Di nuovo in fuga

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Quando emersero dal portale, l'odore acre di fumo si espanse nei suoi polmoni come un olezzo mefitico. Zefiro aveva ancora le braccia protese e, per una frazione di secondo, rimasero così, finché i tremori gli risucchiarono tutte le forze. In lontananza, al cospetto di un cielo plumbeo e ammantato di cenere e fumi neri, Alabastria bruciava. Anche se Myria si rifiutava di guardare la città, il frammento che aveva scorto quando era uscita dal portale si era piantato nel petto come un punteruolo arroventato.
- Andiamo, non possiamo perdere altro tempo. - li esortò Nyi.
Depose Melwen al suolo e infilò nella tasca della tunica il libro che la bambina stringeva tra le braccia. Aveva la fronte imperlata di sudore e gli aloni umidi si allargavano sotto le ascelle e intorno al collo. Si sforzò di tenere le spalle dritte, ma persino l'aria sembrava un peso insopportabile in quel momento.
- La porto io. - disse Myria risoluta e poi si rivolse a Zefiro, - Amore, ce la fai a camminare? -
Suo figlio non le rispose. Anche quando lo lasciò a terra per prendere in braccio Melwen, Zefiro continuò a fissare le fiamme che lambivano la città, così alte da valicare le mura. Si innalzavano sprezzanti, come se volessero carbonizzare anche il sole stesso, un sudario di cenere e polvere che soffocava e anneriva il cielo.
- Ho lasciato degli amici in quell'inferno per salvare voi. Muovetevi. - ringhiò Nyi.
Myria avvertì le mani formicolare, ma prima ancor prima della rabbia, fu il senso di colpa a pervaderla, si impossessò di lei, la imprigionò in un angolo e la mise ai ceppi. Come in croce, legata e messa al rogo dal disprezzo verso se stessa, si sentì improvvisamente svuotata. Era sopravvissuta ad Alan, ad Airis e ora a Baldur: un altro legame reciso, l'ennesima tomba in un cimitero sconfinato.
Si incamminarono più in fretta che poterono, combattendo contro una stanchezza velenosa. La pianura che circondava Alabastria era un oceano che, dalla casa di Nordri, pareva espandersi per miglia, una distesa di un verde infinito e uniforme, dipinta da una lunga e densa pennellata di colore che, solo di tanto in tanto, punteggiava il muschio cresciuto sulle pietre, scogli bianchi su cui si abbattevano gli steli d'erba. Alabastria emergeva simile a un faraglione, dominava quella radura circondata dalle colline come una regina, così bella da togliere il fiato, drappeggiata dalle sue mura e dallo stendardo che garriva al vento. La prima volta che l'aveva attraversata, Myria era una profuga, fuggita assieme ai bambini e a Baldur da una città sventrata da un drago e dilaniata da un male che non si sapeva spiegare. Ricordava che Raiza li aveva scortati finché la prudenza l'aveva frenato. Era stato un addio, il loro, che si era consumato in uno scambio di sguardi e poche, concise parole. Poi il Lycos era corso via, finché non era diventato un pallino bianco disperso nel verde.
Myria sorrise, tirò su la bambina e allungò il passo per non farsi lasciare indietro da Nyi. Aveva davvero sperato che quella sarebbe stata la sua ultima fuga, il termine di una corsa lunga e faticosa, di cui lei era stata l'unica a tagliare il traguardo.
"Morire è la vittoria dei deboli", diceva spesso sua madre mentre lavava i panni di suo padre, quelli macchiati di sangue. Non poteva andarsene, Amount-vinya era l'unico posto che conosceva. La sua famiglia aveva le sue radici lì e non avrebbe tollerato che un loro frutto cadesse lontano dall'albero. Così era rimasta, con quel marito che la sera, quando tornava e non trovava la casa in ordine o la cena abbastanza calda, la picchiava finché il suo viso non era una mappa di lividi. Mormorava quella frase a Myria con un sorriso che non aveva la forza di scaldare nemmeno una candela.
Sua madre aveva corteggiato il sollievo della morte per anni, finché questa non era venuta a prenderla subito dopo la dipartita del marito, pochi giorni dopo che Alan aveva chiesto la mano di Myria. L'avevano sepolta col suo abito più bello, con il bouquet che le incorniciava il viso ceruleo. Per Myria era stata una sconfitta, un dolore che aveva offuscato il giorno del suo matrimonio, quando aveva percorso la piccola navata del tempio da sola fino all'altare. Per sua madre, invece, morire era stata l'unica strada percorribile: si era sottomessa a una vita che pretendeva la sua presenza, e il sollievo per aver tagliato il traguardo dopo vent'anni di danza con la morte era visibile nella serenità del suo eterno sonno.
Forse, pensò Myria mentre camminava, c'era un fondo di verità in quello che sua madre aveva detto. Era anche l'unica spiegazione che la sua mente lacerata era disposta ad accettare dopo tutte quelle perdite.
Non si fermarono finché il vento non disperse i fumi degli incendi e le urla non divennero altro che un sibilo che si confondeva tra lo stormire degli alberi. Quella notte, ad accoglierli e a fornire loro riparo fu un boschetto di noccioli, sul lato destro di una collina, una delle tante che incurvavano il terreno attorno ad Alabastria. I bambini erano sfiniti, soprattutto Melwen, che nonostante avesse camminato meno degli altri portava sul viso i segni della stessa fatica di Nyi.
- Niente fuoco, sarebbe un rischio. Non ci sono grossi predatori su queste colline, ma dovremo comunque fare dei turni di guardia. - decretò il mago.
