CAPITOLO UNO

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"𝘼𝙚𝙫𝙤 𝙧𝙖𝙧𝙞𝙨𝙨𝙞𝙢𝙖 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙤 𝙨𝙞𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙞𝙩𝙖𝙨

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"𝘼𝙚𝙫𝙤 𝙧𝙖𝙧𝙞𝙨𝙨𝙞𝙢𝙖 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙤 𝙨𝙞𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙞𝙩𝙖𝙨."
"𝘓𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘪𝘵à, 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘳𝘢𝘳𝘪𝘴𝘴𝘪𝘮𝘢 𝘢𝘪 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘪 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘪"
(Ovidio, Ars Amatoria)

L'odore di legno marcio mi lacera appena apro gli occhi. Non è solo puzza: è un presagio. Penetra nei polmoni come fumo, un avvertimento che non se ne va.

Il materasso geme sotto di me, ferraglia che scricchiola come ossa rotte. Ci dormo da una vita, eppure ogni notte lo maledico come fosse una condanna firmata col sangue.

La luce filtra dalle fessure della tenda logora. Non illumina, taglia. Lame di sole che vorrei spezzare con le mani nude. Ma quella tenda è l'ultima reliquia di mia madre. Per lei è memoria. Per me, prigione.

Non sono nessuno. Non un erede. Non un nome inciso sul marmo. Sono solo un corpo dentro quattro mura storte, con una madre dagli occhi troppo grandi per contenere tutto il veleno che il mondo le ha versato addosso. Ogni mattina mi sveglio con una verità tatuata dentro: là fuori mi vogliono cancellare. Per loro sono già morto. Solo che respiro ancora.

Mi alzo. Le ossa schioccano come lame che tornano nel fodero. Non ho bisogno di specchi: so già chi fisserebbe lo sguardo. Occhiaie come ferite, pelle che porta il marchio della fame. Sfioro l'addome e sento la polvere attaccarsi alla pelle. La disprezzo? No. Non ho nemmeno più quella forza.

La canotta che indosso sa di ferro e sudore. La annuso. Non è il profumo di un uomo in carriera. È il tanfo di chi sopravvive. Di chi non ha più nulla da perdere.

Mamma è già in piedi. Acqua nera in una tazza scheggiata, pane che sembra pietra. Lei si gira, mi sorride. Sempre quel sorriso. Come se la luce potesse attecchire persino qui.

«Hai dormito bene, tesoro?» sussurra.

Annuisco. La stringo. Non è un abbraccio, è una resa. Le mento: non ho fame. Devo andare. "Impegni." Una parola che odora di polvere da sparo.

Sul tavolo le lascio un tarassaco strappato, piegato, quasi morto. Un niente raccolto da una strada qualsiasi. Lei lo prende come fosse un diamante e mi bacia la mano.

«Cosa ho fatto per meritarmi un figlio come te?» mormora.

Oh, mamma. Se solo sapessi il mostro che stai accarezzando.

Esco. Non prima che possa leggere il rancore nei miei occhi: rancore per ogni notte di gelo, per ogni insulto sputato addosso, per ogni silenzio che ci ha sepolto. L'aria del mattino mi schiaffeggia, il sole si arrampica pigro sull'orizzonte. La sua luce cade su un cimitero di roulotte carbonizzate. La polizia le ha bruciate "per sicurezza". Una bambina quasi morta. Nessuno ne ha parlato. Perché? Perché non siamo nessuno.

Cammino fino alla fontanella arrugginita al centro del campo. L'acqua sgorga lenta, come se dovesse lottare per restare viva. Me la passo sul viso. È fredda, sa di ferro. Sa di sangue. Ma è nostra. L'unica cosa che non ci hanno strappato. Ancora.

𝘽𝙖𝙡𝙖𝙘𝙡𝙖𝙫𝙖Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora