~ Give me a dream to live,
because reality is killing me. ~
Cit. Jim Morrison.
Capitolo 5
La tua mancanza
Per ore, lo chiamai speranzoso.
Per ore, gli chiesi di rispondermi, negando la sua, reale, scomparsa.
Per ore, gridai.
Per ore, battei i pugni contro il muro.
Per ore, detti calci.
Per ore, chiesi, pregai e supplicai di ridarmelo.
Per ore, invocai qualunque dio ci fosse lassù chiedendogli di farmi udire la sua voce.
Per ore, piansi, di un pianto disperato.
Per ore, singhiozzai freneticamente.
Per ore, il dolore fu così forte da spaccarmi lo stomaco.
Per ore, un attacco di panico continuo si aggrappò a me stritolandomi, facendomi ansimare.
Per ore, mi raggomitolai su me stesso, cercando di far passare il dolore lancinante al petto.
Per ore, graffiai la mia stessa pelle, fino a sanguinare, nel tentativo di punirmi per la mia debolezza.
Per ore, rimasi inerme.
Un'ultima lacrima, sgorgò dall'occhio sinistro.
Poi più niente, mi sentivo svuotato.
Mi alzai, con le punte delle dita sfiorai la parete di roccia, iniziando a camminare in tondo. Continuai ininterrottamente.
Dopo un po' iniziarono a dolermi i piedi e il braccio ad indolenzirsi ma non ci feci caso, nella testa regnava il vuoto, il nulla e il buio.
Malgrado, fin quel momento, i miei occhi fossero stati nel buio più assoluto, i pensieri avevano viaggiato a tra i mille sogni da lui creati. Dopo la sua scomparsa, però, la mente si era svuotata e il nero di quella cella aveva invaso anch'essa.
Senza qualcuno con cui parlare la mente andava decadendo velocemente.
Continuai a camminare. Era molto tempo che lo facevo, non sapevo precisamente quanto, il corpo iniziava a essere pesante ma ancora non sentivo nulla.
Era come se corpo e mente non comunicassero.
Sentii il tipico odore del gas, ma neanche allora mi fermai, non provavo nemmeno più a rimanere sveglio. Non volevo sentili parlare di come il mio vicino di cella fosse stato giustiziato. A quel pensiero una nuova e unica lacrima tornò a solcare lo zigomo. Continuai finché non caddi a terra svenuto.
Fui svegliato, di soprassalto, dai quei strazianti metallici rumori. I muscoli si contrassero nuovamente, gli aghi invisibili mi trafissero ovunque, le mani coprirono le orecchie d'istinto e tornai a gridare furiosamente.
Quando quella tortura finì, per un singolo attimo, non riuscii a realizzare ciò che stava succedendo. Volevo solo essere confortato dall'uomo che, tanto bene, riusciva a placare i miei stati d'animo impazziti.
« Pane...? » lo chiamai gracchiante.
Non ci fu risposta. Poi la realtà mi cade addosso, lui non era più dall'altra parte della parete e non sarebbe tornato. Mai.
Senza di lui non mi era possibile calmarmi, continuai a tremare. Mi dimenai, a terra, tirando pugni e calci nel vuoto. Mi disperai, fino a non controllare più il respiro.
La voce, ormai assente, lo invocava.
Piansi di nuovo.
Piansi fino a non avere più lacrime. E come prima mi alzai e iniziai a camminare. Non sapevo perché lo facessi, ma continuai.
I piedi iniziarono a sanguinare, non avevo, però, la forza di fermarmi.
Girai in tondo senza pensare a nulla di concreto, nella mia testa c'era solo una parola. Pane.
Si ripeté come un mantra e mai si interruppe, come mai si interruppe il mio cammino.
Potevo avvertire chiaramente il sangue fluire attraverso le ferite, per adagiarsi sulla pietra irregolare e creare il sentiero del mio cammino eterno.
I polpastrelli della mano, ormai scorticati, avevano perso sensibilità. Il braccio non resistette più al proprio peso e si stese lungo il fianco. Continuai strisciando sulla parete, andando sempre avanti. Mi sentivo lentamente morire e perdere le forze. Secondo dopo secondo.
Nonostante tutto proseguii.
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DARKEST
Romance[COMPLETA] Attenzione, voi lettori, state per inoltrarvi nelle Celle della Pazzia. Siete mai morti? Sì, parlo con voi che state facendo scorrere, sinuosi, gli occhi su queste poche righe. Avete mai provato l'insieme di sensazioni ed emozioni che ale...
