Sono le undici e mezzo di sera. Sono in camera mia. La luce sulla scrivania mi permette di vedere i tasti del mio computer. Sono molto stanco. Oggi ho passato la giornata a cercare lavoro. Non so quanti curriculum ho distribuito. Sono passato da molti negozi, bar e ristoranti. Non sto cercando il mio lavoro della vita. Sto solo cercando un modo per fare qualche soldo. Non posso vivere per sempre con i miei genitori. Sono su un sito di lavoro. Nella mia città non sembra cerchino nulla che faccia al caso mio. Che palle. Gli occhi quasi non mi stanno aperti per la stanchezza. Un tremolio mi fa tremare la scrivania. È il telefono che sta suonando. È Tommy. Cosa vorrà a quest'ora? Che strano. Rispondo.
Pronto.
Dove cazzo sei? - E' agitato.
Sono a casa. Dove vuoi che sia?
Esci immediatamente che ti devo parlare.
Ma che è successo?
Fede non t'inventare scuse. Esci immediatamente. - Non è agitato. È incazzato.
Va bene. Due minuti e sono giu.
No. Non venire sotto casa tua. Troviamoci a metà strada. Non ho voglia di sprecare benzina per te.
Ma che cazz...
Troviamoci al parco. Tommy ti giuro che questa volta ti spacco la testa.
Riattacca.
Rimango allibito. Che è successo? Perchè Tommy ce l'ha con me? Cosa deve dirmi?
Mi metto una maglia e un paio di pantaloni più in fretta possibile. Prendo le chiavi della macchina, il telefono e il portafogli. «Fede dove vai a quest'ora?» Chiede mia mamma dalla cucina. «Devo uscire un attimo, Tommy mi deve parlare.» «Va bene non fare tardi.» Esco velocemente dalla casa. Metto in moto la macchina. Per la strada penso a cosa posso aver fatto di male a Tommaso. Quando una persona dice “Ti devo parlare” non è mai niente di buono. E la mia testa di conseguenza crea dei loop mentali assurdi. Penso a tutte le offese che posso aver detto. A lui. Alla sua famiglia. A qualche suo amico. Ma niente. Non ho combinato nulla. Penso a di tutto. A quella volta che per sbaglio gli feci cadere il telefono da trecento euro. A quando gli ammaccai la moto parcheggiado la macchina. Ma sono passati mesi, anni, e la sua mi sembra una reazione leggermente eccessiva per questi miei sbagli. Penso. Penso. E penso. Ma niente la mia mente rimane estranea a tutto. Eppure qualcosa ci deve essere. In fondo. Ci deve essere.
Arrivo al parco. C'è la moto di Tommy parcheggiata. Non lo vedo. Esco dalla macchina. Prendo il telefono. Lo chiamo. Non risponde.
Provo a cercare in giro. Entro nel parco. Eccolo, lo vedo. È seduto su una panchina. Ha il casco della moto accanto a lui. Agita ripetutamente la gamba destra. È agitato.
«Tommy?!» Lo chiamo.
Lui si gira. Si alza di scatto. «Che cosa hai fatto?» chiedo avvicinandoci. «Che cosa ho fatto?» Domanda incazzato. «Che cosa hai fatto te!» Mi punta il dito sul torace.
«Ma di che stai parlando?» Sono confuso. «Fede... l'ho scoperto ormai. Basta fare l'idiota! Dimmi che cazzo fai fatto?» «Ma cosa?» «Fede ho dei testimoni! So che in tutti questi anni mi hai preso solo per il culo.» Che ho fatto? «Ma ti sei rincoglionito?» Chiedo confuso. «Fede, per me eri come un fratello. Ma adesso hai esagerato.» Ma perchè? Lui è il mio migliore amico. Non gli farei mai del male. «Tommy ti giuro che non so di cosa stai parlando!» rispondo io. «Come cazzo fai a dire che non è vero?! Come fai a non ammettere che mi hai preso tutti questi anni per il culo?!»