- E per il cibo? Come faremo? - chiese Myria.
- Tu sai cacciare, donna? - domandò, fissandola dritta negli occhi, e davanti al suo silenzio si limitò a prendere altre foglie e a lisciarle sul terreno, prima di tagliuzzarle con il pugnale che portava alla cintura, - Dovremo sopravvivere con bacche e radici, mi sa. Se e quando riuscirò a riprendere abbastanza forze, potrò provare a catturare un pesce con la magia, ma fino ad allora ci accontenteremo. -
Myria annuì. Il terreno era coperto da un fitto tappeto di foglie e di grossi pezzi profumati di corteccia. Prese quelli più sani, li radunò e ne fece un giaciglio per sé e i bambini in modo da isolare i loro corpi dalla terra fredda. Zefiro si era seduto vicino a Melwen e teneva la spada di legno sulle ginocchia. Le stringeva la mano sulla spalla e le strofinava le braccia quando la sentiva rabbrividire o quando la bambina apriva le palpebre in un sussulto: continuava a entrare e uscire dal sonno, svegliandosi solo per qualche momento, prima di riaddormentarsi. La ghirlanda di calendule le era caduta durante le fuga e i riccioli erano tutti aggrovigliati, con alcune punte rese appiccicose dal sangue raggrumato.
Myria andò loro vicino e li circondò col suo scialle, quello che si era premurata di prendere da casa di Nordri prima di uscire. Skjaldi le aveva detto di portarsi dietro lo scialle di lana più leggera, poiché durante il pomeriggio non avrebbe fatto così freddo, ma Myria non le aveva dato ascolto. La stoffa profumava ancora, nonostante fosse sporca e bruciata alle estremità.
- Amore? -
Zefiro alzò la testa dal petto e incrociò il suo sguardo. Era pallido e il sangue rappreso attorno alla bocca gli aveva impiastricciato la tunica, già lorda di quello che aveva perso dalla ferita alla testa. Guardando suo figlio, Myria non sapeva cosa pensare: aveva azzannato Fenrir e aveva distrutto lo spallaccio della sua armatura come se fosse stato non più duro del vetro. Tutto ciò che rimaneva della belva che si era scagliata contro il Drow ora era svanito, rimpiazzato da uno sguardo vacuo e un viso gonfio, rigato dalle lacrime.
- Dimmi, mamma. -
- Come ti senti? -
Zefiro sospirò e chiuse gli occhi. Quando si avvide che Myria si era accorta delle loro mani intrecciate, lasciò quella di Melwen e la serrò di nuovo sull'impugnatura della spada.
- Non lo so. Non... non lo voglio pensare. L'unica cosa che desidero è dormire. -
- Devi mangiare qualcosa. Andremo io e Nyi a cercare il cibo. -
- Non so se ci riesco. -
- Puoi fare un piccolo sforzo per me? -
Si sedette al suo fianco e gli spostò i capelli per controllare la ferita alla testa. Skjaldi l'aveva medicato come meglio poteva e, per sua fortuna, non aveva ripreso a sanguinare. Tastò con cautela la cute arrossata intorno al taglio e poi abbandonò le braccia sulle gambe stese. Si umettò le labbra e richiamò tutte le energie residue per prendere le mani di Zefiro e portarle alle labbra. Avrebbe tanto voluto abbracciarlo, cullarlo contro il suo petto e dirgli che sarebbe andato tutto bene, ma la verità era che non c'erano certezze. Alcarin era a sei giorni di cammino e loro erano appiedati, senza cibo e alla mercé del tempo. Fenrir si era lasciato sfuggire Melwen. Myria sapeva che chiunque lo avesse incaricato di ucciderla li avrebbe cercati, deciso a stanarli ovunque si sarebbero nascosti. E lei, come madre, non poteva fare nulla per proteggere nessuno. Quell'impotenza le scioglieva le viscere e la metteva davanti ai suoi limiti, era un altro chiodo arrugginito nel suo cuore infetto.
Zefiro abbozzò un sorriso, così debole da risultare quasi spettrale sul viso stanco.
- Ora che ci penso, ho un po' di fame. - accondiscese.
- Vado a cercare qualcosa da mettere sotto i denti. - gli sorrise, si rimise in piedi e si voltò.
Nyi si sfregava le mani appoggiato a un albero, mormorando parole indefinite a fior di labbra, in una lingua che Myria non riusciva a comprendere. Non appena si accorse d'essere osservato, nascose le dita nelle maniche della tunica lisa e le fece cenno di seguirlo.
- Non serve che mi accompagni. Posso procacciare la cena per tutti e quattro. - gli disse quando lo raggiunse.
Nonostante fosse più basso di lei, il mago camminava a passo sicuro e spedito, tanto che Myria faticava a stargli dietro.
- Preferisco scegliere da me la mia cena. -
La donna si arrese, nessuno dei due era in vena di chiacchiere, e le parole non avrebbero fatto altro che appesantire quel silenzio rumoroso.
Trovarono delle bacche di bosco nascoste dietro un cespuglio di rovi e una pianta di ribes neri ancora carica di frutti. Nyi scovò anche delle radici, che più che far venire l'appetito, chiudevano lo stomaco per quanto puzzavano. Raccolse in una piccola borraccia anche l'acqua da un torrente poco lontano da loro. Il suo letto, piccolo e stretto, serpeggiava tra le rocce tranquillo, scorrendo con calma piatta sotto le ombre delle fronde dei noccioli. Era desolante quell'immobilità, così indifferente e immutabile dinanzi alla tragedia che si era appena consumata. Sembrava beffarsi del loro dolore, scrosciando via come l'acqua del ruscello o le foglie che veleggiavano sulla sua superficie.
