Capitolo 25

843 35 1
                                        

La vita è imprevedibile. Non importa quanto si sia ricchi o felici, tutti sono destinati a essere vittime della vita. All'inizio pensavo che la vita avesse un progetto scritto per tutti, che non importa quanto ci si provasse, se la vita aveva deciso che eri fatto in quel modo, tu non potevi fare nulla per cambiare. Non valeva nemmeno la pena provarci, avrebbe portato solo dolore. Pensavo che fosse un po' come quando da piccoli si pensa di poter volare, poi si capisce che semplicemente non lo si può fare, e se provi a farlo finirai solo per morire.

Ma in questi mesi ho capito che non sempre è così. È vero, l'essere umano non può volare, ma ha inventato strumenti che gli permettono di stare in cielo; come la mongolfiera e l'aeroplano. L'essere umano ha creato anche il paracadutismo, che a mio avviso è la sensazione che più si avvicina al volo vero e proprio. Credo che non esista sensazione migliore per sentirsi più vivi e fragili allo stesso tempo, perché ti stai letteralmente lanciando nel vuoto, e non importa quanta sicurezza possa esserci, c'è sempre la possibilità che il paracadute non si apra e tu muoia.

Ed è con quella sensazione di terrore e amore per la vita che si dovrebbe vivere la vita. Non importa quanto ci si senta fragili, si trova comunque il coraggio per lanciarsi, per vivere e, alla fine, il paracadute si apre.

Quello che voglio dire, è che è vero che siamo padroni della nostra vita. Siamo noi a decidere di stare male, e siamo noi che decidiamo di guarire.

Ci sono molto motivi per cui qualcuno decide di guarire: per se stesso, per la propria famiglia, per i propri amici, per la persona che ama.

A settembre non avrei mai pensato di trovare un singolo motivo per continuare a vivere, per cercare di stare bene.

A settembre non pensavo che avrei trovato degli amici, che mio padre avrebbe smesso di bere, che Lizzie smettesse di essere la mia migliore amica e che Ryan Archer mi avrebbe salvato da me stessa.

Se dovessimo continuare con la metafora del paracadutismo, Ryan sarebbe l'istruttore che si lancia con te la prima volta, quando sei troppo terrorizzato per muoverti, quando non sai come aprire il tuo paracadute. Ryan è la persona che mi ha guidato verso la salvezza.



E amo la mia vita ora. La amo così tanto che se esistesse una macchina del tempo andrei dalla me di qualche anno fa per dirle di non mollare, perché la nostra sofferenza sarà sostituita da tanta felicità e da tanto amore.

Solo che ci sono ancora momenti bui, in cui invece di lanciarmi dall'aereo rimango lì, pietrificata dalla paura.

La mia terapista dice che è completamente normale. Non posso stare bene subito, il percorso di guarigione mentale è come quello fisico, perché anche se non ci sono segni esterni di lividi, la sofferenza è tutta interna. E ci vogliono giorni, mesi e a volte anni per guarire. 

Oggi è uno di quei momenti bui. Uno di quelli in cui mi sento nuovamente maledettamente impotente, perché non importa quanto tu cerca di combattere la vita, alla fine lei avrà sempre l'ultimo colpo in canna.

Il suo ultimo colpo, ora, è la vita di mio nonno.
E se dovesse sparare, sono sicura che non troverei più la forza per lanciarmi da quell'aereo.

È vero, la vita è beh...la vita, con nascita, crescita e morte.

Ma non mi interessa del suo ciclo del cazzo, io ho bisogno di mio nonno.

Ne avrò bisogno per sempre.





<Amanda, perché non via a casa a riposarti?> scuoto la testa, in risposta alle parole di mia nonna.
<Preferisco aspettare> borbotto con un filo di voce.

InnermostDove le storie prendono vita. Scoprilo ora