Ma che sta dicendo? Io prenderlo per il culo? Ma è impazzito? Che testimoni? Non ci sto capendo più un cazzo.
«Guarda che non ti sto dicendo cazzate.» Perché non mi credi? È troppo difficile? Fallo.
Prende il casco della sua moto, mi guarda negli occhi.
Non ho paura. Si, è più muscoloso e sicuramente più forte. Ma io non ho paura di lui. Non alzerebbe un dito su di me. Però mi guarda. Mi guarda dritto negli occhi, sempre incazzati. «Te sei solo una merda». Perché? Che cosa ho fatto?
Tommy si allontana da me. Lo inseguo. Monta in sella alla sua moto, io indietreggio un po’. Non ci sto capendo nulla. Non rispondo. Perché si comporta così? Cosa risolve? Non sono arrabbiato. Sono solo un po’ confuso. Come mai non mi crede? Come mai non ci riesce?
Accende la moto. Voglio urlargli che non è vero. Voglio farlo. Ma non lo faccio. Che senso avrebbe? Ormai è incazzato. Domani gli manderò il solito messaggio. “ehi, ciao… come va?” e tutto si risolverà.
Lo so. Tra amici è così. È semplice litigare. Ma è ancora più semplice risistemare le cose. Senza rancore intorno.
Un «ciao» strozzato esce dalla mia bocca mentre lui se ne va. Io rimango fermo, immobile, a fissare la sua immagine. Le sue parole che mi urlano nella testa. «Te sei solo una merda».
Poi però un altro suono. Un frastuono. Una frenata. Un clacson che suona ininterrottamente. Mi giro.
Una macchina ferma in mezzo a un incrocio. Distrutta sul davanti. Una moto a terra. Sotto di lei Tommaso.
Corro. Non mi fermo. Arrivo sul punto dell’incidente. L’automobilista sta urlando. Non sento nemmeno una parola. Mi precipito da Tommaso. «Tommaso!» prendo il casco. Glielo levo. Lo guardo negli occhi. Sono spenti. Vuoti. Lo scuoto. Lo prendo a schiaffi. Parlami. Urlami contro. Offendimi. Ma per favore, fai qualcosa.
Delle luci blu appaiano davanti al suo corpo. Mi sento strattonare da un uomo che non conosco. Mi metto a urlare. Se è un incubo svegliatemi. Vedo i paramedici circondare Tommaso. Lo tastano. Sentono il polso. Continuo a essere strattonato. Questa volta è un uomo con la divisa blu. Un carabiniere. Mi urla contro. È il caos. I paramedici tolgono il giubbotto di pelle dal petto del mio amico. È tutto così veloce ma eternamente lento. Prendono il defibrillatore. Che cazzo sta succedendo? Vengo spinto in una macchina. Non sento più nulla. Vedo il corpo del mio migliore amico che viene percorso da scosse elettriche. Sembrano troppe. Sono troppe. La faccia del medico è distrutta. La mia continua a essere confusa e piena di lacrime. Qualcuno mi parli. Qualcuno mi dica che è solo un brutto sogno. Per favore.
La macchina si mette in moto. Che cazzo sta succedendo. Dove mi portano? «Dove mi state portando? Fatemi scendere!» Mi rispondono ma non sento. La mia testa ha smesso di funzionare.
Vedo dal finestrino quell’incrocio allontanarsi sempre di più. Scalcio. Urlo. «Fermati! Cazzo!» urla l’uomo al volante. Lo stesso che mi ha portato via dal mio amico. Mi fermo. Respiro. Mi calmo. Non ricordo nient’altro. La mia mente torna a essere confusa. Non mi sono mai sentito così. Che strano. In quel momento mi potevano passare nella testa diecimila pensieri. Invece no. L’unico pensiero che mi girava in testa era quella frase. «te sei solo una merda». Che cazzo?! L’ultima frase che il mio migliore amico mi ha detto. E ora è così che mi sento. Una merda.
Mi ritrovo seduto in una stanza vuota. Non mi lacrimano più gli occhi. Rimangono gonfi. Ma anche loro sono vuoti. Quelle parole mi rimbombano nella testa. «te sei solo una merda».