Mangiarono in silenzio, mentre Melwen dormiva con la testa sulle sue gambe. Le bacche e le radici che avanzarono, decisero di conservarle per quando la bambina si sarebbe svegliata. O meglio, Nyi decise che avrebbero fatto così.
- È lei che dobbiamo proteggere. Se Melwen non arriva alla capitale, tutto sarà perduto. -
Non era necessario aggiungere altro, il messaggio sottinteso era chiaro. Myria dovette inghiottire l'acido che le irritava la lingua, tentata di lasciarsi andare allo sfogo e urlare in faccia al mago che Melwen era solo una bambina, non avrebbe dovuto portare un simile fardello. Ma Nyi, sdraiato sul giaciglio, si era già girato dall'altra parte, e quando schioccò le dita il venticello che piegava gli steli d'erba diminuì fino a placarsi.
- Mamma, vuoi che cominci io il turno di guardia? -
- No... no, tu dormi. Rimango sveglia io. -
- Ne sei sicura? -
Myria annuì e il suo sguardo si posò sui capelli di suo figlio. Erano castani, come quelli di suo padre, e conservavano ancora alcuni ciuffi biondi dall'estate precedente, l'effetto delle lunghe giornate passate a bighellonare tra le strade di Amount-vynia sotto il sole di mezzodì.
- Quando tocca a te, ti sveglio. Va bene? -
Gli sfiorò il viso in una carezza e il bambino catturò la sua mano tra la guancia e il collo. Gli era rimasta qualche macchia di sangue che lei cancellò solo quando Zefiro raddrizzò la testa.
- Quello che è successo a casa di Nordri... -
Myria gli poggiò il dito sulle labbra.
- Non è importante,. Siamo vivi e questa è l'unica cosa che conta per stanotte. Domani proveremo a cercare delle rispose. Inoltre... - gli fece un cenno col capo in direzione di Melwen, - c'è qualcun altro che ha bisogno delle tue attenzioni. -
Zefiro sistemò lo scialle sulle spalle dell'amica. Era tutta raggomitolata vicino a lui, con le ginocchia tirate al petto, nascoste sotto l'ampia gonna.
- Sì, hai ragione. -
- Lo so che ho ragione. Sono tua madre, so sempre cosa è meglio per te. Ora stenditi, vi rimbocco le coperte. -
Prese lo scialle e lo scosse per ripulirlo da foglie e rametti, prima di stenderlo di nuovo su entrambi i bambini, infilando i lembi sotto i piedi e sotto la schiena in modo da non far fuggire il caldo. Zefiro abbracciò forte Melwen e sprofondò il naso nei suoi capelli, incurante dei riccioli che gli pizzicavano il naso.
- Mamma. -
- Sì, amore? -
- Ti voglio bene. -
Myria si sedette sul suo giaciglio poco più in là e accarezzò con gli occhi il profilo di Zefiro nel buio.
- Anche io te ne voglio. - soffiò.
Attese finché non udì il suo respiro farsi profondo. Quando rimase sola, si allontanò quel tanto che bastava perché le sue lacrime non lo svegliassero. Vivido e bruciante, il dolore la sommerse, lasciandola a terra, senza fiato. Non sapeva per chi stesse piangendo, non sapeva nemmeno più a chi rivolgere le sue preghiere e chiedere spiegazioni. Perché non potevano vivere in pace? Perché ogni casa che apriva loro le porte finiva sempre distrutta?
- Uborh, abbi pietà. Trasporta le loro anime nel Val'ha, anche se non hanno moneta per pagare il pedaggio. - giunse le mani al petto e vi poggiò la fronte, - Traghettatore delle anime, invoco la tua benedizione sui loro spiriti inquieti, che tu possa condurli nel grembo caldo delle Terre dell'Eterna Primavera. -
Si morse le labbra e rinserrò la stretta delle dita. Si costrinse a non pensare a Nordri, a Skjaldi, a tutta la servitù che li aveva accolti, accuditi, protetti, che era stata capace con pochi gesti di farli sentire di nuovo parte di una casa che non contava solo un tetto e quattro pareti. Quindi tornò al suo giaciglio e si appoggiò con la schiena all'albero, lo sguardo puntato davanti a sé. Cercò di non pensarci, di tenerlo lontano, ma il viso di Baldur, la sua espressione di trionfo prima che svanissero al di là del portale, seguitava imperterrita a riemergere dalle pieghe della mente, accompagnata dagli stralci dei tanti momenti passati insieme. Tra tutte le croci che, prima o poi, avrebbe dovuto piantare, sarebbe stata quella la più sofferente. Perché Baldur era rimasto anche quando avrebbe potuto andarsene e riprendere la sua attività di mercenario. Niente lo legava lì, nessun patto, nessun contratto. Non c'era stata nemmeno una ricompensa da riscuotere quando erano giunti ad Alabastria. Eppure, Baldur era rimasto. Per Melwen, per Zefiro, per lei. Aveva combattuto per loro all'accampamento, li aveva salvati, sebbene non avesse alcun motivo per farlo. E, alla fine, era morto per loro.
Si diede il cambio con Nyi altre due volte quella sera. Lui non chiese niente dei suoi occhi rossi e Myria non indagò sui suoi strani comportamenti. Lo aveva scorto sbattere i pugni a terra, con un impeto rabbioso che si era esaurito dopo diversi colpi che gli avevano scorticato le nocche.
Si destarono che il sole già indorava le colline. Melwen aveva due profonde occhiaie e faticava a tenere dritta la testa. Se ne stava con la testa appoggiata alla spalla di Zefiro e sbocconcellava le bacche avanzate dal giorno precedente con alcune foglie di efedra.
- Dovresti sentirti meglio tra un po'. - le disse Nyi masticando una radice, gli occhi fissi sulla bambina, - Mangia tutto, non ci fermeremo molto oggi. -
Myria si accontentò dei ribes e annuì distrattamente a una domanda del Dominatore che non aveva davvero ascoltato, contemplando assorta il bosco. Era un'impresa tenere le palpebre aperte, e un fastidioso mal di testa pulsava alla base del cranio, azzannando il viso e le tempie. Avrebbe avuto bisogno di un tè d'efedra, con un frammento di corteccia e una spolverata d'ortica, ma preferiva tenersi quel dolore piuttosto che chiederne una dose a Nyi.
Zefiro le si sedette accanto e le posò una mano sulla spalla. Myria la strinse e d'istinto lo trasse a sé.
- Perché non mi hai svegliato? -
- Avevi bisogno di dormire. -
- Anche tu. -
Myria scosse la testa e trasse un profondo respiro, nella speranza di trovare le parole per spiegargli che quello era l'unico modo per proteggerlo, per permettergli di conservare la forze se Fenrir li avesse raggiunti.
"Se arriverà, non potrò fermarlo. Non sono abbastana forte. Ma prima di fargli del male dovrà passare sul mio cadavere, questo è certo."
Fremette quando suo figlio l'abbracciò, e si sentì quasi mancare il fiato nel momento in cui la strinse come se fosse lei la bambina da difendere.
- Stanotte il primo turno è mio. - sancì Zefiro con una sicurezza responsabile.
Quando era cresciuto così in fretta? Dov'era il bambino sorridente e impacciato che girovagava per le strade di Amount-vinya?
Zefiro si discostò appena e la guardò sorridendo.
- Mamma, puoi fare affidamento su di me. Non ti devi più preoccupare. - fece una pausa e soffocò una risata tra i denti, - O meglio, puoi farlo, ma meno del solito. -
Myria assentì e si appoggiò al suo braccio per alzarsi. Poteva percepire il muscolo teso sotto il palmo. Tutto in lui sembrava protendersi verso una forma definitiva e nei tratti del viso e del corpo cominciavano a palesarsi le linee dritte e spigolose di un uomo. Ora il suo sguardo irradiava la fermezza di un sopravvissuto alla tragedia e di un guerriero pronto alla battaglia: stava diventando adulto sotto i suoi occhi e lei non aveva che scorto un seme che, in realtà, era già germogliato.
Nei giorni successivi, viaggiarono per le colline e pian piano le foreste aperte che ne punteggiavano i clivi cedettero il passo ad ampie praterie che ospitavano piccoli agglomerati urbani, paesi e sparse fattorie. Su ordine di Nyi, si mantennero sempre lontani dalle strade principali. Seguirono da lontano il Tabor e, giunti in prossimità delle case, le oltrepassarono con un ampio giro. Più d'una volta Myria propose di fermarsi, almeno per la notte, a dormire sotto qualche tetto, ma bastava un'occhiata o una parola del mago per mandare all'aria i suoi piani. Ogni sua recriminazione venne messa a tacere quando prese coscienza del suo aspetto. In quei giorni, la sua mente anestetizzata dal sonno e dalla stanchezza aveva vagato tra i ricordi, senza mai soffermarsi davvero sulla realtà che la circondava. I campi, i frutteti, persino i cani da guardia, gli animali che più amava al mondo, non erano stati sufficienti a distogliere la sua attenzione dai pensieri cupi che l'accompagnavano in ogni dove. Fu una doccia fredda quando le acque del fiume le rimandarono l'immagine di una donna sporca, con i capelli scompigliati e unti e i vestiti come congelati nella presa del sangue secco. Anche suo figlio e Melwen erano nelle stesse condizioni pietose, con la sola differenza che su di loro i segni della fatica e delle notti passate erano ancora più evidenti. Gli ematomi erano divenuti delle macchie violacee sul viso e sul petto di Zefiro. Myria gli aveva tastato le costole per assicurarsi che non si fossero rotte, ma non avendo nessuna competenza ne aveva ricavato solo ulteriore angoscia. Suo figlio, tuttavia, avanzava imperterrito, anche quando era chiaro che era allo stremo delle forze e aveva bisogno di riposare. Spesso era Myria a pretendere che si fermassero per qualche minuto. C'era coraggio in quella sfiancante determinazione. I lividi, le escoriazioni, il respiro ansante, così rauco da trasformarsi in un rantolo, e i suoi calzoni deformati all'altezza delle ginocchia non bastavano per intaccarla. Tuttavia, la donna non poté fare a meno di notare che Zefiro teneva sempre la mano sulla spada di legno e sobbalzava a ogni rumore, facendo saettare lo sguardo a destra e a sinistra, come una lepre braccata da un branco di lupi.
Dopo che si era svegliata, Melwen aveva chiesto dov'era il libro e, una volta che si era accertata che fosse al sicuro, si era trincerata dietro un muro di silenzio. Aveva gli occhi perennemente arrossati, Myria non sapeva se per colpa dell'efedra o dei lunghi pianti che turbavano il suo sonno. Con la gonna sgualcita e la cintura strappata, sembrava un fiore appassito sul punto di sbriciolarsi.
