Parte 5 - L'Eucaristia

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Sandsvatn, radura adiacente alla chiesa di Sandur, ore 04:04 del 13 Agosto 2002.

Si dice che il tempo sia una freccia. Una volta scagliata, non c'è modo di tornare indietro, tutto è perduto e noi, noi siamo soltanto degli stolti intenti a rincorrere la freccia, non accorgendoci che nello stesso momento in cui la inseguiamo, ne stiamo scagliando altre mille. Una freccia, una freccia che impala, uccide, immobilizza. Una freccia che trapassa. Sento che la parola giusta è sempre più vicina, ma nello stesso tempo lontana, troppo lontana per essere afferrata.

Qualcos'altro, però, in quella notte mi afferrò. Fiamme, quanto avrei voluto che le fiamme mi immolassero nell'eterno gesto di distruzione, quanto avrei voluto poter fissare ancora negli occhi gli antichi eroi. Sentivo il peso di tutte le balene dell'Oceano sui miei arti e sulla schiena. Una volta la Nonna ci disse che uno stupido cristiano, cinquecento anni fa, affermò che fosse possibile vivere sul dorso di una balena come fosse un'isola; la Nonna aveva fatto di tutto per crescere dei cani rabbiosi, ma il suo guinzaglio si era rotto, i cani fuggiti, la morsa stretta, serrata. Ed ormai era troppo tardi.

Mi svegliai, d'improvviso, disteso sull'erba. Non capivo nulla, non potevo capire nulla. Stupido, idiota, vigliacco. Non troverò mai la parola giusta. Avevo un forte dolore alla testa, sentivo un flusso scorrermi tra i capelli, caldo, quasi bollente, come se qualcuno mi stesse versando dell'olio bollente sui capelli e questi stessero friggendo. Quasi riuscivo a sentire il rumore della mia testa che si scioglieva. Oh, avrei preferito sciogliermi in quel momento, e invece ero lì, immobile, costretto. Al mio risveglio mi sarei immaginato di sentire caldo, di avere quella sensazione di olio bollente per tutto il corpo, ma in quel momento sentivo soltanto freddo, un freddo che mi pungeva la pelle, il vento come piccoli e infiniti spilli a perforare la mia pelle. Ero nudo, disteso chissà dove, l'erba mi solleticava il corpo al muoversi del vento, l'erba schiava di una forza più grande veniva mossa e schiacciata, come sarebbe successo a me pochi minuti più tardi. Nudo e immobile, qualcuno mi aveva legato a terra, prono, con la faccia rivolta verso la terra e gli arti aperti a formare una X proprio sul terreno, fissandomi con delle corde attorno a pali conficcati a terra. Sembrava che qualcuno mi avrebbe sacrificato come un agnello innocente, ma io non lo ero, io non sono mai stato innocente. La Nonna non avrebbe mai perdonato tutto questo; ero caduto in basso, troppo in basso per potermi rialzare. Mi divincolai, non riuscivo a vedere nulla perché non ero in grado di alzare la testa, sentivo soltanto dolore, finché non sentì qualcuno piangere e lamentarsi.

«Ti prego, è stato uno sbaglio. Ti prego lasciami andare». Mi sbagliavo, nulla era scattato nella testa di Finnbjørn prima delle quattro della mattina, nulla. E ora lui era completamente distrutto, sconfitto, spaccato, perforato. Non la raggiungerò mai.

«Siamo solo bambini, ti prego. Abbiamo sbagliato». Parlava e singhiozzava, si stava rendendo ridicolo, non era questo quello che ci aveva insegnato la Nonna. Mi ero sempre sentito l'ultimo della classe, quello più stupido, il più debole, e invece io ero lì, in silenzio, mentre Finnbjørn pregava e piangeva come un lurido cristiano.

«No! No! Ti prego no!» Non riuscivo nemmeno a vedere con chi stava parlando, ma dopo averlo ascoltato la paura arrivò a tormentare il mio animo. Il cuore batteva sempre più forte, il sudore bagnava la mia pelle, esposta nuda agli infiniti occhi del cielo. Provavo vergogna, rabbia e paura. Esposto come una merce, legato come un animale braccato e sconfitto. Avrei voluto che la mia ascia non mi avesse mai tradito, avrei voluto difendermi, e invece ero lì, immobile, nudo come un neonato. Debole come un infante.

Passò qualche secondo, forse addirittura minuti, mentre la freccia del tempo sembrava ormai aver superato l'orizzonte, inafferrabile. Tic Tac, che rumore fa il tempo che passa? Qualcosa mi afferrò da dietro, stringendomi i capelli. Sentì ancora una volta quell'insopportabile dolore bollente dietro la testa, come se la fucina di Sindri e Brokkr fosse in piena attività sul mio cranio.

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