Sento delle urla venire dal corridoio. «Che cazzo stai dicendo? Lasciatemi passare!» è Anna. La mia migliore amica. La persona che conosco da più tempo nella vita. Entra nella stanza. «fede…» mi guarda ha gli occhi pieni di lacrime. La sua voce è strozzata. Mi alzo. Mi abbraccia. «mi dispiace.» Sussurra piangendo. Voglio urlare di nuovo. Voglio gridare. Ma non ho più voce. Non c’è. Ci sleghiamo dall’abbraccio. Prende un sedia. Ci sediamo uno accanto all’altro. Le teste appoggiate al muro. Sono le 3 di notte. «Come è successo?» mi chiede. «Non lo so.» Rispondo. «Stavamo discutendo. È montato in moto...» Non ce la faccio. Non voglio ricordare quei suoni. Quei rumori.
Sento suonare il telefono. Vedo delle chiamate perse. Era mamma. Rispondo.
Pronto.
Dove sei?
Sono in questura.
Arriviamo.
Riaggancia. È stata fredda.
«Che cosa facciamo?» mi chiede Anna. « Non lo so.»
I miei pensieri sono vuoti. Non so cosa fare.
Passano i minuti. Arrivano i miei genitori. La prassi è la stessa. Mi abbracciano. Mi consolano. Piangono.
Ora mi ritrovo a fissare il soffitto della mia camera. È bianco. Non riesco a non pensare a Tommaso. La notte è passata ormai da qualche ora. Non ho chiuso occhio. Non ci riesco. La sua immagine mi appare davanti che urla e mi offende. Non ci credo ancora. Il mio migliore amico non può essere morto. Sta facendo uno dei suoi soliti scherzi. Lo so. Di sicuro. Tra qualche ora mi manderà il suo solito messaggio «ehi, ciao… come va?» e io lo manderò a fanculo ridendo. È così. Vero? Purtroppo no.
Sono le 10. Bussano alla porta. «Fede… sono io, apri» è Anna. Non mi stupisco che sia entrata senza suonare. Ha le chiavi.
Mi alzo dal letto in modo molto lento. Non ho le forze per fare nulla. Apro la porta. Guardo Anna. Aveva ancora gli occhi gonfi. Mi guarda. Avevo gli occhi vuoti. «Entra» gli dico con un filo di voce. Anna si siede sul letto. Io mi butto sul letto e continuo a fissare il soffitto. Lei si sdraia accanto a me. Mi prende la mano. «la supererai». Mi sussurra. «lo so.». So che l’avrei superata. So che ci vorrà del tempo. Ma ora non so come fare. Ora voglio solo sentirmi vuoto. E è vero. Non mi sento bene. È normale. È brutto dirlo. Odio dirlo. Ma è normale. È normale che ci stia male. È normale e lo so.
Anna mi guarda. Distesa sul letto. Mi stringe la mano. Rimaniamo in silenzio. Ho un gran sonno. Anna silenziosamente si è addormentata. Era distrutta. La continuo a fissare per qualche minuto. Quanto vorrei dormire anche io. Tolgo lentamente la mia mano dalla sua. Mi alzo dal letto. Lei velocemente se ne appropria. Mi strappa un sorriso dalla bocca. È così buffo guardarla mentre dorme. Vado in cucina. Mi accorgo solo ora che la casa è vuota. Sul frigo noto un biglietto «CHIAMAMI QUANDO TI SEI SVEGLIATO! TI VOGLIO BENE. MAMMA.». «Si mamma quando mi sono svegliato ti chiamo… ok?» dico sarcastico. Apro il frigo. Era praticamente vuoto. Prendo il cartone del latte e bevo. «Non si beve dal cartone» una voce da dietro femminile. Era Sofia. Mia sorella più piccola. «Come mai non sei a scuola?» chiedo io posando il latte nel frigo. «Ieri non mi sono sentita bene. Oggi mi sono voluta riposare» si siede al tavolo. «Sei da solo? Mi è sembrato di sentire che parlavi con qualcuno.» «C’è Anna che dorme in camera mia. Aveva bisogno di riposarsi. Lasciala dormire» «Aveva bisogno di dormire? Perché stanotte che avete fatto?» chiede.