No, non potevano avvicinarsi a nessun villaggio in quello stato: anche con le monetine di rame che Nyi aveva con sé, nessun oste avrebbe offerto loro una stanza. Myria invidiava la tempra di quell'uomo e, in segreto, si domandava come facesse a camminare scalzo su qualsiasi terreno. Gran parte del merito doveva andare alla peluria che gli ricopriva i piedi, ciuffi biondi che, come un mantello di grano, gli scaldavano il dorso e le dita, ma lei dubitava fosse solo quello. La notte non soffiava mai vento e durante il giorno le nuvole parevano sfilacciarsi al loro passaggio, salvo poi ricompattarsi in coltri bianche e lattiginose alle loro spalle. Era chiaro che Nyi stesse esercitando il suo potere sul tempo e Myria non escludeva che, oltre alla protezione della tunica e del mantello, manipolasse gli elementi per soffrire meno il freddo, ma, come molte altre cose, non le era dato sapere nulla, se non ciò che il Dominatore reputava necessario farle sapere. Lo avrebbe detestato e le sarebbe anche piaciuto ritrovare la forza nella rabbia che l'odio portava con sé. Sarebbe stato l'alcol che avrebbe rinvigorito la fiamma fiaccata del suo essere e le avrebbe dispensato l'energia necessaria per procedere senza mai voltarsi indietro, anche quando il corpo minacciava di cedere alla stanchezza e la febbre dell'anima le inceneriva ogni volontà di sopravvivenza. Ma le rispostacce, le occhiate di sussiego e il malcelato rancore nei loro confronti era una legna umida e giovane, che si infiammava poco, affumicando la gola con un odore di bruciato che si scioglieva nella saliva. Erano uniti per il filo spinato del lutto, ne condividevano il senso di vuoto, la solitudine e il rimorso che stritolava il cuore. Non c'era riposo nei sogni, per entrambi, solo la nostalgia di tempi e di luoghi che sarebbero sopravvissuti fino a scolorire, assieme alle persone con le quali figuravano nei quadri della loro memoria. Si erano lasciati tutto alle spalle, lei e Nyi, e anche se avessero voluto trattenerli, il tempo, l'incedere incessante dei giorni, delle settimane, dei mesi, degli anni, avrebbero eroso tutto finché, di quei ricordi preziosi, non ne sarebbe rimasto altro che il vago sentore. Mentre lei aveva Zefiro su cui concentrare i suoi pensieri, Nyi non aveva altro se non la rabbia. Due stampelle diverse per due persone ferite che percorrevano la stessa strada.
- Cosa è esattamente tuo figlio? - le domandò la sera del terzo giorno.
Myria aveva appena finito il turno di guardia ed era andata a svegliarlo per il cambio. Non aveva fatto in tempo a scuoterlo che lui si era girato verso di lei. Nel buio, i suoi occhi chiari parevano accesi da un fuoco bianco.
- Co... come? -
- Ti ho chiesto cosa è tuo figlio. È saltato addosso a quel Drow e ne ha distrutto lo spallaccio con la forza di una mano. - si mise a sedere e un sorriso sardonico gli arcuò le labbra, - Dunque, mia cara e bella Myria, a chi hai aperto le gambe mentre tuo marito era via? -
La donna non ci vide più e lo schiaffeggiò così forte da fargli scattare la testa di lato.
- Non ti azzardare mai più. Puoi odiarmi, se vuoi, ma non osare metter bocca tra me e mio marito. Tu non sai niente né di me né di lui. - sibilò minacciosa.
- Proprio perché non so, domando. - Nyi si massaggiò la guancia offesa, spingendo la lingua contro l'interno della guancia e sul labbro superiore, - Non è umano, è inutile chiudere gli occhi davanti all'evidenza. Conoscendo la scarsa capacità di voi donne umane di mantenere giuramenti e promesse, non me ne sarei stupito. -
Myria si allungò per colpirlo ancora, ma il Dominatore balzò indietro. Il suo ghigno era ancora lì, tagliente, sprezzante, le faceva prudere le mani.
- Non ho intenzione di continuare questa conversazione. - sibilò Myria.
- Sai che potrei darti una risposta. -
- Non sei il solo Dominatore in tutta Esperya. -
- No, ma sono l'unico che conosci e che ha visto con i propri occhi quello che Zefiro ha fatto. -
Myria si distese sul suo giaciglio e si avvolse come poté nella gonna. La magia teneva lontano il freddo che il vento portava con sé, ma non bastava a riscaldare l'aria che li circondava.
- Dunque non vuoi sapere nemmeno sapere la mia teoria? -
- Voglio solo dormire. -
Ne seguì un lungo silenzio, incrinato dal bubbolare di un gufo in lontananza.
- Un giorno lo vorrai sapere. Tuo figlio presto pretenderà delle risposte. -
La donna gli diede le spalle, non voleva né ascoltare né discutere. C'era ancora tempo.
Nyi si arrese con un sospiro: - Come vuoi. Ma il giorno in cui lo capirà, perché non illuderti, Zefiro non è stupido, dovrai dargli una spiegazione. E quando accadrà, non vorrei essere nei tuoi panni. -
Myria attese che l'altro si allontanasse per trarre un respiro di sollievo. Il sonno la reclamò tardi e nelle nebbie confuse dei sogni non trovò nient'altro che angoscia. Profonda, radicata e malevola angoscia.
La mattina del quarto giorno seguirono il fiume Tabor verso sud-ovest, dirigendosi verso l'entroterra. La sera si fermarono a riposare in un boschetto di castagni. Si erano lasciati alle spalle un borgo di piccole dimensioni e avevano proseguito finché il sole non era calato e non erano rimaste che le stelle a guidare i loro passi. Era pericoloso proseguire di notte, ma nessuno aveva il coraggio di disobbedire agli ordini di Nyi.
