La macchina si ferma, il motore borbotta in sottofondo. Villa Pence è qui davanti, enorme, avvolta nel buio come una pietra preziosa gettata in una vasca di velluto. Il giardino, che si estende a perdita d'occhio, è un labirinto di siepi ordinate e cespugli. Le piscine, come specchi, riflettono la luce della luna. Tutto è fermo, congelato in un immobilismo che si fa pesante come il silenzio.
«Fermati qui» ordino, la voce bassa, quasi un bisbiglio. «Da questo punto posso intercettare il segnale.»
Iago mi guarda con l'espressione di chi non crede davvero in te, ma sa che non ha scelta. Il silenzio tra noi è rotto solamente dal rumore del motore dell'auto accesa. Iago l'accosta lentamente, scivolando nelle pieghe della notte.
La tastiera è fredda sotto le mie dita. Non c'è nulla di innocente nelle mie mani che si muovono freneticamente sul portatile. Digito codici, inserisco stringhe di numeri, un barra nera compare sullo schermo, chiudo gli occhi: la mia voce è calma, ma dentro di me scorre un fiume di tensione misto a sollievo. «Gli allarmi sono stati disconnessi» sospiro.
Iago mi guarda sospettoso. «Ci sei riuscita? Da qui? Sei sicura?» mi chiede, ma non è una domanda. È un avvertimento mascherato. «Non sarai stata troppo ottimista?»
Annuisco con naturalezza, come se tutto fosse facile: «Sì, sono sicura. Non ti fidi più?» rispondo, lasciando che una punta di ironia sfili la tensione. Lui mi scruta attentamente. Nonostante la sua faccia scura, mi sorride. Un sorriso che non è un sorriso. Poi, alla fine, minaccia: «Fermiamoci qui. Se qualcosa va storto, la colpa è tua.»
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Nel buio del magazzino, il bottino è stato esposto come un'offerta su un altare sacrificale. Gioielli che riflettono una luce calda e cinica, banconote impilate a formare una piramide che si innalza tra le mani dei miei compagni, diamanti che scintillano come promesse di gloria. Osservo minuziosamente il mio riflesso, intrappolato tra quei cristalli taglienti.
Un'altra, ultima, grande rapina è stata fatta nello stato della Georgia e io ne ho fatto parte.
I membri della banda sono tutti entusiasti. Oswald ride, tocca i diamanti come se fossero giocattoli. Io no. Non posso ridere, non posso sentirmi parte di questa festa. Non sono mai stata parte di nulla, e ora, meno che mai. Mi guardo intorno, con la mente altrove.
«Posso andarmene?»
Oswald alza gli occhi, scocciato. «Devi sempre rovinare la festa, eh? Non riesci proprio a divertirti, ragazzina?».
La sua voce ha un tono che di solito mi infastidisce, ma stavolta mi scivola addosso. Li osservo in silenzio, mentre continuano a contare i soldi. Non sono mai stata uno di loro, e adesso mi è chiaro come non lo sarò mai. Questo è il mio ultimo atto, il mio ultimo passaggio in un mondo che non mi appartiene.
Mi rivolgo a Iago, l'unico dei presenti a tenere gli occhi fissi su di me, invece che sul bottino. «Posso andare?» ripeto, annoiata. Non ho intenzione di passare un minuto di più qui dentro.
Iago, seduto su una vecchia poltrona, il sigaro che arde lentamente tra le sue labbra carnose, alza lo sguardo. Nei suoi occhi non c'è traccia di gentilezza: «Sai che sono un uomo di parola», dice, le parole scivolano come il fumo che gli esce dalla bocca. «Il tuo debito è sistemato. Vai.»
Fa una pausa d'effetto, poi aggiunge: «Ma se tua madre dovesse cacciarsi nuovamente nei guai...» ma la frase rimane sospesa nell'aria.
«Non succederà» lo liquido, gelida.
Esco, con la porta che sbatte dietro di me, accompagnata dal peso delle risate sguaiate della banda. La mia partenza è un sollievo anche per loro, ne sono certa.
💎
La casa è silenziosa. Quando arrivo, il giorno è già alle porte, ma io non voglio vedere la luce. Mi butto sul divano, sentendo la stanchezza che mi schiaccia, ma qualcosa mi fa alzare lo sguardo. Un biglietto. La riconosco subito, la calligrafia di mia madre. Il cuore mi salta in gola, ma non ho il coraggio di fermarmi. Lo prendo, con le mani che mi tremano.
Mia amatissima Olivia,
è finalmente finita e ti ringrazio. Adesso sei libera. Mai ti sarò grata abbastanza per il sacrificio che hai fatto, per le opportunità a cui hai rinunciato, per i rischi che hai corso per tirarmi fuori dai guai. Per questo, ho deciso di renderti veramente libera questa notte. Ora che sei al sicuro da Iago, è arrivato il momento di lasciarti andare, di lasciarmi andare. Non posso più trascinarti nei miei guai. Sento che devo ricominciare da sola.
Mi mancherai tantissimo. Non ti chiedo di perdonarmi. So che non lo farai mai. Ti chiedo solo di prenderti cura di Claire. So che ce la farai.
La peggiore della madri, la tua.
Ogni frase mi taglia la pelle come un coltello. Non c'è niente di più crudele della verità che si nasconde dietro le parole di mia madre. Le lacrime, che non posso trattenere, mi fanno bruciare gli occhi, ma la rabbia è più forte. Mi alzo in piedi, il biglietto stretto nella mano. Il cuore martellante nel petto. Corro su per le scale, i passi che sembrano risuonare nel vuoto. Apro la porta della sua stanza: i cassetti sono stati svuotati, gli armadi pure.
La realtà è una pugnalata affilata, che mi trapassa senza pietà. Mi lascio scivolare contro lo stipite della porta, come se anche il muro fosse l'unico sostegno rimasto.
Non posso fermarmi, ma non so più come andare avanti. Il respiro mi si fa pesante mentre guardo la stanza, i suoi angoli vuoti, la luce che sembra morire lentamente. Non c'è più niente. Solo il silenzio, che urla più forte di qualsiasi parola.
Che senso ha avuto tutto questo? I furti, i soldi, Iago, la banda... se ora sono l'essere più solo al mondo?
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OLIVIA
Fiction généraleOlivia Bowls è una stagista introversa con un talento poco convenzionale: è una ladra esperta. Quando svaligia la villa del suo affascinante capo, l'ereditiero Connor Pence, la sua vita prende una piega imprevedibile. Intrappolata in un pericoloso...