Come sarebbe a dire? Non sa cosa è successo? Non ha sentito le urla stanotte? Perché mamma e papà non gli hanno detto cosa è accaduto?
Ho capito. Sofia è piccola. È meglio aspettare. Tommaso e lei erano molto legati. «Niente di particolare… siamo andati a ballare e abbiamo fatto tardi» mento. Sofia mi guarda. Storce un po’ la testa. «Te non me la racconti giusta… ma va beh sono affari tuoi» quella bambina… perché è così intelligente?! Non voglio raccontargli la verità. È meglio aspettare. «ma stasera te e Tommaso siete a cena qui?» ecco appunto. Cosa gli dico ora? Devo inventare una scusa. «Io e Tommy ieri abbiamo un po’ discusso. Stasera non viene.» questa mezza verità mi riporta indietro. Alla discussione con Tommaso. Quasi non ricordo il motivo. Forse perchè non lo so. Ricordo solo la frase «te sei solo una merda». Le ultime parole del mio migliore amico.
«Sapevo che mi nascondevi qualcosa!» esclama Sofia sbattendo la mano contro il tavolo. «Vedi di farci pace con Tommy. Saresti un idiota a perdere un amico come lui» «Basta Sofia!» urlo. Mi guarda. «Non ti sentivi male? Vai a letto!»
Sofia si alza. Mi fa una linguaccia. E corre in camera sua. Torno in camera. Anna è ancora lì che dorme. Prendo il telefono. Chiamo mamma.
Pronto – risponde.
mamma sono sveglio
Fede... Come stai?
Di merda mamma, come vuoi che stia?
Hai ragione. Scusa. - Fa una pausa.
Sofia è in casa. Non sa nulla di ciò che è successo ieri sera
Si me ne sono accorto.
Quando te la senti vai dai genitori di Tommy. Gli farebbe piacere vederti.
Va bene… Ora mamma devo andare, ciao.
Ciao.
Riaggancio.
Cazzo i genitori di Tommy. Saranno distrutti. Non ce la faccio ora ad andarli a trovare. Sarebbe troppo doloroso per me. E per loro. Non sono egoista. È che in questo momento voglio cercare di stare bene. Voglio cercare di dimenticare. Dimenticare il proprio migliore amico... come se fosse una cosa possibile.
Anna si sveglia lentamente. «buongiorno principessa!» ironizzo. «Che ore sono?» chiede. Non lo so. Non guardo l’orologio da un sacco di tempo. Guardo quello appeso alla parete. «è mezzogiorno e mezzo»
Anna mi guarda. «Mezzogiorno e mezzo? Cavolo devo avvertire mia mamma che non ci sono a pranzo» «non ci sei a pranzo? E dove sei?» chiedo. «come sarebbe a dire dove sono?» chiede con aria ironica. «sono da te, mi sto autoinvitando a casa tua» «per quale motivo?» «E me lo chiedi anche? Voglio starti vicina in questo momento difficile, voglio essere sicura che tu stia bene.» Eccola. La ragazza che mi sto portando dietro da una vita. Anna è sempre stata così. Quando c’era qualcosa che non andava sapeva sempre come tirarmi su di morale. Ma questa volta sarà più difficile consolarmi e aiutarmi.
«Dai Anna non ho nemmeno molta fame. Non credo mangerò» gli rispondo. In effetti non ho per niente voglia di mangiare. Ho lo stomaco sottosopra. È come se qualcuno mi avesse preso la pancia dalla bocca, ci avesse giocato a palla e poi me l'avesse rimessa dentro, al contrario.
Anna tira fuori il telefono. Scrive. «troppo tardi» risponde con aria ironica. «No, Anna sei una cosa incredibile». «Lo so!» sorride. È così bello vederla sorridere. Gli occhi gonfi si erano asciugati. Vuole aiutarmi. Si vede. «però cucino io. Te fai veramente schifo a cucinare» esclama.