Myria stava ben attenta a non mettere i piedi in fallo, mentre con la coda dell'occhio non perdeva di vista i bambini. Melwen aveva riacquisito un po' di colorito e, dopo aver strappato una parte della gonna, riusciva a muoversi con maggiore libertà. Zefiro procedeva al suo fianco, la mano sempre tesa, pronta ad afferrarla a ogni evenienza. Di tanto in tanto il figlio la cercava con gli occhi e ogni volta era un ago nel petto, un piccolo dolore che minacciava di mandarla in pezzi. Si sentiva sola, imprigionata dalla gabbia di quel gran segreto che, negli anni, aveva cacciato in un angolo della sua coscienza, sperando di trovare un giorno il coraggio di affrontarlo. Ma il tempo era passato e lei aveva sempre rifuggito tutte le occasioni per rivelarlo.
- Qui va bene. - Nyi indicò uno spiazzo erboso, - Melwen, Zefiro, voi rimanete qui con Myria, io intanto vado a cercare qualcosa da mangiare. -
Il bambino annuì e, non appena il Dominatore si fu allontanato, si tirò su le maniche e si avvicinò al fiume per lavarsi. La temperatura si era alzata e, a parte un vento vespertino più umido che freddo, si stava molto meglio delle altre sere.
Myria si sedette vicino a Melwen e mangiò le bacche avanzate dalla sera precedente. Seppure fossero ancora abbastanza fresche, il sapore di gesso dell'acqua predominava sulla fragranza succosa della polpa.
- Ne vuoi un po'? - le chiese, ma la bambina scosse la testa in segno di diniego.
Un altro effetto collaterale dell'efedra era la mancanza di appetito. Melwen faceva fatica a mangiare, si doveva sforzare per inghiottire ogni boccone. Vederla così sciupata era un pugno nello stomaco.
- Ne sei sicura? -
Melwen rifiutò ancora e raccolse le gambe al petto. I suoi occhi si spostarono seguendo i movimenti di Zefiro, lo tenevano sotto tiro senza perderlo di vista. Sembrava diventato il centro del suo mondo.
Myria frugò nella sua mente in cerca di qualcosa da dire per non far morire la conversazione, ma ben presto si rese conto di aver esaurito le parole. Sentiva la testa pesante, le comprimeva il cranio come un elmo di ferro incandescente, scacciando i pensieri e immobilizzandola. Gli occhi si abbassarono contro la sua volontà. Provò a riaprirli, ma le palpebre rimasero sigillate.
"Solo qualche minuto..."
Il rumore delle foglie calpestate non la allarmò subito. Lo attribuì a Nyi che stava tornando e non ci diede peso. Lo scricchiolare, però, non cessò e soltanto quando fu abbastanza vicino la mente di Myria processò che dei passi così pesanti non potevano appartenere al Dominatore. Scattò in piedi come una molla, afferrò un ramo sommerso dalle foglie e tirò Melwen a sé. Zefiro la raggiunse d'un balzo, con ancora le maniche rimboccate fino ai gomiti e il viso bagnato. Aveva messo mano alla spada di legno, ma poi si era chinato e aveva preso un sasso da terra.
- Statemi vicino. - mormorò Myria.
Rinserrò la presa, stringendo il ramo con entrambe le mani, e si tenne pronta, gli occhi fissi su un punto al di là della boscaglia e i sensi protesi verso quel rumore sempre più vicino. Il cuore le scivolò sotto i piedi quando fece capolino il muso insanguinato di un lupo. Era grosso come un cavallo, con il pelo bianco e le orecchie in avanti. Tra le fauci teneva una lepre ancora calda.
- Raiza. -
Quel nome uscì in un sussurro e Myria ebbe l'impressione che il lupo sorridesse. Melwen compì tre brevi passi e il Lycos lasciò cadere la preda. Le permise di abbracciarlo e attese che fosse lei a staccarsi, prima di sposare lo sguardo su Myria e Zefiro. Nella semioscurità, i suoi occhi, uno dorato e uno azzurro, sembravano due gemme preziose.
- È stata dura raggiungervi. -
- Come... come hai fatto a trovarci? - balbettò Myria sbalordita.
- Anche se il tempo non è stato dei migliori, non potrei mai dimenticarmi il vostro odore. -
Nyi irruppe in mezzo a loro con le mani avvolte dalle fiamme puntate in avanti. Il Lycos indietreggiò bruscamente con un basso ringhio.
- Nyi, fermo, non è una minaccia! - esclamò Melwen e si frappose tra i due con le braccia aperte.
- Non ricordavo che i Lycos fossero nostri alleati.- replicò Nyi caustico.
- Lui ci ha aiutati quando siamo fuggiti da Luthien. Non ci farà del male. -
- Sì, è vero, da lui non abbiamo niente da temere. - aggiunse Zefiro.
Il Dominatore sostò lo sguardo tra i due bambini e poi lo appuntò su Myria, come per chiederle se stessero mentendo. O, semplicemente, perché non sapeva dove posarlo. Lei, in risposta, lasciò cadere il ramo a terra e tornò a sedersi. Sentì il peso dei suoi occhi addosso per un po', finché non udì Zefiro tirare un sospiro di sollievo e Raiza smise di ringhiare.
- Ho trovato delle carote e degli asparagi selvatici. - borbottò Nyi e si sedette contro l'albero dove prima c'era la donna.
Raiza lo fissò sospettoso, vicino a Melwen e Zefiro, le zanne ancora scoperte. Si rilassò solo quando il Dominatore rivolse tutte le sue attenzioni alle radici, cominciando a ripulirle dalle radichette laterali.
- Quella è per voi, io ho già mangiato. - disse il Lycos e indicò col muso la lepre.
- Non possiamo accendere il fuoco. Sarebbe come mettersi un bersaglio in fronte e gridare "siamo qui, veniteci a prendere". - replicò Nyi, alzandosi per andare a lavare le radici nel fiume.
- Non ho visto nessuno mentre mi avvicinavo. Anche ora, a parte la vostra puzza, non sento altro. - annusò l'aria e scosse il muso, strizzando le palpebre, - Siete gli unici qui. -
- Ho detto di no. Siamo a un giorno e mezzo di marcia da Alcarin, non voglio rischiare. -
- Se andiamo avanti così, non credo ci arriveremo. - sibilò Myria.
Nyi la fulminò con un'occhiata, ma lei non ci fece caso. Si umettò le labbra e trasse un profondo, difficoltoso respiro.
- Sono quattro giorni che mangiamo bacche e radici. I bambini hanno bisogno di qualcosa di più sostanzioso per proseguire e anche tu non puoi andare avanti così. Siamo tutti allo stremo delle forze, dubito potremmo difenderci se ci attaccassero. -
- Quel che dice è giusto, piedi pelosi. - concordò Raiza, - Perlustrerò i dintorni, voi mangiate. -
Senza attendere oltre, balzò oltre un cespuglio di bassi rovi e svanì nel sottobosco.
Nyi scosse la testa e indirizzò tutto il suo sussiego su Myria: - Spero tu sappia ciò che fai. -
Lei fece spallucce, un gesto di indifferenza che lo innervosì, ma non gliene importava granché. C'era troppo nella sua testa per provare a fingere che le interessasse.
- Preoccupati di accendere il fuoco. - rispose e si alzò.
Nemmeno si accorse di star pestando un coltello finché Nyi non le fischiò per richiamare la sua attenzione.
- Usa quello, ci metterai di meno. - le disse e Myria lo raccolse.
Prese la lepre e si sedette su una pietra sporgente sul bordo del fiume. Si accucciò su un masso e chiamò Zefiro.
- Tienila in alto con le zampe aperte. - gli ordinò e cominciò a scuoiarla.
Tagliò il bordo della pelliccia con cautela su tutte e quattro le zampe della lepre. Incise senza metterci troppa forza, quel che bastava per mettere in mostra la carne sottostante. Poi tagliò l'osso della coda, stando attenta a non rompere la vescica.
- Adesso tirerò via la pelle. - lo avvisò e posò il coltello.
Zefiro fissava l'animale con le labbra serrate. Deglutì e strinse la presa sulle zampe, allargandole ancora di più.
Bastò una leggera pressione perché la pelle si strappasse con un suono appiccicoso, come se mille fili si spezzassero contemporaneamente, liberando i muscoli insanguinati fino alla base del cranio. La bestia era piccola, la testa e le orecchie morbide come lana.
- Ti serve ancora il mio aiuto, mamma? -
- No, per la pelle sulle zampe posso fare da sola. -
Gli rivolse un sorriso d'incoraggiamento e lo seguì con gli occhi mentre si andava a lavare le mani. Le strofinò con forza, finché il freddo dell'acqua non le arrossò così tanto da intorpidirle. Myria attese che si fosse allontanato, prima di rompere le ossa delle zampe e sbarazzarsi della pelle rimasta. Mentre si preoccupava di sviscerare l'animale, si ricordò di quanto Alan amasse la lepre come lei la cucinava. Così, quando chiudeva la sua bottega, Myria andava a prendere la maggiorana, le foglie di menta e d'alloro e le cipolle e poi tornava subito a casa per mettersi ai fornelli. E quando lui passava a "farle visita", così amava dire, gli faceva trovare la coscia condita già nel piatto. Si sedevano attorno al tavolo rotondo, quello che suo marito aveva intagliato con le sue stesse mani, e mangiavano, lei, Zefiro e Alan. Il focolare dorava la piccola stanza e i loro pochi averi, accompagnando le risate, i discorsi e le battute. Il calore di una famiglia, il sapore dei piatti fatti in casa. Sorrise e inghiottì il groppo amaro assieme alle lacrime.
"Non era destino."
Nyi aveva acceso un fuoco. Le sue mani danzavano sopra le fiamme e si allontanavano quando queste tentavano di lambirle, per poi avvicinarsi ancora, fino quasi a toccarle. Lo scoppiettare del legno era la musica che accompagnava quelle lente carezze. Più che magia, sembrava che Nyi stesse percorrendo le curve di una donna. Myria lo osservò per un po', rapita dal modo con cui manipolava le fiamme come se fosse un incantatore di serpenti. Poi prese un ramo, lo tagliò a mo' di spiedo e mise la carne a cuocere, mentre si occupava di sbucciare le carote. Le mangiarono così, un poco più cotte, assieme a un pezzo di lepre a testa.
Non parlarono quella sera, però andarono a letto con la pancia piena. Raiza montò la guardia con loro, controllò i dintorni e li rassicurò, ancora una volta, che non c'era nessuno nelle vicinanze. Insistette perché lasciassero dormire i bambini.
- Anche tu, umana, ne avresti bisogno. - osservò.
