SCENA I - Verona, una piazza
Entrano MERCUZIO, BENVOLIO, un paggio e alcuni servi
BENVOLIO - Ti prego, buon Mercuzio, andiamo a casa.
Fa molto caldo oggi, e i Capuleti
sono in giro: dovessimo incontrarli,
non potremo evitare d’azzuffarci.
Il sangue, in questi giorni di calura,
fa il matto e bolle più del necessario.
MERCUZIO - Tu mi somigli a un di quei compari
che, come sono entrati in una bettola,
ti sbattono la spada sopra un tavolo,
gridandole: “Dio voglia, non sia mai,
ch’abbia a usar di te!”; e poco dopo,
al secondo bicchiere, come niente,
ci infilzano lo stesso taverniere.
BENVOLIO - Davvero ch’io somiglio a un tal compare?
MERCUZIO - Va’, va’, che con quel tuo caratterino,
quando t’arrabbi sei così focoso
che non ce n’è l’eguale in tutta Italia:
pronto a farti eccitare dalla collera,
e andare in collera per eccitarti.
BENVOLIO - E avanti, poi, che altro?
MERCUZIO - Che se ad esser così come sei tu,
foste in due, ci vedremmo presto privi
d’entrambi perché vi sopprimereste
l’uno con l’altro. Perché tu sei uno
che attaccheresti lite con chiunque,
sol perché la sua barba
ha un pelo in meno o in più di quella tua;
o con chi fosse intento a schiacciar nocchie,
perché quello è il colore dei tuoi occhi.
Qual occhio, fuor che il tuo,
saprebbe scorgere in quello un pretesto
per questionare e menare la mani?
La tua testa è stipata come un uovo
di querele, ed a forza di litigi
s’è imputridita come un uovo marcio.
Hai preso a male un povero cristiano
che tossiva per strada,
col pretesto che quel suo scarracchiare
svegliava quella bestia del tuo cane
che dormiva sdraiato sotto il sole.
E non hai questionato con quel sarto,
perché portava la sua giubba nuova
prima di Pasqua? E ancora con un altro
perché allacciava le sue scarpe nuove
con vecchie striglie? E adesso proprio tu
pretendi di venirmi ad insegnare
come fare per non attaccar briga?
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