Dopo anni trascorsi a inseguire scatti tra set improvvisati e clienti impossibili, Jackelyn Sutton è pronta a cogliere la sua occasione: lavorare in una redazione prestigiosa nel cuore di Manhattan, vedere il suo talento finalmente riconosciuto e co...
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La prima settimana del mio nuovo lavoro è stata tutto tranne che piacevole, al punto che arrivo perfino a provare nostalgia per quelle spose bisbetiche che non perdevano tempo a criticare le mie fotografie. Insomma, preferire fare qualsiasi altra cosa – ripetere un intero servizio fotografico alla modella più permalosa della storia, discutere con direttori prepotenti e sopportare gli ospiti ubriachi durante uno stupido evento per sponsorizzare cause inutili – piuttosto che fingere di trovare interessante il compito del paparazzo.
Ho nostalgia di tutto ciò che prima reputavo fastidioso, perché quello che ingenuamente consideravo il mio nuovo sogno si è trasformato troppo presto in un vero incubo. Il mio entusiasmo si è smontato già dopo il primo giorno, quando la realtà mi ha riportata bruscamente a terra. A livello razione sapevo che c'era la possibilità concreta che questo incarico si sarebbe rivelato un disastro, però non per questo avevo rinunciato alla speranza di potermi sbagliare. Volevo davvero trovare degli aspetti positivi in questo lavoro, eppure il mio solito ottimismo non mi ha aiutata.
Nei giorni successivi alla mia assunzione ho fatto del mio meglio per organizzarmi, facendo ricorso a tutte le mie competenze. Pensavo che occuparmi di cronaca mondana potesse comunque insegnarmi qualcosa, ma l'esperienza diretta ha di certo superato ogni mia aspettativa. In peggio. Perché c'è una cosa che accomuna in maniera indiscriminata tutti i VIP: l'intenso e profondo disprezzo nei confronti dei paparazzi.
È stato ingenuo da parte mia sottovalutare questo aspetto e addirittura non prenderlo in considerazione una volta cominciato il mio incarico, tuttavia non ci ho impiegato molto a capirlo. Mi è bastato provare a scattare le prime foto per ritrovarmi a fare i conti con bodyguard enormi che mi bloccavano il passaggio, trovarmi coinvolta in scenate isteriche realizzate dalla star di turno e dover sopportare spintonamenti non proprio delicati da parte dei partner infastiditi delle celebrità.
Non è arte.
È solo sopravvivere, nascondersi, sgattaiolare e cercare di non farsi odiare troppo.
A dire la verità, già dal primo giorno non avevo nutrito molte speranze nei confronti di questo impiego. Sapevo che non sarebbe stato facile e in parte immaginavo quello che sarebbe potuto succedere durante i miei iniziali appostamenti. Eppure, anche se pensavo di essere pronta ad affrontare qualsiasi ostacolo potesse presentarsi lungo il mio metaforico cammino, non credevo che le cose potessero andare così male. In un tempo sorprendentemente breve ho collezionato insulti, urla e perfino qualche livido. A tutto questo si sono aggiunti i pregiudizi legati a questo mestiere così poco convenzionale, che mi hanno travolta senza darmi nessuna possibilità di prepararmi al contraccolpo.
Non c'è niente che stia andando per il verso giusto. Non mi sento motivata, faccio fatica a risalire dal pozzo di insofferenza in cui sono caduta e ormai ho perso il conto delle porte che mi sono state sbattute in faccia. Ancora. Figurative e no. È una sensazione di impotenza che mi sembra fin troppo familiare. Un déjà-vu emotivo che mi riporta alla mente altri fallimenti, alte porte chiuse. Sbarrate con assi di metallo o sigillate con lucchetti a doppia mandata. E con esse, riaffiora anche lo sconforto. Quello che speravo di poter superare, entrando a far parte del team del Daily Page.