Abbiamo passato tutto il tempo a cucinare. A ridere. A sdrammatizzarci la vita. È stato semplice. Come può essere facile trovare un sorriso anche in una giornata buia.
Passiamo il pomeriggio a casa mia. Abbiamo guardato un film. Per un attimo mi ero quasi dimenticato di Tommaso. «Che ore sono?» mi chiede Anna. «L’ora che tu ti compri un orologio» Rispondo scherzando. «Che noioso» sbuffa. Prendo il telefono. Lo accendo. Guardo l’ora. «Sono le sei e un quarto». «Va bene! Si è fatta l’ora.» Esclama alzandosi dal divano. «Ok. Quindi ci si sente…» «Fede…» mi guarda. È seria. «...Lo sai. Quando hai bisogno di me. Il mio numero ce l’hai tra i preferiti» Faccio un sorriso seguito da un leggero sbuffo. «Va bene» Esce. «Sofia!» urlo. «Sofia!» non mi risponde.
Vado in camera sua. Non c’è. Al suo posto c'è un biglietto sul letto. «FEDE SONO ANDATA DA GIULIA. TORNO DOPO CENA. SOFY.» E meno male si sentiva poco bene. Va beh. Che strano però non l’ho sentita uscire. Sarò stato troppo preso dal film da non sentirla. Vado in camera. Mi sdraio sul letto. Ricomincio a fissare il soffitto. Inizio a pensare. Che cazzata. È proprio vero, quando si inizia a pensare è tutto così strano. Non ho pensato a Tommy per tutto il giorno. Non ci ho pensato perché non ho pensato. Ma adesso? Adesso la sua immagine mi occupa la mente. Mi entra dentro. Entrano dentro quegli occhi vuoti. Quei suoni. Quelle luci. Quelle parole. È tremendamente orrendo. È brutto quando una semplice frase ti entra in testa e te non puoi farci nulla. Lei si impossessa di te e niente, proprio niente, riesce a staccarti dal suo abbraccio quando sei solo. Forse il problema è che non sono passate nemmeno 24 ore. Forse il mio stato di shock deve ancora terminare. Forse sono io che mi faccio troppe seghe mentali. Forse Tommaso aveva ragione. Io sono solo una merda.
La mia testa gira intorno a queste parole. Sento che se non avessimo litigato ieri sera a quest’ora starei messaggiando con lui. Perché c’era bisogno di urlare?Di cosa ha saputo? Queste sono le diecimila domande che mi girano in testa. Diecimila domande. Una risposta. Non lo so. E mentre la mia testa mi logora dentro, il mio sguardo ritorna vuoto e perso. Vedo immagini. Vedo Tommaso che grida. Vedo la delusione nei suoi occhi. Vedo troppe cose. Chiudo gli occhi. Continuo a vederle. La mente mostra anche ai ciechi ciò che vuole. Non la puoi fermare. Non puoi zittirla. Alla fine tra la confusione del momento e i pensieri della testa, dormo. Sembrava un’eternità. Riuscire a dormire. Mio dio. Quasi non ricordo più come si dorme. Sento che mi agito. Sento che non sto bene. Sento del sudore uscire dalla mia fronte. Lo sento percorre tutto il corpo. Sto male. Sento lo stridio della moto. Sento le mie urla. Sento nel silenzio ciò che la mia testa vuole farmi sentire. Mi sveglio di soprassalto.
Guardo l’ora sono le tre del mattino. Non ho cenato. Non mi sono lavato. E non mi sono nemmeno riposato. Cazzo. Tommaso mi manchi.
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TOMMY
ChickLitLa vita di Federico viene stravolta dalla morte del suo migliore amico Tommaso "Tommy" dopo una tremenda litigata che lo porterà a conoscere una giovane ragazza di nome Martina... molto mistero, molti colpi di scena, molta frustrazione e molto diver...
