PROLOGO

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Non so chi abbia inventato la favola del Viandante senza stelle

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Non so chi abbia inventato la favola del Viandante senza stelle. Forse serviva a dormire meglio la notte. Forse per illudersi che il buio abbia un senso. Non ce l'ha. Io non sono una leggenda. Non sono un eroe caduto. Sono solo carne che continua a camminare quando sarebbe dovuta restare lì, tra le macerie. Il mondo? Non è questo posto romantico fatto di desideri e promesse. È un teatro di rovine che qualcuno si ostina a lucidare per non vedere il marcio sotto. Io ci ho creduto. Alle stelle. Ai sogni. Ai finali puliti. Poi la vita mi ha strappato via tutto. Non una persona. Tutto. E ho capito. Non c'è nessun finale. Solo resistenza. Cammino da allora. Non per arrivare da qualche parte. Perché fermarsi fa più male. Ci sono posti che sembrano finti tanto sono vuoti: boschi che sussurrano ciò che hai perso, deserti che ti inghiottono fino a farti dimenticare che un tempo eri vivo. È lì che vedi la verità. Non nelle luci. Nel buio. Le stelle? Ho smesso di guardarle. Non brillano per me. Brillano per chi non sa ancora che il cielo mente. Brillano per i ragazzini con i sogni interi. Io non sono più quello. Io cammino a testa bassa. Io guardo il terreno. Io respiro polvere. Il tempo? Non è tempo. È un elastico che si tende e ti strozza, giorno dopo giorno. Non sai nemmeno più che giorno è. Sai solo che sei ancora qui. Un passo. Poi un altro. Poi un altro ancora. Perché? Non lo so. Forse per vedere se c'è un limite. Forse per scoprire se alla fine del buio c'è davvero qualcosa. E forse non c'è. Forse il buio è tutto. Eppure, eccoci. Io ci sto dentro. Lo mastico. Lo conosco meglio di chiunque altro. E nonostante tutto sono ancora qui, e questo deve pur significare qualcosa. Chiamatemi pure Viandante senza stelle. Suona bene. Fa paura. Fa mito. La verità è che sono solo uno che ha visto troppo e non riesce più a guardare in alto. Ma cammino. E il buio cammina con me.

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