CAPITOLO TRE

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(Il corsivo indica un flashback)

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(Il corsivo indica un flashback)

"𝙏𝙖𝙘𝙞𝙩𝙪𝙢 𝙫𝙞𝙫𝙞𝙩 𝙨𝙪𝙗 𝙥𝙚𝙘𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙫𝙪𝙡𝙣𝙪𝙨"
"𝘛𝘢𝘤𝘪𝘵𝘢 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘱𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘷𝘪𝘷𝘦 𝘭𝘢 𝘧𝘦𝘳𝘪𝘵𝘢"
(Publio Virgilio Marone, Eneide)

Me ne sto seduto sul tetto arrugginito di Gheorghita, la mia roulotte, che cade a pezzi come tutto il resto.

Il villaggio dorme, o finge. Le lampadine gialle tremano, più vicine a spegnersi che a resistere. Io invece no. Il buio non mi spaventa. Non può, quando ce l'hai inchiodato dentro.

Tiro. Fumo in gola, brucia. Mi ricorda che almeno qualcosa ancora riesce a farmi male.
Chiudo gli occhi, e in quell'odore di cenere vedo un altro posto. Una città che non esiste, dove i mostri hanno un nome, le strade sanno di ferro e sangue, e la gente non finge di essere migliore di quello che è. Quello è un mondo che potrei rispettare.

Apro gli occhi. Il sorriso mi esce storto. Lascio che il fumo salga e si confonda con le nuvole. Mi dicono che sogno troppo. Non capiscono un cazzo.

Il bambino che ero lo sapeva già: la realtà è una gabbia. La fantasia, l'unico varco. Da piccolo usavo un righello come cannocchiale, cercando altri mondi. Mi ridevano in faccia. Dicevano che ero scemo. Forse lo sono. Ma almeno non sono morto dentro come loro.
Meglio matto che vuoto.
Un altro tiro, un altro pezzo di me che si consuma.

«Mamma, perché ci sono delle stelle?»
La voce è mia, ma più piccola. Innocente. Il cielo sopra di noi è un tappeto di fuoco freddo, e io voglio crederci.
Lei sospira. La riconosco subito: la voce di chi sa già che mi spezzerà. «Il cielo piange, amore. Quelle stelle sono lacrime. Dentro ci vivono le anime.»
Mi aggrappo al suo braccio. «Anime? Di chi?»
«Di tutti. Più di quanti tu possa immaginare.»
Strizzo gli occhi verso l'alto. Voglio vederli. Voglio salutarli. «E perché non me li hai mai presentati?»
Il sorriso che mi lancia non arriva agli occhi. Fa più male di uno schiaffo. «Perché non parlano con noi.»
Mi irrigidisco. «Perché? Non vogliono?»
Lei mi accarezza la schiena, ma la carezza è vuota. «Perché credono che siamo cattivi.»
Cattivi.
«Io non sono cattivo.» Mi stacco da lei, con le lacrime che bruciano la gola. «Nemmeno tu.»
Lei non risponde. E il silenzio vale più di qualsiasi conferma.

La notte non dormo. Non dormo mai. Il soffitto marcio sopra di me sembra ridere di me. Non ce la faccio. Mi alzo. A piedi nudi attraverso il villaggio che puzza di fumo. Nessuna stella. Solo buio.
Il confine è lì. Lo conosco meglio di quanto conosca me stesso. Ruggine, spine, ombre. Mi infilo sotto. Mi taglio. Non importa.
E poi—la città. Brilla. Dio, come brilla. Luci dorate, musica, risate. Non la nostra fame, non il nostro silenzio. Ridono. Vivono. E io li guardo da fuori, con il fango sotto le unghie e le ossa che gridano.
Un ragazzo si volta, mi vede. Non c'è paura nei suoi occhi. Solo disgusto.
«Un fottuto zingaro.»
Le parole mi tagliano più del filo spinato.
«Non volevo—» inizio, ma la voce mi tradisce. Non esce giusta. Non basta.
«Torna da dove sei venuto. Qui non vogliamo problemi.»
Alle sue spalle ridono. Sussurrano. Mi chiamano ladro. Rifiuto. Spazzatura.
Corro. Il terreno che si apre sotto i piedi, il cuore che sbatte come se volesse spaccarmi in due. Ritorno al nostro lato. Al nulla.
Mi butto nella terra. Respiro fango.
Non c'è più una stella.
Nemmeno una.

𝘽𝙖𝙡𝙖𝙘𝙡𝙖𝙫𝙖Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora