Capitolo 8: flashback

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"Alex, che ne dici se andiamo in quel pub che hanno aperto ieri sera? Molti dicono sia carino e pieno di bei ragazzi" mi propone Ylenia. Sono troppo distratta dalla tesina che sto scrivendo sul computer per prestarle attenzione, nonostante io la ascoltassi sempre.
"Yle, scusami, non ho sentito. Dicevi?", le chiedo, e lei pare molto più scocciata di quanto mi sarei mai aspettata.
Lei mi ripropone la sua offerta, e io faccio finta di pensarci un attimo su. "Mmm. Dipende. Mi farai conoscere qualcuno?", le chiedo, maliziosa.
"Tranquilla, stanotte non dormirai di certo sola", mi rassicura Ylenia, dandomi una pacca sulla spalla e rivolgendomi un mezzo sorriso.
"Yle, davvero. Voglio conoscere ragazzi nuovi, voglio ampliare i miei orizzonti. È noioso uscire sempre con le stesse persone, scoparsi gli stessi ragazzi. Voglio qualcosa di serio stavolta.", le dico, con la massima sincerità, stufa della situazione che ho sempre vissuto fino a quel momento.
"Non preoccuparti. Penso di avere in mente il ragazzo giusto per te.", mi risponde lei, convinta del successo del suo appuntamento combinato. Una canzone suona alla radio accesa in camera della mia migliore amica, Are You Mine degli Arctic Monkeys, la nostra band preferita. Un giorno, potrò accompagnarla ad un loro concerto, e regalarle il biglietto. La farò felice.


Martina continua a parlare ininterrottamente del suo ragazzo, per poi soffermarsi sulla sua migliore amica, che scopro essere Debbie, la ragazza inglese che ho conosciuto qualche giorno prima nell'aula punizione. "Ha deciso di venire in Italia per un anno, solo per stare con me. L'ho conosciuta in uno stage all'estero, e da lì siamo inseparabili", continua a raccontarmi lei, nonostante non le abbia chiesto assolutamente nulla. Guardo l'orologio e faccio la finta preoccupata per l'orario, liquidandola con un "oh mamma mia scusa, ma si è fatto tardissimo! I miei sicuramente mi staranno aspettando a casa", come se davvero ai miei importasse qualcosa di ciò che faccio.

Lascio la casa stranamente precisa e ordinata di Martina con un sospiro di sollievo, come se mi fossi tolta un peso, e mi incammino verso il giardino, a un paio di isolati da casa mia. Sento l'odore dell'erba appena tagliata che mi attrae come una calamita verso quel giardino; il tramonto, che si fa sempre più arancione, per poi sfociare in un viola tenue, lascia dentro di me una sensazione di nostalgia. Mi manca casa, mi manca Roma, mi manca tutto ciò che ero solo qualche mese prima.

Mi stendo sul prato in mezzo alle margherite, chiudo gli occhi e trovo la mia pace interiore. Intorno a me solo il silenzio. E i miei ricordi prendono per l'ennesima volta il sopravvento.


Sono le 23 e ancora Ylenia non si è fatta viva. "Ma dove diavolo sei?", le urlo al telefono, furiosa.
"Alex, pensavi davvero che sarei uscita con voi due? Devi cavartela da sola, per una volta", mi incoraggia lei.
"Yle, potevi almeno dirmelo. Ok, adesso ho ansia. Che devo fare? Io non so nemmeno che aspetto abbia! Aspetta, forse l'ho visto. Ok, mi ha salutato, devo andare." e le riattacco, vedendo un ragazzo alto davanti a me con un sorriso smagliante che mi saluta.
"Ciao, tu devi essere Alessia. Io sono Kevin, piacere! Wow, sei davvero stupenda", mi dice, non smettendo mai di sorridere nemmeno per un secondo.
"Uhm... sì... piacere Kevin. Non credevo che la mia amica mi avrebbe scaricata così", gli confesso, titubante.
Il buio ci avvolge, e l'unica luce presente proviene dai neon dell'insegna del pub a quasi cinquanta metri da noi.
"Beh, direi di cogliere l'occasione mia cara sconosciuta. Andiamo a bere qualcosa?", mi propone, eccitato all'idea di conversare un po'.
Accetto volentieri il suo invito, non mostrandomi sicuramente tranquilla, ma nemmeno troppo agitata. Cerco di ricompormi mentre lui mi fa domande banalissime, come i miei anni, cosa fanno i miei genitori e cose così. Appena arriviamo sotto la luce del pub, riesco a vederlo meglio: moro, con i capelli riuniti in un codino disordinato, gli occhi marroni come la cioccolata fondente e un naso perfetto. Il sorriso smagliante si accende ancora di più, e chiede al bodyguard di farci passare.
"Quindi sei una specie di secchiona ribelle?", mi chiede provocandomi e scherzando, mentre sorseggiamo il nostro Long Island. Sembra così sicuro di sé, senza esitazione. Ogni volta riesce a introdurre un nuovo argomento alla nostra conversazione.
"Non dire così!" gli dico, tirandogli una pacca sulla spalla. "Semplicemente, mi piace studiare, ma non sono noiosa."
"Se non sei noiosa, ti sfido a una gara di shots".

E così io vinsi. Ma quella sera, vinsi e persi allo stesso tempo.

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