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La  Silicon  Valley  è  a  circa  mezz'ora  di  macchina  dai  boschi sulle   colline.   Dista   anche   quarantacinque   minuti   da   San Francisco   se   prendi   l'autostrada.   Immagino   che   le   strade saranno  intasate  da  auto  abbandonate  e  gente  disperata.  Quindi ci  dirigiamo  verso  le  colline  dove  ci  sono  meno  persone  e  più posti  in cui  nascondersi.
Fino  a  qualche  settimana  fa,  i  ricchi  vivevano  alle  pendici delle  colline  più  basse,  in  case  indipendenti  a  un  piano  con  tre camere  da  letto,  del  valore  di  due  milioni  di  dollari,  o  in  ville da  sogno  che  ne  valgono  dieci.  Ci  teniamo  alla  larga  da  queste perché,   secondo  la  mia  logica,  probabilmente  attraggono  i visitatori   sbagliati.   Scegliamo   invece   una  piccola  pensione dietro  una  delle  tenute.  Un  tipo  di  pensione  non  troppo  di  lusso che  non desterà  alcuna  attenzione. L'angelo  si  limita  a  seguirmi  senza  commentare,  e  mi  va bene.   Non  ha  detto  molto  da  quando  abbiamo  lasciato  il palazzo  adibito  a  uffici.  È  stata  una  notte  lunga,  e  a  malapena  si regge  in  piedi  quando  raggiungiamo  il  cottage.  Arriviamo pochi  istanti  prima  che  scoppi  un temporale.
È  strano.  Per  certi  aspetti,  è  incredibilmente  forte.  È  stato pestato,  mutilato,  sanguina  da  giorni,  eppure  riesce  ancora  a combattere  contro   diversi   uomini   simultaneamente.   Non sembra  mai  soffrire  il  freddo  nonostante  sia  senza  giacca  e camicia.  A  quanto  pare, però, camminare  lo  affatica. Quando  finalmente  ci  sediamo  nel  cottage  mentre  la  pioggia comincia  a  cadere,  si  sfila  le  scarpe.  I  suoi  piedi  sono  scorticati e  pieni  di  vesciche.  Sono  rosa  e  delicati,  come  se  non  fossero stati  usati  molto.  Forse  per  niente.  Se  avessi  le  ali,  anch'io probabilmente  trascorrerei  la  maggior  parte  del  tempo  a  volare.
Rovisto   nel   mio   zaino  e  trovo  la  cassetta  del  pronto soccorso.  Ci  sono  dei  blister.  Assomigliano  a  bende  adesive  ma sono  più  grandi  e  più  resistenti.  Li  do  all'angelo.  Ne  apre  uno  e lo  fissa  come  se  non avesse  mai  visto  qualcosa  del  genere. Guarda  prima  il  lato  color  carne,  che  è  di  una  sfumatura troppo  chiara  per  lui,  poi  il  lato  imbottito,  e  di  nuovo  il  lato color  carne.  Lo  mette  sull'occhio  come  la  benda  di  un  pirata  e fa  una  smorfia.
Le  mie  labbra  si  incurvano  in  un  sorriso  anche  se  è  difficile per  me  credere  di  riuscire  ancora  a  sorridere.  Glielo  tolgo  di mano. 
«Va  qui.  Ti  mostrerò  come  si  usa.  Fammi  vedere  il piede.»
«È  una  richiesta  piuttosto  intima  nel  mondo  degli  angeli.  Di solito  per  me  ci  vuole  una  cena,  del  vino,  e  una  conversazione frizzante  per lasciare  che  qualcuno  mi  veda  i  piedi.» Qui  occorre  una  risposta  tagliente.
«Va  be'»  rispondo.  Okay,  non  vincerò  il  premio  Donna spiritosa  dell'anno. 
«Vuoi  che  ti  mostri  come  si  usa  o  no?» Risulto  scontrosa. In questo momento  non so fare  di  meglio. Sporge  in  fuori  i  piedi.  Rosse  pustole  infiammate  chiedono attenzione  a  gran  voce  su  talloni  e  alluci.  Un  piede  ha  una vescica  scoppiata  sul  tallone.
Guardo   il   mio   misero   rifornimento   di   blister.   Dovrò utilizzarli  tutti  sui  suoi  piedi  e  sperare  che  i  miei  non  cedano. La  vocina  dentro  di  me  riaffiora  mentre  applico  delicatamente l'adesivo  intorno  alla  vescica.  Starà  con  me  per  altri  due  giorni al  massimo.  Perché  sprecare  risorse  preziose  su di  lui?
Si  tira  fuori  una  scheggia  di  vetro  dalla  spalla.  L'ha  fatto  per tutto   il   tempo  in  cui  abbiamo  camminato,  ma  continua  a trovarne  altre.  Se  non  mi  si  fosse  messo  davanti  quando  ha rotto  la  finestra,  anch'io  sarei  piena  zeppa  di  schegge.  Sono quasi  sicura  che  non  mi  abbia  protetta  di  proposito,  eppure  non posso che  essergli  grata.
Assorbo  accuratamente  pus  e  sangue  con un  tampone  sterile, anche  se  so  che  se  prenderà  un'infezione  verrà  dalle  profonde ferite   sulla   schiena,  non  da  qualche  vescica  sui  piedi.  Al pensiero  che  abbia  perso  le  ali  le  mie  mani  si  muovono  con  più delicatezza  di  quanto  non farebbero  in caso contrario.
«Come  ti  chiami?» chiedo.
Non  ho  bisogno  di  saperlo.  In  effetti,  non  voglio  saperlo. Dargli  un  nome  è  come  se  in  qualche  modo  fossimo  dalla stessa  parte,  e  non  potremo  mai  esserlo.  È  come  ammettere  che potremmo  diventare  amici.  Ma  non  è  possibile.  Non  serve  a niente  fare  amicizia  con  il  tuo  boia.
«Raf.»
Gli  ho  chiesto  come  si  chiama  solo  per  non  fargli  pensare che  d'ora  in  poi  dovrà  utilizzare  i  piedi  invece  delle  ali.  Ma  ora che  conosco  il  suo  nome,  mi  sembra  adatto. 
«Raf»  ripeto lentamente. 
«Suona  bene. Mi  piace.»
I   suoi   occhi   si   addolciscono   come   se   sorridesse   pur mantenendo  la  sua  espressione  glaciale.  Per  qualche  ragione questo  mi  fa  avvampare  in viso.
Schiarisco  la  gola  per  rompere  la  tensione. 
«Raf  sembra voler   dire  'piedi  scorticati'[1].  Che  coincidenza,  eh?»  Questa battuta   gli   toglie   il   sorriso   dalla   faccia.   Quando   sorride, assomiglia  davvero  a  qualcuno  che  vorresti  conoscere.  A  un ragazzo  con  una  bellezza  fuori  dal  comune  che  una  ragazza potrebbe  sognare.
Solo  che  non  è  un  ragazzo.  Ed  è  troppo  fuori  dal  comune. Per  non  parlare  del  fatto  che  la  ragazza  in  questione  non  sta sognando  nient'  altro  che  cibo,  un  riparo,  e  la  salvezza  della  sua famiglia.   Con  il  dito  faccio  un  massaggio  deciso  intorno all'adesivo  per  assicurarmi  che  non  si  stacchi.  L'angelo  inspira improvvisamente  e  non  so  dire  se  lo  abbia  fatto  per  dolore  o sollievo.   Sto  bene  attenta  a  tenere  gli  occhi  incollati  sulla medicazione.

Angel FallDove le storie prendono vita. Scoprilo ora