Capitolo 6:"My name is Nathan..."

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Matt si stava dirigendo verso casa, angosciato dagli occhi dell'amica mentre raccontava loro della chiamata con la madre. Nemmeno il suo bel voto nell'interrogazione programmata gli aveva tirato su il morale.

Sapeva come Princesa si sentiva, perché era esattamente come si era sentito lui, l'anno prima, quando aveva confessato il suo orientamento ai genitori. Non gli avevano neanche dato il tempo di spiegare...che subito l'avevano attaccato, gli avevano dato dell'abominio, lo volevano costringere a "convertirsi" e, quando lui aveva risposto di no, non avevano esitato due volte a cacciarlo di casa.

Insomma, descrivere cosa aveva provato era letteralmente impossibile: la parola che più si avvicinava era "morto". Morto dentro, morto come sentimenti, morto come autostima, morto come sicurezza in se stesso, morto in tutto. Morto.. sì, si avvicinava molto a ciò che sentiva al cuore. Riconosceva il buio che caratterizzava gli occhi dell'amica: era lo stesso che ebbe lui quando gli era toccato ma, a differenza sua, Princesa aveva capito che non poteva crogiolarsi nel suo brodo fatto di tristezza e oscurità, che doveva farsi aiutare.

Mentre tutti quei pensieri gli scorrevano come fiumi in piena nella mente, il giovane era arrivato nella hall del suo palazzo, salutò Gigi il portiere, con un "Ciao!" e cominciò a salire le scale verso il quarto piano, quello del suo appartamento.

Aveva una strana sensazione all'altezza dello stomaco, segno che qualcosa di male stesse arrivando ma non sapeva esattamente cosa. Poggiò la cartella sul tavolo e si tolse le scarpe, lanciandole da qualche parte. Non sapendo cosa fare da mangiare, cercò il numero del ristorante giapponese sotto casa e ordinò un paio di pietanze che sarebbero arrivate dopo mezz'ora. Sentendosi sporco, nonostante la doccia della sera prima, andò nel bagno per farsene un altra. Si stava togliendo i pantaloni quando una suoneria piuttosto familiare gli riempii le orecchie: era il suo cellulare in cucina, che stava squillando. Curioso, uscì dalla stanza e si diresse verso il cellulare per rispondere, senza nemmeno guardare il nome sullo schermo.

"Pronto?" disse, con tono un po' apatico, forse.

"Sono Christine, tua madre..." il timbro di voce dall'altra parte sembrò quasi schifata a pronunciare l'ultima parola, come se non si sentisse davvero così. O non si sentiva davvero in quel modo.

Matt ebbe un tonfo al cuore. In questo era molto simile alle donne: sentiva tutto, si faceva mille pensieri e mille film mentali e poi ci stava male, anche fin troppo.

"Cosa vuoi?" sputò, alzando lo sguardo.

"Parlami meglio, son sempre tua madre! Portami rispetto!"

A quell'affermazione volle solo ridere, il moro.
Madre? Lui aveva smesso di avere una madre ed un padre quando loro stessi lo avevano cacciato di casa, quando non lo chiamarono per un anno intero, quando non volevano nemmeno sapere se era ancora vivo oppure gli era successo qualcosa.
No, non più, lui non aveva più una madre e un padre. Perché sopportare ciò che gli avevano detto poteva ancora, ancora farlo.
Ma il resto no.
Assolutamente no.

"Io non ho più una madre, non ho più un padre. Non li ho più da quando voi mi avete cacciato di casa, da quando non vi è più importato di me! Quindi no, non ti porterò rispetto!" urlò.

"Ti ho chiamato" ovviamente Christine ignorò il monologo del figlio e cambiò discorso, tipico di lei, "per dirti che io e tuo padre-" continuò, usando un tono più marcato alla parola 'tuo', "-siamo pronti a riaverti a casa con noi. Sappiamo che ciò che ci hai detto era solo perché eri confuso, perché ti trovavi in un momento di confusione tipico dell'adolescenza e che era anche dovuto al fatto che eravamo troppo presi dal lavoro per crescerti come si deve. Perciò ora fai le valigie e torna da noi".

Uno, due secondi di silenzio.

Una fragorosa risata inondò la stanza, per il moro erano tutte baggianate, delle grandi, anzi enormi, cazzate.

"Ma vaffanculo." e chiuse la telefonata. Dopodiché spense il telefono e lo lanciò sul divano senza importarsene che, quest'ultimo, cadde rovinosamente sul pavimento.

La frenesia iniziale dovuta alle parole della madre passò velocemente lasciando spazio alla rabbia. D'istinto si girò e scagliò un pugno al muro di cartongesso che divideva la cucina dalla sala; un tonfo e un rumore, come se si fosse rotto qualcosa, fecero eco nell'aria poco prima del suono del citofono. Senza pensarci due volte tirò su la finta cornetta e, venendo a conoscenza che era il fattorino del ristorante giapponese, gli aprì indicandogli la strada per l'appartamento. Dopo neanche due minuti si sentii un fragoroso bussare alla porta, prese il cibo, pagò e richiuse senza nemmeno salutare.

Ormai la fame gli era passata, così si rimise la maglietta che aveva indosso durante la mattinata, prese le chiavi ed il portafogli ed uscì di casa senza prendere il cellulare.

Vagò senza meta per un'ora piena fino a quando non entrò nello stesso locale dove andò a ballare l'ultima volta con le ragazze. Si sedette al bancone e chiese uno shottino a caso, non aveva voglia di nulla in particolare.

Il barista, senza girarsi rispose con un fragoroso e pieno d'animo "Subito!" e Matt riconobbe immediatamente quella voce: era del ragazzo misterioso. Per non voler sembrare così entusiasmato da ciò, come un fanboy che vedeva il proprio idolo, aspettò che lui si accorgesse di ciò e cercò di rimanere calmo. Si concesse di distrarsi da quello che lo aveva portato in quel locale e cominciare a pensare al biondo davanti a lui. Era intentato, oggi, a scoprire il suo nome, magari anche altro.

Quando, il barista/ragazzo misterioso finì di preparare lo shottino, si girò e lo poggiò sul bancone.
"Si chiama cervello alieno" esclamò, mentre alzava lo sguardo, felice, "se riesci a berlo in un solo sorso e rimanere impassibile ti dico il mio nome."

Lo aveva riconosciuto! Si ricordava di lui e bastava bere uno stupido shot per farsi dire il nome.
Senza pensarci, Matt lo buttò giù in un sorso, rimise il bicchierino sul bancone con foga e cercò di rimanere il più possibile impassibile.

"Wow, sei davvero forte, in tutti i sensi Matt. La prossima volta cerca di non rompermi il bicchierino però, se no lo ripaghi te al mio capo, tesoro."

Il moro si stava sciogliendo a sentire pronunciare il suo nome dalla bocca del biondo, "Comunque mi chiamo Nathan e smettila di fissarmi come un pesce lesso."

"Non ti sto fissando." cercò di uscirne scuotendo la testa e alzando gli occhi al cielo come per indicare chissà cosa, in realtà sapeva di non essere riuscito nel suo intento.

"Sì, certo. Allora, vuoi altro?"

"Un altro di questi... cosi." ordinò indicando il bicchierino di fronte a se vuoto.

"Agli ordini!" e imitando un saluto militare Nathan si girò, afferrando le bottiglie per la preparazione.

Dopo una ventina di shots Matt era brillo e cercare di far colpo su Nathan sembrava più facile del normale. Colpa dell'alcool per quel coraggio.

"Questa volta voglio un caipiroska alla fragola ma lo bevi anche tu con me" propose Matt.

"Ci sto, ma sappi che se vuoi farmi ubriacare hai solo fino alle dieci perché poi comincia il turno serale e vengo sostituito."

"Mi basterà, vedrai che alle dieci sarai tu a proporre di andarcene insieme."

Ma non andò proprio così.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Jul 10, 2017 ⏰

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