- Lo so, ma non riesco a riposare. - bisbigliò Myria, alzando gli occhi al cielo, - Perché sei venuto? -
- Ero a caccia nella foresta di Noumenasse e ho visto degli elfi neri. Erano accampati lì, un esercito intero. C'erano anche i morti, quelli che hanno distrutto Luthien. Ho visto uno di loro levarsi dalla tomba. Allora ho capito che sarebbe successo ancora. - appoggiò il muso sulle zampe anteriori e un'ombra attraversò i suoi occhi, - Non potevo fare nulla contro di loro. Erano troppi, mi avrebbero ucciso e sarei diventato come gli altri morti, una marionetta al loro servizio. Ho sorvegliato la città da lontano finché il vento non mi ha portato un odore familiare. Era una scia debole e incostante, è stato difficile seguirla, soprattutto perché il vento stesso che me l'aveva portata continuava a cambiare. - Raiza posò lo sguardo sul Dominatore che, a quell'ora, riposava, tutto infagottato nel suo mantello, - È grazie a lui. -
- Sa il fatto suo. - dovette concedere la donna, - Ci seguirai fino ad Alcarin?-
- Non lo so, devo ancora decidere. Le foreste non sono più sicure. -
"Non so più se esista un posto sicuro."
Si prese il viso tra le mani e afferrò con la punta delle dita delle ciocche di capelli. Il cuore le faceva male, ogni singola parte di lei, anche la più piccola, era in pezzi. La paura, una serpe viscida e gelida, le si insinuò tra le viscere.
- È un incubo... -
Raiza fece schioccare la mandibola.
- Sarebbe bello se lo fosse. Ora prova a dormire, se riesci. -
Il mattino successivo seguirono il fiume sino a un punto meno profondo per poterlo guadare. Camminarono tutto il giorno, finché in lontananza non scorsero il profilo di una città. Era solo un'increspatura sulla linea dell'orizzonte, indistinguibile dal resto se non per quella zigrinatura leggermente più scura su un paesaggio di un verde eterogeneo. Almeno agli occhi di Myria questa era l'impressione, ma era anche consapevole che la stanchezza le potesse giocare qualche brutto scherzo. Così procedette a passo svelto, fermandosi solo quando non sentiva più davvero le gambe e aveva bisogno di appoggiarsi a qualcosa.
Sul far della sera, Alcarin prese consistenza. Le luci che la illuminavano sembravano delle lucciole che ronzavano annoiate nell'aria immobile.
- Sei fortunato che la persona da cui stiamo andando non abita in città. - ghignò Nyi in direzione di Raiza.
Il Lycos non si premurò di rispondere.
A prendere la parola fu Zefiro: - Dove sta, allora? E, soprattutto, chi è? -
Il Dominatore gli lanciò un'occhiata obliqua.
- È un amico. O meglio, era amico di Copernico, ma sono sicuro ci ospiterà per il tempo necessario a farmi riprendere. -
Una scintilla curiosa si accese in fondo alle iridi di Melwen. Myria sperò che dicesse qualcosa, invece non schiuse nemmeno le labbra. L'effetto dell'efedra era svanito e, come ogni sera, la lasciava svuotata, in preda a un'abulia da malata. Zefiro le passò una mano tra i riccioli e la trasse a sé, in modo che potesse appoggiarsi al suo petto.
- E poi? Dove andremo? -
Nyi si bloccò, le dita che già stavano tirando un'altra radichetta.
- Nel posto più sicuro per tutti noi: alla capitale. -
Raiza alzò di scatto le orecchie e si guardò intorno.
- Hai sentito qualcosa? -
- Mi era sembrato di sentire un odore strano, ma... - annusò l'aria per un momento e poi scosse la testa, - Qualche cervo deve aver urinato sottovento. -
Tutti, compreso Nyi, tirarono un sospiro di sollievo. Per la notte montarono la guardia lui e Raiza. Myria dormì a tratti, e come Melwen spesso si svegliava in preda agli incubi, con un urlo incastrato in gola e gli occhi umidi. In perenne bilico tra il sogno e la realtà, le parve di udire il gracchiare di un corvo chissà dove e il frullio delle sue ali tra le fronde.
A metà del giorno dopo, il fiume sfociò nell'ampio bacino del lago Eliter. Al di là di esso, la collina che ospitava il tempio di Ovenar svettava in tutta la sua austerità, una costruzione tozza con la facciata decorata con cornicioni, lesene e nicchie rettangolari che ospitavano la riproduzione in bronzo delle armi impugnate dagli eroi delle leggende. Anche con la luce del sole calante brillavano in lontananza, barbagliando ogni volta che i raggi le colpivano. Nemmeno le mura riuscivano a nasconderle.
Nyi, però, non li guidò verso la città. Aggirò il lago per un pezzo e si diresse verso una casa isolata dalle altre e dalla strada. Attraversarono un campo di erba tagliata e si fermarono davanti allo steccato. Raiza non era con loro, per sicurezza aveva deciso di fare il giro largo, per poi rifugiarsi nella foresta di Lagrande, anche se Myria sospettava che volesse controllare i dintorni. Gli elfi avevano abbandonato quella foresta molto, molto tempo prima che lei stessa nascesse, sarebbe dovuta essere sicura.
"Anche Noumenasse doveva esserlo."
Doveva fare chiarezza, studiare un piano, capire quale fosse la scelta migliore da fare. Checché Nyi ne dicesse, c'erano troppe variabili e nessuno, nemmeno lui, poteva permettersi l'arroganza della certezza. Non dopo quello che era successo, non dopo la scoperta che l'esercito che aveva distrutto Alabastria era fatto di morti.
Nyi aprì la mano e soffiò, come se stesse imprimendo la forza di volare a un petalo di rosa. Non trascorse che qualche istante, poi la porta dell'abitazione si aprì. 

Fuoco nelle Tenebre  - La rinascita della FiammaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora