Reclusa

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-Amelia- la voce ammonitrice dell'infermiera Palmieri costrinse la paziente a trattenere un'imprecazione.

Non aveva avuto altre infermiere nel corso di un anno intero: solo lei, e iniziava a non sopportarla più. La sua pacatezza, la sua fermezza e la sua sicurezza di avere a che fare con una instabile risultavano agli occhi di Amelia le caratteristiche più irritanti del mondo. La donna si sentiva come in uno di quei sogni dove non si riesce a camminare, anche se si è perfettamente capaci; c'era qualcosa che tratteneva i suoi piedi dal muoversi per procedere un passo dopo l'altro, ed erano tutte quelle persone che la credevano pazza. Dopotutto, come poteva far capire di non essere folle quando tutti erano convinti, documenti compresi, che lei lo fosse? Chiunque fosse quel Pazzo, doveva avercela con lei per qualcosa di grave. Eppure la donna non ricordava di aver nociuto a nessuno, o almeno non a tal punto.

Ormai Amelia non parlava più, se non costretta o per ragioni importanti, e comunque sempre a monosillabi. "Come sta, signorina Harris?", "Bene". "Vuole dell'acqua, signorina Harris?", "Sì".

Queste erano le domande più irritanti della dottoressa Sala, la psichiatra. Era stata lei a dirle di scrivere la pagina di diario che aveva appena lanciato per terra. "Libera le tue emozioni, racconta la tua storia".

-Tra poco è ora di andare in mensa- fece notare l'infermiera Palmieri. Amelia fece scricchiolare con le unghie il tavolo a cui era seduta, passandovi la mano con lentezza, le dita tese ad artiglio. Non era mai stata una donna violenta, ma quella voce le faceva venir voglia di prendere per il collo l'infermiera e stringere fino ad avere le mani doloranti.

Amelia si alzò, la testa china come un cane bastonato, e si diresse alla porta, seguita dall'altra donna, che chiuse la porta dietro di sé.

Attraversarono i lunghi corridoi con passo veloce. Amelia evitò come sempre di guardare le pareti intorno a lei, e di non sentire le grida di Guido, un vecchio che vedeva i fantasmi dei suoi cari; la sua famiglia era morta in un incendio, e solo lui era riuscito a salvarsi. Adesso credeva che loro lo perseguitassero per vendicarsi della propria morte. Lui era convinto che sarebbe dovuto perire insieme a loro quella notte.

Che storie strane, pensava Amelia; se si era salvato doveva solo gioire. La donna non era mai stata molto sensibile, anche perché non aveva mai tenuto a una persona tanto da essere disposta a rischiare la propria vita per salvare la sua. Certo, a suo padre voleva bene, ma il loro rapporto era più di rispetto reciproco che di una vera e propria relazione familiare. All'infuori dei parenti poi non aveva amici, solo colleghi, e non si era mai innamorata. Dopotutto, era stata rinchiusa prima dei suoi trent'anni; era la scusa che utilizzava con se stessa per giustificare la sua totale indifferenza di fronte alle persone.

La mensa era una stanza angusta dove i pazienti meno fuori di testa potevano pranzare in comune, ovviamente affiancati dalle proprie infermiere. Anche in quel posto, Amelia preferiva non comunicare. Il modo migliore per lei era stare zitta e pensare, anche se ormai gli argomenti anche nel suo cervello iniziavano a scarseggiare. Dopo un anno e mezzo di reclusione forzata quasi non ricordava più il mondo esterno.

Amelia e la sua infermiera si sedettero a un tavolo, piuttosto distante dagli altri, il che non era complicato dato che la stanza era quasi vuota. Gli unici altri due pazienti erano Carla, la donna delle pulizie (girava sempre con uno spolverino in mano, perché ovunque c'era bisogno di spazzare via la polvere, anche dove nessun altro la vedeva) e Giacomo, un uomo di mezza età che non parlava quasi mai; a volte guardava il vuoto e gli compariva un ghigno spaventoso, come un sadico che stesse osservando una persona sotto tortura.

L'unica finestra che conferiva un aspetto leggermente meno lugubre al posto era sbarrata, e la poca luce che ne filtrava si mischiava a quella scura e concentrata che il lampadario singolo gettava al luogo.

Il primo giorno, Amelia aveva pianto ininterrottamente, schifata e terrorizzata.

Ora, si potrà pensare che il suo terrore derivasse da quel posto orribile, ma non era questo: il Pazzo era comparso due volte solo in una giornata, e questa volta lei era rinchiusa, senza via di scampo.

Al mostro il manicomio piaceva particolarmente, perché si palesava almeno una volta ogni due giorni. All'inizio Amelia aveva pensato che la sua continua presenza avrebbe fatto sì che lei si abituasse a lui, anche perché quello che faceva era ridere (in modo terrificante, certo, ma non l'aveva mai sfiorata); dovette capire anche lui però il suo minimo sollievo, perché da una visita all'altra aveva iniziato ad andare vicino a lei, a toccarle i capelli con calma e a parlarle. La sua voce era strana, una sorta di grugnito, come fosse un uomo senza corde vocali, o uno che tentava di alterare il proprio timbro.

Le parlava del più e del meno, ma nel farlo le stringeva le braccia fino a farle male, e vi affondava le unghie; poi, alla fine di ogni sua comparsa, il Pazzo la sbatteva contro il muro e scompariva. Nel nulla: andava dietro una tenda, svoltava l'angolo, e poi non c'era più.

Amelia ne era terrorizzata, ma almeno aveva le ferite che aveva addosso a testimoniare a se stessa che non era folle. Le infermiere pensavano che lei se le infierisse da sola. Non le credevano.

La donna afferrò la forchetta e infilzò una zucchina ma, mentre si stava portando alla bocca la pietanza, le si fermò il braccio a mezz'aria, le nocche bianche da quanto stava stringendo la posata. Era arrivato. 

Il PazzoWhere stories live. Discover now