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Ho sempre avuto un'unica certezza nella mia vita: prima o poi, nonostante gli ostacoli che avrei incontrato lungo il mio cammino, sarei diventata una fotoreporter

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Ho sempre avuto un'unica certezza nella mia vita: prima o poi, nonostante gli ostacoli che avrei incontrato lungo il mio cammino, sarei diventata una fotoreporter. Non ricordo un solo momento in cui io abbia dubitato del mio sogno, pensando di sostituirlo con un altro. Perfino quando ero piccola sapevo che la fotografia avrebbe rappresentato il mio futuro. Mentre le altre bambine sognavano di diventare principesse, io giravo con una macchina fotografica al collo. Rigorosamente rosa. A sei anni non avevo ancora la piena consapevolezza di cosa volesse dire lavorare, eppure ero certa che un giorno sarei diventata importante come mio padre. Mi ritrovavo spesso a fantasticavo sui miei ipotetici viaggi in giro per il mondo, magari nelle stesse terre selvagge che visitava lui.

Le sue immagini riempivano pagine e pagine di libri. La sera, sdraiata nel letto con la mamma, passavamo ore a sfogliarli. Invece di addormentarmi con le favole della buonanotte, cedevo al sonno dopo aver ammirato immagini di elefanti e lande deserte. Sognavo avventure entusiasmanti, coltivando la speranza di poter vedere con i miei stessi occhi quei posti spettacolari. Forse, un giorno, avrei potuto pubblicare anche io un volume pieno delle mie foto. Aspiravo a ritrarre paesaggi mozzafiato, popolazioni sconosciute, scenari quasi soprannaturali degni delle riviste più famose. Luoghi governati dalla natura, insieme ad animali in pose buffe. A quei tempi era facile credere che il mondo fosse bello in ogni sua forma, colore e dimensione. Perfino da bambina sognavo di parlare alle persone con un linguaggio diverso dal solito, imitando il mio papà. Lui era il migliore: comunicava con una lingua composta da colori brillanti e prospettive sensazionali, piuttosto che da parole nere stampate su fogli bianchi. A volte era necessario vedere le cose in modo diverso, per essere davvero capite. Ero affascinata dai racconti dei miei genitori, nonché dall'impatto che il lavoro di mio padre aveva sugli altri. Per me quindi è sempre stato importante fare qualcosa che potesse avere almeno un minimo di valore. Qualcosa che potesse cambiare la concezione della gente e spostare il loro baricentro, per quanto assurdo potesse sembrare.

Non sono mai stata incerta riguardo alle mie aspirazioni future, per me esisteva soltanto una risposta alla domanda: cosa vorresti fare da grande?

Quando ho sperimentato sulla mia pelle i sacrifici necessari per crearmi un nome e soprattutto una solida reputazione, trattandosi di un ambiente follemente competitivo, non ho comunque cambiato idea. Non ho paura della fatica. Mi sono abituata a trasportare borse pesanti, stare in piedi fino a tardi per completare i miei incarichi e spostarmi da un posto all'altro come una trottola impazzita per realizzare i miei servizi. Anche mio padre passava notti insonni per rendere perfetti i suoi progetti. Inoltre non era quasi mai a casa e come ogni artista aveva i suoi momenti di crisi, ma questi ricordi non oscuravano tutto il resto: la sua passione, la sua dedizione, la luce nei suoi occhi.

Da bambina mi sembrava tutto un processo magico, invece è stato inevitabile scontrarmi con la realtà. Stare sempre in giro era faticoso, così come passare ore chiusa in una camera oscura a sviluppare centinaia di foto con la speranza che qualcuna fosse degna di essere salvata. Era impegnativo sedersi davanti ad un computer indossando occhiali dalle lenti riposanti per editare le immagini che avevo ottenuto con grande sforzo. Eppure, amo questo lavoro. Nonostante a ventidue anni sia ancora in piena fase di gavetta. Il mio curriculum è fatto di impeghi precari, scatti quasi improvvisati durante ricevimenti nuziali e centinaia di porte chiuse in faccia. Ho imparato una cosa fondamentale quando ho cominciato la mia carriera: per arrivare da qualche parte, si deve soffrire un po'.

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