«L'innocenza è ciò che rende
ogni bambino forte,
anche nelle sue paure».
Il crepuscolo aveva lasciato spazio alla notte, le stelle accompagnavano il pianto, i gemiti, le urla dei prigionieri. La piccola Hellionor avvicinava il volto verso l'uscita.
I suoi polmoni bruciavano mentre l'odore della sentina, del sartiame catramato, degli animali vivi a bordo e del sudore di decine di uomini si insinuava dentro le sue narici.
Vicino a lei la sua sorellina dormiva con le lacrime ghiacciate sulle guance, nascosta e rannicchiata dentro una cassa di legno vuota e mal ridotta, tra le braccia proteggeva il diario del padre.
Hellionor fece un profondo respiro, si aggrappò alla bocca di legno avvicinando il viso, la spinse leggermente verso l'alto e intravide le stelle da una piccola fessura. La voce della sua mamma e i nomi dei corpi celesti si congelarono nella sua memoria.
Poi passi. Passi leggeri, calmi.
Hellionor afferrò la collana che portava al collo, stringendo la fenice nel pugno. Scivolò via dalla botola, che si aprì cigolando, rivelando un ragazzo dalla pelle olivastra e dai lineamenti delicati; i suoi occhi erano di un verde sfumato, come quelli di suo padre, e il viso era incorniciato da una cascata di riccioli neri e ribelli.
Lui rimase immobile con la botola sollevata, quanto bastava per fare passare un filo di aria pulita.
Lo sguardo di Hellionor era fisso verso l'alto, perso in quei due specchi verdi. Il giovane si portò un dito sulle labbra, implorandola di fare silenzio, e sussurrò:
«Lì sotto l'aria è irrespirabile. Spero che ora vada meglio.»
Hellionor scrutò il suo aspetto: non aveva le scaglie grigie degli altri, né la boscaglia di peli sul viso; i suoi abiti erano logori, sporchi di grasso e salsedine. Non impugnava armi, ma stringeva una coperta che lasciò cadere verso di lei, prima di richiudere la botola. La ragazzina la prese e la strinse attorno alle spalle di Juliana, ascoltando il proprio battito impazzito rallentare con fatica.
Si distese accanto alla cassa e si lasciò cullare dal rollio spietato della nave, immaginò di essere tra le braccia dei suoi genitori, di udire i loro racconti e i loro baci. Immaginò di essere ancora nel villaggio e di sorridere. Immaginò finché i suoi occhi non si chiusero e la mente trovò un po' di pace.
Quella notte Hellionor tremava, non per il freddo. Si agitava da un lato all'altro sul pavimento, intrappolata in un incubo.
Urlava nel sonno.
«Papà... mamma...»
Le immagini del sangue che si espandeva sul suolo come una maledizione erano più vivide che mai, scolpite nella sua mente come un marchio.
Si svegliò di colpo. Il cuore le batteva all'impazzata.
Tum tum tum.
Il sudore le imperlava la fronte, il respiro era corto.
Si tirò su e allungò le braccia verso la sorellina per stringerla al petto con forza, come se potesse proteggerla anche dai sogni. Come se quell'abbraccio potesse attenuare il dolore che la stava consumando dentro.
Hellionor si aggrappava all'unica cosa che le restava: l'innocenza. Quella che ancora vedeva nella sorellina, e che sperava di non aver perso del tutto.
Da allora i giorni passarono uno dopo l'altro, scanditi dal tormento. Nelle mattine successive, l'oceano si era trasformato in un mostro. Tutti venivano svegliati dal rollio e dal beccheggio violento che li costringeva ad aggrapparsi alla qualunque pur di restare seduti o in piedi. Le onde si infrangevano contro la prua, i marinai urlavano e sudavano freddo.
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La leggenda della Portatrice Di Pace. ( IN REVISIONE)
Historical Fiction«Ricorda chi sei. Ricorda che nessuno può spezzarti. Infine, ricorda che tu ti rialzerai sempre come una fenice.» Nel cuore pulsante del XV secolo, Hellionor vive immersa tra i ritmi lenti e semplici della terra indigena, custode di un amore nato ne...
