Chapter 21.

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21

Annabelle non sa cosa sia l'amore, non è mai stata capace di provarlo sulla sua pelle, non è mai stata amata e non ha mia amato nessuno, almeno fino a quel momento. Ne ha lette di storie, quando il sabato sera pioveva a dirotto e lei si rintanava nella sua camera, sotto le pesanti coperte e stretta nel suo ridicolo pigiama a stampe di elefantini, mentre stringeva fra le mani una tazza bollente di caffè.
Le era sempre apparso impossibile innamorarsi di qualcuno, perché quei sentimenti descritti in righe e righe di quei smielati polpettoni rosa che adorava leggere, lei non li aveva mai provati. Allora viveva nella convinzione che fosse tutta finzione, per affascinare i poco romantici come lei e spingerli a sognare che il lieto fine arriva per tutti.
Non credeva neanche più nell'amore che legava i suoi genitori, visto che fin da piccola li sentiva discutere sulle cose più banali, finendo per dormire in camere separate, stampandosi orribili sorrisi falsi durante i pochi e rari momenti dedicati alla famiglia. Annabelle era convinta che quell'amore in cui tutti credevano era solo abitudine, quell'abitudine che lega due coniugi e li spinge a restar assieme, a fingere di amarsi, perché è così che vanno le cose.
Ma quella volta le sue convinzioni era state spazzate via e rimpiazzate da un paio di iridi grigie, divenute un ossessione per quella ragazzina dall'animo ribelle. Era come se ora non sapesse più in cosa credere, dove mettere le mani o come pensare.
Perché Annabelle aveva scoperto cos'era l'amore, quella volta era riuscita a provarlo nei confronti di qualcuno, era riuscita a sentire quei sentimenti tanto impossibili di cui sentiva parlare. Ma nessuno le aveva mai detto quanto in realtà l'amore faccia male.
Nei romanzi omettono sempre i lati negativi di questo "magnifico" sentimento e lei aveva capito che in fondo non aveva tutti torti, ciò che leggeva erano solo baggianate. L'amore non ha sempre un lieto fine.

Quella mattina quando aveva osservato riluttante la sua immagine riflessa allo specchio, si era resa conto di quanto l'amore potesse farti soffrire, di quanto ti lacera e ti cambia. Si sentiva diversa, non in senso positivo, sia ovvio, ma era come se qualcosa in lei fosse cambiato.
Non so se l'avesse notato nei suoi grandi occhi marroni, gonfi e rossi per le lacrime versate durante la notte, o nelle sue labbra secche e ripiegate verso il basso, nella sua pelle pallida e cadaverica, nelle sue occhiaie o nei suoi capelli scompigliati. Ma Annabelle si sentiva diversa, rotta e consumata.
Ma nonostante tutto si era mostrata forte, aveva messo su un sorriso tirato e aveva detto ai suoi genitori che era solo stanchezza e malinconia di abbandonare la sua amica appena ritrovata. Quelli l'avevano creduta, troppo occupati per accorgersi degli occhi spenti della figlia, troppo accecati da quel finto sorriso che loro per primi si stampavano in viso.
E lei si era sentita sollevata per non essere stata sommersa di domande a cui non sarebbe riuscita a rispondere, così li aveva seguiti in auto e aveva pazientemente aspettato che arrivassero all'aeroporto. Si era sentita molto meglio nel sapere che nel giro di qualche ora avrebbe abbandonato quella terra ricca di ricordi da dover cancellare, perché quella settimana era passata velocemente, ma era stata la migliore di tutte.
Annabelle si era sentita davvero amata in compagnia di quei quattro ragazzi, loro erano stati sinceri con lei, l'avevano apprezzata per quello che era ed erano stati così gentili e premurosi che si sentì male all'idea di cancellarli dalla sua vita.
Ma era il prezzo da pagare se voleva sentirsi libera dal peso angoscioso dell'amore, di quello crudele e non ricambiato.

