Capitolo sei

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Silenzio.

Dopo tanto tempo, era arrivato il silenzio.

Alla fine, la pace aveva soffocato il dolore.

La ragazza chiamata Tyché non aveva dimenticato facilmente la torture cui il suo amato l'aveva costretta, anzi, ma non ci pensava da quando il suo sposo, la creatura che l'aveva fatta rinascere nella forma in cui era ora, le aveva affidato quell'importante incarico.

I giorni in cui aveva sperato di venire uccisa erano finiti, e ancora non sapeva dire se fossero stati i giorni più belli od orribili della sua vita. Riflettendoci, infatti, era grazie a loro se la ragazza chiamata Tyché era diventata, in modo definitivo e irreversibile, Tyché.

Arrivando alla casa dell'Uomo Alto, aveva ripensato a quello che le era stato detto da An la notte precedente. Tyché aveva paura di quell'incarico, di allontanarsi da lui. An era stato cattivo in passato, molto cattivo, ma lei lo amava. Lo amava, nel medesimo, potente modo in cui lo aveva amato il primo giorno tanti anni, secoli prima. Per gente come loro, il tempo era relativo. Lo aveva imparato grazie agli insegnamenti di An.

Quanto avrebbe voluto che quegli insegnamenti potessero essere meno dolorosi. Perché sì, anche se lo amava incondizionatamente (anche quella era una cosa che An le aveva insegnato a fare), a volte Tyché aveva ancora paura di lui.

A causa della paura finiva col correre per i corridoi della casa dell'Uomo Alto, allucinata, tentando di scappare dai mostri che vedeva, dalle gride che sentiva. In una parola, era a causa della paura se tentava di fuggire da sé stessa.

Lei amava An, ed era sicura che nel profondo anche lui amasse lei. Lo sentiva quando in quelle notti fredde parlavano per ore. O almeno, An parlava per ore. Era in grado di non fermarsi fino a quando il sole non sorgeva da dietro all'orizzonte, e a Tyché andava più che bene. Le bastava stare tra le sue braccia e guardarlo in viso, sognare quegli occhi verdi che, invece, capitavano su ogni oggetto della stanza tranne che su di lei.

Lei non se la prendeva. Sapeva di essere un fallimento.

Cattiva, cattiva Tyché. Hai deluso An così tante volte. Non puoi essere dispiaciuta solo perché non è in grado di volerti come tu vuoi lui. L'importante è essere grati per quello che si ha, nient'altro.

Così lo ascoltava. An parlava spesso del piano, ossessivamente. Talvolta lei osava commentare, o fare domande. Lui le rispondeva con pazienza, benevolo, e questo attenuava il senso di inadeguatezza che Tyché provava. Il timore nei confronti di An non passava mai, ma era sicura che si trattasse solo di un effetto collaterale del grande affetto che provava per lui.

Si arrabbiava e la lasciava sola unicamente se osava fare domande sulla ragazza nuova. In quel caso usciva e la abbandonava. Era in grado di scomparire per un bel po' senza portare provviste. Una volta, Tyché ricordava bene, era stato via per più di due settimane.

Lei non se la prendeva. Sapeva che se ne andava per evitare di picchiarla. An non sapeva controllare bene la rabbia, e le botte erano state il suo metodo educativo preferito. L'aveva picchiata non perché lo voleva, ma perché era stata lei a costringerlo con la sua arroganza, la sua pretesa di sapere più di lui, null'altro.

Dio, nemmeno riusciva a pensare a quanto fosse stata stupida e cieca prima di incontrare An. A essere onesti non ricordava molto del periodo precedente alle torture, in realtà non ricordava bene nemmeno le torture stesse. La ragazzina che c'era stata prima di conoscere An era morta, e lei aveva in mente solo quello che era venuto poi. La sua vecchia vita e il dolore erano macchie offuscate, piccoli flash improvvisi che ogni tanto sbucavano dall'oscurità e le facevano venire un'emicrania, nulla di più.

Defeated God || Ticci TobyDove le storie prendono vita. Scoprilo ora