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«Dicono che sono pericoloso.
Che se ti avvicini, ti rovino.
Forse è vero.
Ma tu sei già troppo vicina.»
Rares conosce solo il buio. Il mondo per lui è fatto di ombre, di sopravvivenza, d...
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Ciao, lettore. Se senti il silenzio, non temere: non è abbandono, è fermento. Ogni parola che non scrivo qui, la sto incidendo altrove — su carta più pesante, più viva. Ci sono storie che devono cuocere a fuoco lento, e io sono ai fornelli dell'anima. 🍶
Quando torno, il profumo sarà diverso. Ma riconoscerai il sapore. 🕯️📖
«Più forte, Rares!» La voce di Gisela mi trapassa il cranio come una scheggia di luce in una stanza buia.
Spingo l'altalena con più forza. Le sue risate rimbalzano nell'aria, limpide, taglienti. Le ciocche bionde mi sfiorano la guancia mentre il vento le porta via.
Lei ride ancora, come se la gravità non la riguardasse.
«Mi sento leggera come una farfalla!» Chiudo gli occhi. Farfalla. Cristo, che parola di merda.
Le farfalle sono solo insetti vestiti bene. Fragili, inutili, belle finché qualcuno non si diverte a strappargli le ali.
Io non avevo mai avuto il lusso di essere fragile. Il vento mi colpisce in faccia, graffia la pelle come carta vetrata. Per lei è libertà. Per me è un coltello.
Un promemoria che basta poco per precipitare. Stringo le catene dell'altalena finché le nocche mi diventano bianche.
Da bambino ci salivo sopra fingendo che il mondo fosse un posto diverso. Che ci fosse una versione di me che poteva ridere senza pensarci, che non aveva paura di sporcare le mani. Mi lasciavo cadere all'indietro, a testa in giù, e immaginavo che forse — da qualche parte — esistesse un universo in cui non ero lo sbaglio che tutti vedevano.
Poi la voce di mia madre mi riportava giù. Sempre. Mi ricordava chi ero. Mi ricordava che i sogni non erano per gente come me. Così ho smesso di sognare.
Ho imparato a non costruire castelli di sabbia. Il vento li spazza via comunque. E quando crollano, non resta che il fuoco nel petto. E il fuoco, quando arde troppo a lungo, lascia solo cicatrici.
Io ne ho più di quante ne possa contare.
«È bellissimo,» dice Gisela, e la sua voce mi strappa via dal vortice. Si gira verso di me. Occhi limpidi, troppo limpidi per questo mondo.
Lei crede ancora che la vita sia gentile. E questo mi spezza più di qualsiasi pugno. Perché lei non sa.
Non ha idea di cosa voglia dire avere il sangue di qualcun altro sulle mani prima ancora di aver imparato a scrivere. Eppure la guardo. E succede.