Sedeva distrattamente su una delle tante sedie, dei suoi genitori non c'era anima viva e Annabella sapeva che l'avevano lasciata sola per fare una ricca colazione che lei aveva categoricamente rifiutato. Si guardava distrattamente intorno, divertendosi quasi a fissare la gente che le passava di fianco, immaginandosi la loro vita, fingendo di essere loro per un secondo e di provare le loro stesse emozioni.
Si sentiva felice nel vedere una madre abbracciare la propria figlia, probabilmente tornata da qualche viaggio; si sentiva triste nel vedere innamorati separarsi, baciandosi fra le lacrime e giurandosi amore eterno; provava allegria nel vedere un gruppo di ragazzi elettrizzati all'idea di intraprendere un viaggio assieme.
E allora lo capì, lei adorava gli aeroporti, erano posti quasi magici, dove potevi sentire nell'aria sentimenti così contrastanti tra loro da farti sentire come su una giostra che gira senza fermarsi. Le piaceva quella sensazione e come.
"Annabelle." Si sentì chiamare, ma voltandosi da un lato all'altro non riusciva a scorgere nessuna figura che le potesse sembrare famigliare, allora credette di essersela immaginata o che almeno fosse dovuta all'eccessiva mancanza di sonno.
Ma quando la sentì nuovamente, un brivido le percorse la spina dorsale, facendola dirizzare in piedi, si mise in punta e scorse tra tutti i capi di quella gente, un ragazzo andarle incontro. Gli occhi si sgranarono visibilmente, le labbra si schiusero sorprese e la mente divenne un accumulo di pensieri contrastanti tra loro.
Martijn Garritsen.
Velocemente afferrò la sua valigia e quasi terrorizzata, fece qualche passo per svignarsela, sarebbe andata a rifugiarsi vicino ai suoi genitori e ci sarebbe stata finché non sarebbero saliti su quell'aereo e decollati, ma una grande mano le impugnò il polso e un sospiro sconsolato abbandonò le sue labbra.
"Ti prego, non andare." La supplicò, era così vicino al suo viso che quando Annabelle alzò lo sguardo da terra, ebbe un sussulto così forte da far tremare anche il ragazzo davanti a lei.
Guardò quegli occhi che tanto aveva immaginato quella notte, le apparvero spenti e stanchi, forse vi lesse anche una nota speranzosa, ma non lo seppe dire con certezza.
Ma non poteva lasciarsi abbindolare, doveva reagire, così si impose di strattonarsi da quella presa ferrea, di voltarsi e andar via, senza degnarlo di uno sguardo. Un piano perfetto, se non fosse per i suoi piedi che parevano incollati al pavimento.
Una lacrima solitaria corse sulla sua gote, scivolando nelle incavature del suo viso, fino ad arrivare sul mento e cadere per terra, nel vuoto assoluto.
Il respiro di Martijn aumentò, divenendo sempre più irregolare, il che era dovuto in parte alla corsa sfiancante e in parte alla visone della sua piccola Annabelle, ridotta in quelle condizioni unicamente per colpa sua.
"Non piangere." Gracchiò con la sua voce profonda, che riuscì solo a farla singhiozzare silenziosamente, mentre iniziava a dimenarsi violentemente dal tocco leggero delle sue dita che le accarezzavano il volto stanco. "Ti amo, ti amo, ti amo." Ripeté disperatamente lui e quelle parole furono come un fulmine a ciel sereno, le proteste di Annabelle si arrestarono inspiegabilmente e il suo viso scattò verso l'alto.
"Non dirlo." Piagnucolò lei, sbattendo vivacemente i pugni sul suo petto, lasciando che le sopracciglia le si aggrottassero e che l'animo infuriato le si risvegliasse. "Non dirlo." Disse ancora, prima che le sue mani fossero catturate e allontanate via dal petto di lui, condotte fino al suo collo, dove stremate si lasciarono cadere, cingendolo fievolmente.
"Mi sono innamorato di te, Annabelle. Mi sono innamorato dei tuoi stupidi messaggi senza senso, dei tuoi occhi sempre così curiosi, del modo in cui arricci le labbra e aggrotti le sopracciglia, lasciando nascere una piccola rughetta sulla tua fronte. Mi sono innamorato dei tuoi sorrisi dal retro di uno schermo, sperando di poterli vedere dal vivo, del modo in cui arrossisci quando dico qualcosa di sporco, ma sei così orgogliosa che non riesci a star zitta e mi rispondi alla stessa maniera. Mi sono innamorato del modo buffo in cui pronunci il mio nome, di come quando ridi arricci il naso e ti nascondi dietro la mano. Mi sono innamorato di te soffrendo per averti lontano, ma lo farei altre mille volte." Sussurrò a un passo dalle sue labbra, osservando l'espressione stupita e impaurita della ragazza, che sembrava totalmente presa dalle sue dolci parole, ma con sempre tanti dubbi, che vennero messi da parte per pochi attimi esattamente come pochi giorni prima.
Dolcemente impugnò le labbra di lei fra le sue, baciandola lentamente, stando attento a non farle male e solo quando fu sicuro che ricambiasse vogliosamente, lasciò incontrare le loro lingue, che sembravano giocare passionatamente tar loro. Il bacio divenne più urgente, più bisognoso, si strinsero contro fino a farsi male, lui accarezzandole una guancia e stringendola per un fianco e lei giocando a tirare i suoi capelli.
Si allontanarono per riprendere fiato, si guardarono ancora e sorridendosi tornarono a baciarsi, incuranti della gente che li guardava con la coda dell'occhio, chi indignato da quel comportamento fuori luogo e chi addolcito dal loro amore.
E si baciarono ancora e ancora, scambiandosi baci tutto saliva e denti, marchiandosi i colli e stringendosi così tanto da far arrossare le loro pelli. Si baciarono e si morsero fino a far sanguinare le loro labbra, finché dai loro occhi non scesero lacrime salate, si giurarono di amarsi a fior di labbra e si salutarono con lo sguardo, senza parole.
Perché nonostante tutto, avrebbero dovuto fare i conti con qualcosa di più grande di loro, la distanza.

Ti amo, Martijn Garritsen.

Ti amo, Annabelle.

«Patetici.»

Ore: 08:30pm.

A: Thomas
Fatto.

Da: Thomas
Sono geloso.

A: Thomas
Smettila, idiota.

Da: Thomas
Buona fortuna.

A: Thomas
Fratello sembri più distaccato del solito.

Fratello?

Thomas?

...

Stronzo.

Ore: 8:35pm.

Oggetto: Mangiamo patate.

A: Mangiamo patate
E la favola si concluse con i due piccioncini che si baciarono. Che orrore.

Da: Sonny
Va a dormire, amico.

Da: Joel
SIIII.

Da: Martijn
Vaffanculo, fratello.

A: Mangiamo patate.
Con piacere.

Ore: 10:00pm

Da: Belle
Bella storia. ;)

A: Mangiamo patate
Originale.

Da: Joel
Congratulazioni.

Da: Martijn
Non ci siamo sposati.

A: Mangiamo patate
Scommetto che non l'avete mai fatto.

Da: Belle
THOMAS.

Da: Martijn
Arriverà il momento. ;)

Da: Joel
HAHAHAHAHAHAHA

Da: Belle
Martijn!

Da: Sonny
Idioti.

Da: Thomas
Rivoltante.

Ore: 02:00am.
Da: Thomas
Ehi piccola.

A: Thomas
Che ti prende, Thomas? Sono le due di notte...

Da: Thomas
No nulla, volevo solamente dirti una cosa.

A: Thomas
Dimmi uomo.

Da: Thomas
Sarai mia.

Hi!
Tempo record.
Fatevi sentire, che fine avete fatto tutte?
La storia non vi sta piacendo?
Ve se ama.
Baci.

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