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«Dicono che sono pericoloso.
Che se ti avvicini, ti rovino.
Forse è vero.
Ma tu sei già troppo vicina.»
Rares conosce solo il buio. Il mondo per lui è fatto di ombre, di sopravvivenza, d...
La tenda è un buco marcio di tela slabbrata che odora di muffa e sudore rancido. Dentro l'aria è densa, come se qualcuno l'avesse respirata troppe volte e non avesse avuto il coraggio di buttarla fuori. Sto seduto su un cartone, la schiena al palo storto che tiene in piedi la struttura, e la sigaretta che si consuma lenta tra le dita.
Lazar è nella sua postazione abituale: un divano sfondato piazzato contro la parete, il suo cazzo di trono. I capelli gli colano unti sulla faccia, la pelle scavata è piena di buchi e croste, e i suoi topi si muovono come ombre vive sulle braccia. Uno gli annusa il collo, e lui sorride. Una smorfia che fa venire voglia di strappargli la gola a mani nude.
«Passami una birra,» dice, senza guardarmi. Non chiede. Ordina.
Mi alzo piano. La moquette appiccicosa mi resta sotto gli stivali. Apro il frigo che sembra più una bara arrugginita che un elettrodomestico e afferro una lattina. Non mi sforzo di mirare: la lancio e lo colpisco in pieno alla testa.
Il suono metallico mi strappa un mezzo sorriso. Lui impreca, si massaggia la fronte e mi guarda come se volesse ricordarmi che la sua pistola conosce il mio cranio. Non lo fa. Sa che l'ho fatto apposta, e io non mi nascondo.
Mi lascio cadere di nuovo sul cartone. Attorno a me i soliti scarti: Stefan che sfoglia un giornale ammuffito, Yannis e Dimitri che ridono come idioti a qualcosa che non ha niente di divertente, Marek che si perde nei suoi pensieri. Solo Eduard, accanto a me, ha ancora occhi vivi. Gioca coi suoi piercing, mi osserva, e tra noi basta un silenzio: ha capito.
«Teppistelli,» biascica Lazar, accarezzando il ratto. «Bel colpo, Rares. Dimitri, ottimo lavoro con il vino. Si girano i turni.»
Distribuisce compiti come ossa a cani affamati.
«Eduard, supermercato. Dimitri, bricolage. Stefan, armi. Yannis, palo. Rares... farmacia.» Nessuno replica. Nessuno lo fa mai. Io mi limito ad alzarmi. Il ricordo della sua pistola fredda sulla mia tempia è abbastanza fresco da tenermi zitto.
Fuori, l'aria è un pugno in faccia. Fa male, ma è ossigeno vero, non la merda che si respira nella tenda. Il sole morde, la pelle brucia, e io mi sento quasi vivo. Le mani tremano: non paura, rabbia. Sempre rabbia. Passo una mano tra i capelli e gli orecchini tintinnano.
Eduard mi segue. Mi tende una sigaretta, e io la prendo. Accendiamo insieme, e per un attimo le fiamme ci illuminano la faccia.
«Non avresti dovuto lanciargliela,» dice, e non c'è rabbia nella sua voce. Solo una stanchezza lucida.
«A volte mi serve ricordargli che non comando io perché non voglio, non perché non posso,» ribatto. Il fumo mi graffia la gola, e mi piace. Eduard scuote la testa, ridacchia. «Un giorno ti stacca le mani. E io non avrò più nessuno con cui fumare.»