4. I PRIMI SINTOMI

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Una scalinata conduceva al secondo piano, cioè alle camere dei giocatori. Dieci porte disposte poco distanti l'una dall'altra avevano una targhetta su cui era scritto il nome di ognuno. Erano stanze semplici, senza troppi ornamenti... insomma, non era un ambiente previsto per lunghi soggiorni.

<<Meglio della mia vecchia cella>>pensò Giulia notando lo specchio appeso al muro e alcuni mobili.

Molto meno ironica fu la reazione di Angela, aveva lo sguardo perso. Il piccolo lettino giaceva vicino a una finestra coperta da una candida tendina. Il buio si scontrava con la luce della lampada appesa al soffitto.

La ragazza si mise seduta sul letto e i mille pensieri presero a serpeggiare nella testa. La domanda che arrivò prepotente indicava molto chiaramente il suo stato d'animo. <<Perché sono qui...?>>pensò con gli occhi rivolti verso il basso.

Una domanda strana per una concorrente di quel gioco macabro e senza pietà. In pochi attimi la sua mente andò indietro nel tempo, estraniandosi completamente dalla realtà.

Sospirò tenendo le dita aggrovigliate. Quali potevano essere i motivi che l'avevano spinta a sfidare la morte? I soldi erano solo un pretesto, una comodità, un alibi. Lei, giovane segretaria all'inizio di una carriera sfavillante in una grande azienda, era andata oltre la solita vita fatta di carte e spillatrici. Solo per un attimo alzò lo sguardo notando le mura di quella stanza. Non era una situazione così diversa da quella che aveva vissuto fino a quel giorno in casa sua. Sola, in una casa piccola, ma per lei troppo grande.

Riprese a perdersi nel vuoto.

Forse era la voglia di riscatto, voleva provare quella sensazione di soddisfazione. Andare oltre quei giorni fotocopiati trecentosessantacinque volte significava uscire da una zona di confort. Strano, eppure quell'amore infranto era ormai lontano da anni... l'unico tra l'altro. Era la ragazza cresciuta tra i libri e senza neanche un'amica capace di chiamarla il sabato sera per spettegolare. La domanda a cui aveva pensato, in realtà, aveva una risposta ben precisa.

Si alzò le maniche della giacca scoprendo i polsi e gli avambracci. Ogni cicatrice era una tappa percorsa, un punto di andata e ritorno. Ogni taglio era una prova di coraggio e di resa allo stesso tempo. L'abisso in cui era sprofondata ormai da tempo era una dolce coperta, la possibilità di scegliere tra la vita e la morte era confortante tutto sommato.

Il gas stava già facendo effetto? In quel caso, Tanatoxicina era già in lei da molti anni. Maledetti quei pensieri che correvano in fretta nella sua testa. Maledette quelle mani che ogni volta afferravano la lametta nell'armadietto... maledetto quel taglio decisivo che non arrivava mai.

Angela aveva una teoria sin dall'adolescenza: la gente muore se smette di sognare. Ricordava tutti gli inviti ai matrimoni che aveva ricevuto da qualche conoscente di scuola e alcune cugine; erano una decina, non di più. Andò solo ai primi, poi era pronta a sfoderare la scusa del lavoro per non andarci. Pensava di salvare la faccia. Si sentiva a disagio nel vedere quelle coppiette felici e quei visi da cartellone pubblicitario.

Per un attimo, capì che tutti i suoi ricordi non erano d'aiuto. Tanatoxicina era un reality per persone forti, pronte a combattere e a difendere la propria vita con le unghie e con i denti. Si alzò dal letto e si cambiò per la notte. Un pigiama blu scuro accarezzò la sua pelle delicata. Il suo corpo era affascinante eppure non gli dava il giusto merito. Partecipare a quel programma era una scusa, come quelle sfoderate per evitare i matrimoni. Le sue mani non riuscivano a trovare la "forza" necessaria per fare l'ultimo taglio, ma con quel gas, sicuramente ci sarebbe riuscita.

<<Questa volta non sarò così vigliacca...>>pensò mettendosi nel letto.

Era questione di tempo e i suoi occhi andarono alla giacca appesa sulla sedia poco più in fondo. All'interno della tasca destra c'era l'unica amica capace di confortarla e tenerle compagnia. Quella lametta era capace di farla sentire al sicuro. Nel suo perverso meccanismo, una strana idea attraversò la sua mente così debole e ferita. Per una volta, non sarebbe stata sola nel suo inferno.

Eh sì, perché molto presto, anche il concorrente più forte, prima o poi avrebbe avuto le sensazioni che lei aveva sempre coltivato. Un languido sorriso si fece strada sotto gli occhi chiusi: per una volta non si sarebbe sentita così sola.

Una ragazza isolata e fragile era una facile preda di quel gas così micidiale. Non era un gioco per lei, ma si sentiva comunque nel posto giusto. Quanta frustrazione in quella persona così sola e allo stesso tempo intelligente. Lei, che avrebbe barattato la sua anima per un po' di compagnia... ma a quanto pare, era uno scambio che a nessuno interessava. Piccola donna schiacciata dalle mille delusioni, si rannicchiò tra le coperte.

<<Sì... sono nel posto giusto...>>pensò scivolando nel sonno.

Le telecamere continuavano a riprendere ogni cosa, tranne i pensieri tenebrosi di Angela. Da casa, nessuno avrebbe mai immaginato lo stato d'animo di quel passero solitario.

Come Angela, anche il resto dei concorrenti prese a fare i conti con i propri pensieri.

L'unico che forse non stava pensando a niente, era Simone, un macellaio romano con la corporatura di un guerriero vichingo.

Egli aveva un borsone sotto il tavolo della sua stanza. Lo tirò fuori, lo sollevò e lo poggiò sul tavolo. Un rumore metallico accompagnò la caduta. Nel silenzio più totale aprì la zip. I suoi occhi assenti seguivano le mani mentre si muovevano con una calma quasi invidiabile. Se dall'altra parte Angelica sfornava i suoi cupi pensieri, Simone invece sembrava completamente vuoto.

La mano destra, tremendamente robusta e forte, scivolò all'interno con molta lentezza. Le sue dita strinsero qualcosa e la mano tirò fuori delle sbarre magnetiche. Le dispose con molta cura lungo il tavolo. In seguito, rimise l'arto all'interno dell'involucro rigonfio. I movimenti delle dita presero a scatenare una serie di rumori metallici. La sua mano si irrigidì, come se avesse afferrato qualcosa. I suoi occhi grandi cominciarono a risplendere di uno strano luccichio. Tirò fuori una mannaia. Con molta cautela, poggiò il minaccioso attrezzo sulla barra magnetica, per poi ritornare a frugare nel borsone. Uno alla volta, prese gli attrezzi del suo mestiere, disponendoli con maniacale cura ed estrema precisione, come uno scultore che si prepara a creare il suo più grande capolavoro.

<<Perfetto!>>esclamò soddisfatto una volta terminato.

I coltelli riflettevano la luce della stanza in maniera opaca. Simone li contemplò a qualche metro di distanza. Nella sua mente era come se quei coltelli, così fedeli nelle sue mani, stessero sorridendo.

<<Manca poco, glie la faremo pagare cara a quel figlio de na mignotta!>>pronunciò con un ghigno.

Nonostante l'ora tarda, Simone prese una sedia nelle vicinanze e si mise seduto a fissare i suoi coltelli, contemplandoli in una sorta di maniacale attenzione. Aveva difficoltà ad addormentarsi, perciò passò quasi tutta la notte ad affilare i suoi compagni di stanza.

Tanatoxicina stava penetrando nei loro corpi poco alla volta. Ognuno di loro aveva uno spettro che conservava geloso nella sua mente. Ogni storia aveva un motivo che era nascosto dalle luci dei riflettori. Insomma, quel gioco così malsano, per molti, era un pretesto per dare al proprio scheletro nell'armadio un alito di vita, un motivo in più per far ballare le quattro ossa del rancore e della disperazione.

La televisione aveva rimandato sullo schermo le immagini di Simone che sistemava i suoi coltelli. Naturalmente, questo era diventato motivo di curiosità. Le regole erano chiare: non si poteva uccidere o ferire un altro giocatore; eppure quei coltelli erano lì, pronti per l'uso in ogni istante.

In quella notte fonda, una telecamera stava catturando l'immagine di un altro concorrente, forse il più insolito fra tutti: Fiorenzo.

"L'omino anonimo" era seduto sul letto con le dita incrociate. Il bianco riflesso delle lenti copriva i suoi occhi che scrutavano il vuoto. Completamente immobile come una statua, non accennava neanche al più piccolo movimento. Restò in quel modo per più di un'ora. Il suo atteggiamento era estremamente inquietante. In molti erano gli spettatori che si stavano concentrando su di lui, erano curiosi di vedere se sarebbe rimasto sveglio e immobile tutta la notte oppure no. Dopo molto tempo, Fiorenzo girò la testa verso una piccola borsa sul comodino. Allungò lentamente la mano e prese un tubetto di plastica. Lo svitò con molta calma e prese dall'interno una piccola pillola. Solo dopo averla ingerita si mise sdraiato sul letto. Ognuno aveva le sue piccole abitudini, ma il gioco era appena cominciato e tutto era ancora avvolto nel mistero. I giorni seguenti non furono segnati da eventi significativi, a parte qualche chiacchiera e un paio di battibecchi. Senza neanche accorgersene, i concorrenti si ritrovarono nuovamente in un'altra puntata del serale condotta da Miriam e gli opinionisti.

TANATOXICINA: FATE IL VOSTRO GIOCO!La tua prossima ossessione. Scoprilo ora