti avvicini ad una finestra immensa, affacciata su un paesaggio infinito.
Resti immobile.
- "Vuoi che dica qualcosa Minerva?"
Sibili senza voltarti.
La tua voce fende fredda il davanzale, si perde nella stanza.
E' una domanda che non attende risposta.
- "Vuoi davvero che ti dica perché me ne fotto di quella pila di lettere, di quei genitori idioti, della reputazione di questa scuola?
Sussurri.
Fai una pausa.
Poi prosegui.
La voce stanca.
Le mani strette in due pugni bianchi sul marmo che imita il colore della tua pelle sottile.
- "Ho passato una vita a nascondermi Minerva.
Ho visto scivolare davanti ai miei occhi le peggiori nefandezze del genere umano.
Ho tradito la donna che amavo.
Ho ucciso la donna che amavo.
Passando il resto della vita a farmi tormentare dal suo fantasma.
Da quegli occhi verdi che mi hanno logorato fino a togliermi la voglia di vivere.
Ho ucciso e torturato innocenti per una causa che non ho mai potuto spiegare, mentre nei loro occhi vedevo nascere il terrore.
A loro non importava niente della giustizia, Minerva.
Della nostra nobile, fottuta causa.
Loro avrebbero solamente voluto vivere un giorno in più.
Ho lasciato bambini senza madri.
Donne senza amore.
Ho baciato l'orlo della veste sudicia di colui che, con il vomito nella gola, ho dovuto chiamare padrone.
Ho riso sguaiatamente mentre i miei compagni torturavano e violentavano ragazzine.
Ho dovuto uccidere quelle stesse ragazzine per non lasciare che venissero martoriate ancora, e ancora... E ancora.
Ho fatto a brandelli fino all'ultimo centimetro della mia anima.
Mentre con il cuore sanguinante ridevo della morte.
Nascosto da quella maschera che mi impediva di respirare.
Dalla maschera che mi porto dietro da così tanto tempo da non essere più in grado di riconoscere il mio vero volto.
Mi sono sentito chiamare traditore.
Codardo.
Nel nome di una giustizia che vedevo sgretolarsi ogni giorno un po' di più.
Ho fatto promesse così difficili da non riuscire più a prendere fiato.
Ho mantenuto quelle promesse violentando il poco che era rimasto del mio essere uomo.
Ho ucciso l'unica persona che avesse mai visto in me qualcosa di diverso.
L'unico che ha rischiato tutto per tendermi la mano.
Ho invocato la morte così tante volte da chiamarla per nome.
E non sono mai potuto correrle incontro, a quella dannata morte.
Quando invece avrei solo voluto chiudere gli occhi.
Per sempre.
Ho relegato la mia intera vita in un sotterraneo gelato, tentando di preparare pozioni che potessero lenire, almeno in parte, il male che sono stato costretto a fare.
Ho chiuso il mondo fuori.
Per non essere costretto ad uccidere qualcuno di cui avrei sentito la mancanza.
Ma ho dovuto fare anche quello.
Malgrado tutti i miei sforzi, alla fine, ho dovuto fare anche quello.
Ho tenuto fede al mio compito.
Ogni maledetto giorno della mia stramaledetta vita.
Ho strisciato in una fortezza piena di sangue e di urla.
Non c'è giorno in cui io non chiuda gli occhi e non mi si materializzino davanti i volti degli uomini e delle donne che ho ucciso.
Ho sopportato torture così atroci, nella pancia di un castello putrido, da smettere persino di sentire dolore.
Non sono stati solo i buoni a chiamarmi traditore.
E per il signore oscuro la confessione poteva essere ottenuta in un solo modo.
Non ho mai urlato, né imprecato, né pianto.
Non ho più lacrime.
Non so nemmeno più come si fa, a piangere.
Perché a me non è stato permesso di piangere.
Quindi non venire a parlare a me di stanchezza o di responsabilità, Minerva.
Perché io sono esausto.
E vuoto.
E distrutto fin nell'anfratto più recondito della mia essenza."
Silenzio.
Nessuno ha più il coraggio nemmeno di respirare.
Non hai mai cambiato tono di voce.
Hai vomitato fuori la tua vita, lasciando intravedere parte dell'orrore specchiato nel vetro della finestra che nasconde il tuo sguardo.
Sembra che le tue parole cerchino di scappare dall'inferno.
Fai una pausa.
Ti volti
I miei occhi sono gonfi di lacrime.
Mentre nei tuoi vedo solo dolore, disperazione e rimpianto.
Come sono stata stupida, Severus!
Tu affronti demoni invincibili e io non riesco neppure a tollerare un'insignificante clandestinità.
Ti guardo con tutto l'amore, il rispetto e la tristezza che sento esplodere nel petto.
Hai ragione tu, sono solo una ragazzina.
Una ragazzina innamorata di te.
E ho così paura di non essere abbastanza.
Ricambi per un attimo il mio sguardo.
Sorridi impercettibilmente.
Poi ti volti verso la preside.
- "Fai in modo che non tocchino Hermione, Minerva. Di me facciano quello che vogliono!
Pensi davvero che ci sia ancora qualcosa che può farmi paura?"
La tua voce sembra così terribilmente priva di vita.
Punti il tuo sguardo pieno di fiamme nei miei occhi spalancati, mentre cerco la forza per far entrare l'aria nei polmoni.
Prima di girarti e uscire sbattendo la porta di questa stanza sulla cima del mondo.
Grazie a tutti i miei lettori. Fatemi sapere se la storia vi piace. Scrivetemi le vostre impressioni, le vostre sensazioni.
Ci tengo davvero!
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Senza maschera
FanfictionQuesta è una storia d'amore. L'amore tra Hermione e Severus. Nato timidamente dietro alla curva di un corridoio, esploso senza un preavviso, senza una ragione apparente. Soffocato dalla paura e da un passato che non lascia respirare. Questa è la sto...
